Le voci della magia lucana e le ballate dell’innamoramento in Basilicata sono libri chiusi con i sette sigilli e ciascuno vi coglie ciò che il suo spirito vi colloca in esso. Così avrebbe probabilmente definito Thomas Mann i due volumi, scritti dall’ antropologo lucano Angelo L. Larotonda, “La maciara indaffarata” (2017) e “L’innamoramento in Basilicata” (1983), editi da Osanna Edizioni. Apparentemente distanti nel tempo e nei contenuti, i due testi si incontrano sul piano della provvisorietà delle emozioni e della solidità dei sentimenti in una terra dove al biancore delle case, alla solidità dell’acciottolato, ai boschi rigogliosi su pendici di marne cretose e argille scagliose, paura, magia e incanto d’amore compongono acrobatiche ballate. La magia tra rifiuto e accettazione, tra ragione e superstizione è da sempre un fatto composito che ha esercitato ed esercita una grande attrazione nell’uomo. Un campo frammentato dai confini incerti.

Nel libro La maciara indaffarata” il prof. Larotonda apre brecce sulla significazione originaria della magia come punto mediano, non centrale, da cui vivificare contesti spesso accademicamente ispessiti e da cui capire l’anima multiforme della comunità lucana. Un prontuario di 100 argomenti o lemmi, corrispondenti ad altrettante azioni con cui donne e uomini del sud Italia tentavano di modificare la propria realtà, reagendo alle dure leggi provvidenziali e naturali, nel tentativo di colmare il vuoto lasciato dalla medicina ufficiale e dalle istituzioni. E’ la Basilicata degli anni ’50, dell’intero Mezzogiorno d’Italia nel secondo dopoguerra, dove nel senso di provvisorietà cresce la magia pur attingendo da un substrato religioso.

La maciara nelle parole di Larotonda era la “depositaria di un potere non solo medico ma stregonesco capace di sciogliere e legare le forze invisibili che pilotavano le armi della malattia e della morte”. Figura intermedia tra il medico ed il prete “era in grado di dialogare con i corpi e con i loro abitatori, era capace di dare rimedio a questo o a quel malessere”. Il ricorso a lei diventava imprescindibile nel caso di malattia e opportuno per legare l’innamorato. Magia e religiosità sono tessute in un intreccio sottile sia ne “La maciara indaffarata” che ne ”L’innamoramento in Basilicata”. L’innamoramento al tempo della civiltà contadina-rurale era una fase intensamente carica di simboli e riti, in cui la religiosità seppure lontana dagli schemi dottrinali agevolava l’amore. La maciara portava a consacrare la fattura d’amore in chiesa per renderla efficace.

Le donne lucane consideravano i Santi come fattucchieri del cielo. A Sant’Antonio si rivolgevano le donne per chiedere uno sposo. A San Donato si chiedeva il castigo per il fidanzato traditore affinché fosse toccato dal male del santo cioè l’epilessia. Scrive l’autore “E mentre Donato restava indifferente alle suppliche vendicative, Antonio dava la sensazione di sorridere gioiosamente”.  Il codice linguistico maschile dell’amore connotato da arditezza, ironia e allusività era disciplinato dalla censura sociale sino al limite della delicatezza. Adocchiata la ragazza in chiesa, al lavatoio, sull’ aia, con segnali e mosse discrete quali la “maffiatura” e le “passate” sotto la finestra della ragazza, l’innamorato manifestava il proprio impegno verso la ragazza e la comunità. Durante il periodo dell’innamoramento e del fidanzamento -racconta Larotonda- le regole sociali di comportamento danno all’innamorato “la certezza di sposare un essere che ha bisogno di fecondità, di fedeltà, e del calore della sua presenza.”. La donna viceversa doveva “ mantenere la purezza che si confonde con la sua attesa d’amore e la sua vulnerabilità fisica. alla quali darà sfogo nell’abbandono appassionato dopo il matrimonio”.

Ne “L’innamoramento in Basilicata”, magia e amore volteggiano nella ballata di Stella e Falce: “si dice che ai piedi del Vulture, quando finiva l’inverno e il vento finalmente si addormentava sui ruscelli dalla montagna scendevano le vergini dal passo leggero…  Ad attenderle c’erano giovani cavalieri… Luccicavan le corazze dei cavalieri e ondeggiavano le chiome delle vergini. Ma c’era una di loro che attendeva qualcuno capace di aprire con il sorriso le sue labbra. Egli venne e le disse: io sono Falce- E lei: io sono Stella… insieme cominciarono a volteggiare …l’allegria era nel loro abbraccio ed essa versava gocce di coralli nei loro occhi”.

Per descrivere le emozioni che la magia e l’amore sapevano generare non ci vorrebbe un antropologo -si legge tra le pagine dei due volumi- ma uno Shakespeare o un Dostoevskij, o uno spigolatore che erra per un campo di stoppie con la capacità di cogliere i concetti come dimensione esistenziale degli uomini che li hanno vissuti.