mercoledì, 28 Settembre , 2022
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Aria di rivoluzione con “Impressioni di settembre”

Sono l’icona di una generazione che ha creduto sempre nel cambiamento, in una rivoluzione culturale e sociale pronta a scoppiare ma che ha dovuto fare i conti con protagonismi e tradimenti che hanno intaccato tanti diritti e alimentato sfruttamento e delusioni. “Impressioni di settembre’’ della Premiata Forneria Marconi e di quel Franz Di Cioccio che continua a battere il ritmo di una “militanza’’ che inorgoglisce e fa il paio -come ricorda Armando Lostaglio con le “rivoluzioni’’ mancate, provate e innescate di Jules Le Jour (pseudonimo di un regista francese) o dallo scrittore russo Fedor Dostoevskij . Restano comunque le note di Impressioni di settembre a contrastare quelle stonate del voto del 25 settembre, con una Basilicata che dimezza i parlamentari e mal sopporta quelli imposti da fuori. “Intanto il sole fra la nebbia filtra già / il giorno come sempre sarà…’’ con il rock progressive della rivoluzionaria Pfm.

Impressioni di settembre

Sono cinquantuno anni da quando Impressioni di settembre scolpì insieme ad altre canzoni una generazione, fra il sogno e il divenire: quel brano della PFM – Premiata Forneria Marconi, scritto da Mussida, Mogol e Pagani – si impose indelebilmente. “Già l’odore della nebbia odor di grano /sale adagio verso me (…) e la vita nel mio petto batte piano / respiro la nebbia penso a te… sono un uomo in cerca di se stesso… /sono solo il suono del mio passo…” Come un affresco ha tracciato immagini di giovinezze che sapevano guardare oltre, ma che le contingenze fatte di disoccupazione ed emigrazione hanno cercato di frustrare e ridimensionare. Il brano ha infiammato la nostra piazza XX Settembre, solo un mese fa, grazie a Franz Di Cioccio che tiene ancora in vita la nostalgia del tempo che scorre.
Quelle “impressioni” ci conducono lontano: alla prima metà del secolo scorso, un regista francese (nome fittizio Jules Le Jour) immaginò di girare un breve film dal titolo forte per quegli anni “La rivoluzione”. Sosteneva: “Arruolerò migliaia di comparse e le filmerò mentre assaltano l’Eliseo. Alla fine tutti, comparse comprese, capiremo di essere usciti dalla finzione e di avere invaso la realtà…” Un regista visionario che non riuscì a girare mai un proprio film. Anni di utopie ma carichi di futuro, ansie che uscivano dalla ricostruzione e dagli anni del boom: gli anni Settanta gettarono le basi per una generazione che rappresentava la transizione, verso la costruzione di una società nuova e di più evolute economie. E come cantava la PFM: “… intanto il sole fra la nebbia filtra già / il giorno come sempre sarà”; il giorno del cambiamento che poi non accadde, almeno nel senso in cui si era immaginato. Per giungere quindi all’epilogo di questa parabola che inscrive la società contemporanea, o almeno in questo Paese, proprio come la intravedeva Dostoevskij due secoli fa, mutuando ai giorni nostri. Scriveva il sommo scrittore russo: “Sono un uomo ridicolo. Loro dicono che sono pazzo. Sarebbe un avanzamento di grado, se per loro non rimanessi pur sempre ridicolo come prima. Ma adesso ormai non mi arrabbio più, adesso li trovo tutti cari, anche quando ridono di me. Mi metterei addirittura a ridere anch’io assieme a loro, non di me stesso, ma per amor loro, se non provassi tanta tristezza a guardarli. Provo tristezza perché essi non conoscono la verità, mentre io la conosco…” E’ questo il prologo del Sogno di un uomo ridicolo, e sembra ovvio che ad essere biasimati siamo noi, che “non conosciamo la verità” e che subiamo angherie e vizi senza intervenire sulla scena nella “presa dell’Eliseo”. L’uomo ridicolo, col suo potere, fa bene la sua parte, si diverte coronando i suoi sogni. Ma il cambiamento, ancora una volta, si fa finta che si annunci, portandoci a votare e a credere nei sogni. E’ questa almeno una delle impressioni di settembre, mentre altri uomini (ridicoli?) pretendono di riprendersi la scena. Nel nostro Eliseo, senza di noi.

Armando Lostaglio

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