Marzio Pieri, nella postfazione al nuovo romanzo di Peppe Lomonaco “Arcobaleni e chiari di luna”, accosta i personaggi descritti nella narrazione agli omuncoli della pittura di Pieter Bruegel che nell’Olanda del ‘500 dipingeva l’umanità colta nella sua grottesca deformità morale.

Da parte mia, nella recensione all’altro suo libro “Gita aziendale” del 2013, paragonai quelle pagine ai quadri novecenteschi di Franz Borghese e di George Grosz, per la capacità di Lomonaco di evocare “l’aspetto grottesco del potere nelle divise stellate dei generali, nelle marsine dei padroni, nelle pance prominenti di bassi ricconi, nelle porpore dei ricchi prelati, nei cappelli a cilindro dei potenti”.

Quindi: se diversi lettori colgono nelle pagine di Peppe impressioni pittoriche, vorrà proprio dire che Lomonaco dipinge, quando scrive; che con la sua ironia, a volte crudele, disegna situazioni grottesche e offre ritratti di gruppo gustosi, sbeffeggiando gli impettiti portatori del potere e irridendo alla loro prosopopea.  Le descrizioni dei potenti i quali – fantozzianamente – assumono in questo nuovo romanzo roboanti nomi come l’Arcivescovo Monsignor Anselmo Augusto Gonzaga Accio Della Torre o il Prefetto sua Eccellenza Ignazio Simone Carlotto Delle Marchette, sono grotteschi e dettagliati resoconti sociali, densi di un significato politico che travalica le sterili stravaganze di Paolo Villaggio. Lomonaco con le sue iperboli riesce a descrivere la realtà sociale di un’epoca attraverso la lente dell’ironia e del grottesco, una dote che conserva immutata sin dalla sua pubblicazione d’esordio che fu “Visite eccellenti” e che anche in questa nuova opera mostra essere la sua cifra fondamentale. Accanto a questa, Peppe ha maturato la capacità di rappresentare con rara efficacia la realtà senza censure di opportunità letteraria (o civica o politica), quelle autocensure che caratterizzano la produzione letteraria del nostro paese ingessato culturalmente in un politicamente corretto fatto di ipocrisia se non di vera e propria omertà; si vede, si sa, ma non si dice.

Nella famosa lettera sul romanticismo al marchese Cesare D’Azeglio, nel 1823, Alessandro Manzoni scriveva che l’arte deve avere il vero come soggetto, l’interessante come mezzo e l’utile come fine; ebbene: Lomonaco è perfettamente allineato sulla strada della letteratura europea che a questi canoni dichiarava di ispirarsi sin dal secolo romantico. Interessante infatti, è il “mezzo”: le pagine di Peppe si leggono d’un fiato per la sua capacità di scandire fatti, avvenimenti, situazioni, in un canone narrante denso e asciutto, privo di digressioni e corredato solo di qualche (manzoniano) commento autorale. Circa il vero, penso che Lomonaco sia pioniere in Italia nella disvelazione letteraria di fatti, contesti e mentalità che hanno segnato la vita del paese e l’esistenza di migliaia di persone, senza aver mai assunto dignità letteraria e forse rimaste anche prive di narrazione storiografica. Non ho memoria di altri romanzi in cui si sia narrato espressamente delle discriminazioni   – sino alla persecuzione – cui vennero sottoposti i comunisti in Italia negli anni successivi alla Liberazione dal fascismo, fatte di licenziamenti, stretta sorveglianza e pedinamenti della polizia la cui squadra politica, lungi dal sorvegliare i fascisti posti fuori legge dalla Costituzione, era costituita da agenti di provata fede anticomunista (se non espressamente fascista); e poi le mancate assunzioni, la disparità di trattamento nei posti di lavoro, le schedature nelle fabbriche, oltre che nelle questure. Era impensabile – invece – che un ex partigiano potesse entrare in polizia o nei carabinieri né che potesse divenire ufficiale dell’esercito e Lomonaco narra delle discriminazioni durante la naja a carico di ragazzi, dalle questure segnalati avere idee di sinistra; racconta che le Banche negavano credito ai comunisti i quali quindi non potevano avviare attività d’impresa né agricola; racconta come agenti in divisa, sulle orme della Milizia fascista, continuavano a estorcere consumazioni e spesa gratis negli esercizi commerciali e sui banchi del mercato; ricorda che le chiese negavano battesimi ai bambini nati in famiglie di sinistra e di come pubblici funzionari subordina(va)no la erogazione di pubblici servizi alla mazzetta, in natura, in denaro , in vino, in sigarette estere; o di come sotto la panciuta divisa da maresciallo possa battere il cuore di un grassatore professionista. Lomonaco, insomma, racconta verità che nessun altro sin ora aveva scritto, offrendoci un pezzo della Storia rimasto un po’ in ombra e dandoci la misura del dolore di un Paese diviso, di una generazione discriminata ed emarginata in casa propria e doppiamente offesa se, oltre a essere comunista, era anche emigrato al nord dove si esponevano cartelli monitori: “non si fitta ai meridionali”. L’Italia si era liberata dal fascismo e tuttavia continuava l’attività di stretta sorveglianza di socialisti e comunisti che il fascismo avevano  combattuto e al contempo – assurdità della Storia – la neonata Repubblica reclutava Ministri degli Interni e capi della polizia e prefetti esattamente fra coloro che stesso servigio avevano svolto durante la dittatura fascista: Scelba e Tambroni furono addirittura Presidenti del Consiglio dei Ministri, macchiandosi di infami persecuzioni e uccisioni di operai che lottavano per il lavoro e per salari giusti, ponendo lo Stato, ancora, come già col fascismo, al servizio dei padroni industriali e agrari e contro chi si ribellava allo sfruttamento: il fascista-democristiano Tambroni come Bava Beccaris. Peppe Lomonaco, cita molte canzoni dell’epoca, la seguente strofa del Canzoniere delle Lame del 1971 rimane sottesa al suo romanzo ma ne rende il senso:

Ordine vuol dire combattere la mafia

ordine vuol dire no allo sfruttamento

ordine vuol dire lotta per la terra

e agli agrari dire no.

E se non vuoi chinar la testa

fatti aggiungere alla lista

chi non vuol chinar la testa è comunista.

Il protagonista del romanzo, come milioni di altri italiani in quegli anni, non pensa all’Unione Sovietica, pensa all’Italia, pensa alla propria condizione sociale ed economica: è un contadino, è un operaio e di fronte alla prepotenza e allo sfruttamento non vuole chinare la testa; legge e apprezza  il cinema di Antonioni e la lettura di libri “impegnati”, interessi che poi gli consentono di intuire la matrice esistente dietro la strategia della tensione che cominciò con la strage di Stato nella banca dell’Agricoltura il 12 dicembre 1969 a Milano passando per la misteriosa morte di Giangiacomo Feltrinelli nel 1972 e finì con gli anni di piombo, anni in cui apparati dello Stato agivano per bloccare la democrazia e impedire che le organizzazioni dei lavoratori potessero democraticamente eleggere rappresentanti nel governo.

Il libro di Peppe, infine, è a tutti gli effetti un romanzo storico fondato sul vero e sull’interessante e in quanto tale è anche, manzonianamente utile perché nel raccontarci il Novecento ci restituisce il clima di quegli anni e ce ne offre le coordinate sociali, prima che politiche; e soprattutto quelle umane, come forse solo nel famoso film di Bertolucci l’Italia ha saputo fare.

Peppe: aspettiamo il prossimo.