mercoledì, 19 Giugno , 2024
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ANCORA SULLA LETTERAPERTA DEI GIOVANI CREATIVI

Franco Martina con la consueta ironia cortese mi rimbrotta per esser andato ‘fuori tema’ nel commentare la ‘Letteraperta’ di Cresco. In effetti, ne ho ripreso soltanto un ‘vuoto’; quello politico, che i firmatari, al contrario, rivendicano quasi come contrassegno della propria azione. E io non glielo perdono.

E mi ripeto, ancora parafrasando Gramsci che ammonisce contro quegli approcci contemporanei che cercano una leva in un momento ipoteticamente sottratto al politico e alla politica «reale». Il ricorso a queste pratiche incontrerà il politico borghese nella sua forma più intensa, vale a dire, nella sua pretesa di essere momento organizzativo non politico bensì «tecnico» – e sempre e comunque «dall’alto». Ecco, è precisamente a questo esito che vorrebbero indirizzarsi anche i nostri ”creativi”, restando sopraffatti invece proprio dall’accidenti tecnico e dal suo reale beneficiario, in cui si trasforma oggi la politica “borghese”; rinunciando all’elaborazione di nuove pratiche di egemonia capaci di sfidare la cultura mainstream subalterna imposta per bocca della piccola politica e dai media, tutti al servizio di chi vuol vederci solo in quanto consumatori e merce di scambio fin nella nostra nuda vita. Occorrerebbe, piuttosto, elaborare nuove pratiche di egemonia capaci di sfidare quel che ci domina sul terreno della «società politica» esistente.

“Michele, aggiunge Franco, bisogna evitare di buttare bambino, bacinella e acqua sporca… La Fondazione è sulla strada della Ri.fondazione e .. lo statuto ha subito integrazioni e aggiustamenti che dovrebbero portare al cambio di passo… Occorre fare chiarezza: dove si vuole andare a parare con cultura e sistemi culturali. E’ importante, anche perché cultura è economia”. La stessa CRESCO, dopo la modifica apportata allo Statuto della Fondazione ha ringraziato il Presidente Pittella per “per il tono conciliante e la volontà a dialogare sui temi riguardanti il percorso verso Matera-Basilicata 2019.

Io non sono un “creativo” e non pretendo certo avere soluzioni rivoluzionarie: il mio “specifico”, tutt’al più è politico e in questi termini mi sono sempre espresso, da ultimo, lungo tutto gli interventi pubblicati su Giornalemio.it. Certo, chi ne abbia voglia potrebbe trovarci anche qualche indicazione di merito in quegli interventi. Ma le questioni e le domande che pongo sono essenzialmente politiche:

  • Se pure la forma urbana di Matera è figlia del Medioevo, anzi dei secoli centrali del Medioevo ..”. (Matera, di R. Demetrio), altro, invece, è la vicenda delle popolazioni e delle civiltà che si sono succedute in particolare sui nostri territori, e che concerne la lunga durata della storia che ha coinvolto le comunità rivierasche ioniche e dell’entroterra. Pare sicuramente problematica una datazione di quei processi d’incivilimento, di relazioni e scontri, specie sul versante adriatico-ionico. Ma indubitabile è il loro intreccio necessitato e millenario con le civiltà delle coste settentrionali e meridionali del Mare di mezzo. Quali persistenze si riscontrano ancor oggi nella storia di questi luoghi, utili a rappresentare un’altra idea di Mediterraneo e un diverso orizzonte al destino d’Europa? Oggi, poi, con le migrazioni in atto, avanguardia dell’esodo che si protrarrà per decenni e fintanto che non muti radicalmente la politica ‘neocoloniale’ occidentale , come fa una città meridionale a non ‘prendere partito’ per la soluzione pacifica dei conflitti nel tempo creati dagli europei, o con la loro complicità? Ne va della sopravvivenza stessa dei sud d’Europa, condannati altrimenti nei prossimi decenni alla miseria e ai vecchi e nuovi fondamentalismi. E la pace, si sa, non è soltanto una dichiarazione di buona volontà; è soprattutto pratica di tolleranza, di rispetto dell’alterità, buon vicinato.

“Questo è il momento di Matera, è il momento del Mediterraneo interiore. Da retroguardia ad avanguardia, da problema a risorsa.Andiamo a Matera da tanti luoghi del Sud per dire di un Sud in cui ci fa piacere restare e in cui presto arriveranno nuovi residenti, persone che vogliono uscire dal binario mortifero produzione-consumo.”, ha scritto Franco Arminio. Purtroppo però, il sociale come principio dell’esperienza comunitaria (familiare, di classe, ecc.) è scomparso. La garanzia dell’esistenza, prima affidata a un rapporto immediato con la natura o a rapporti politici e sociali di dipendenza – che nelle comunità e culture di tanti luoghi mediterranei è sopravvissuta ben oltre la fine della seconda Guerra mondiale, assume nell’ultimo cinquantennio anche da noi una forma generale: la forma del mercato e dell’eguaglianza giuridica che consente di far transitare tutti i bisogni e tutti gli interessi in un unico sistema di calcolo razionale, finendo con il precludere ogni altro tipo di identificazione evolutiva. Per quanto riguarda i popoli mediterranei, si può ancora ritenere che soltanto il dialogo tra le culture di una sponda e dell’altra del Mediterraneo ci permette di conoscerci meglio, di comprenderci, di confrontarci, di influenzarci a vicenda e forse di non rifugiarci più in fortezze identitarie. Luogo privilegiato del dialogo interculturale e della ‘misura’: il luogo dove, nonostante le guerre sante islamiche, le crociate, la reconquista, il duplice assedio ottomano di Vienna e le tristi pagine del colonialismo e della sanguinosa liberazione coloniale, dell’offensivo post-colonialismo e dell’esodo biblico che sta provocando, non si sono mai affermati stabilmente né universalismi, né fondamentalismi.

E qui sta anche la vera identità europea, come ha scritto Franco Cassano. E’ fondata sui trasferimenti da una sponda all’altra, sui transiti e sugli arrivi, sugli scambi, gli incroci, le contaminazioni, le traduzioni e le impurità. Confondere la civiltà europea mediterranea con tutta intera la realtà europea, vuol nascondere la difficoltà di concepire un’Europa meno eurocentrica, più consapevole di sé stessa e meno soggetta all’americanizzazione.

  • Ecco, questo decentramento dello sguardo sull’Europa e l’Occidente, che è ancora esperienza ‘meridionale’ e mediterranea, può aiutarci nella riscoperta del ‘limite’ – dell’equilibrio tra individuo e comunità, tra uomo e natura. E pesare, anche quantitativamente nel destino dell’area mediterranea come di tutto intero l’Occidente.

Matera può diventare davvero la città della cultura e dell’innovazione se riesce a proporre una nuova e più alta mediazione fra società ed economia e fra politica e società. Una città che sappia produrre una nuova aristocrazia popolare, come lo è stata quella dei contadini e dei braccianti delle lotte contadine e per il risanamento dei Sassi; che contrasti la miopia di una ‘borghesia’ tradizionale che si limita a difendere i propri privilegi.

Una città del futuro, in cui la ricchezza immateriale, l’arte, la bellezza architettonica, l’originalità del divertimento, sappiano incontrare una società più sobria e austera, che viva la propria esperienza quotidiana come la missione di una nuova civilizzazione.

Matera, insomma, come alternativa alla speculazione edilizia e al trasformismo alimentato dalla spesa pubblica. Matera come luogo della memoria nobile della cultura di relazione e del Vicinato.

 

  • Ma anche l’assunzione della categoria del genere (ovviamente intrecciata costantemente con quelle di classe sociale, età, differenza culturale, di orientamento sessuale etc.), come metro della qualità del vivere e non più o non tanto quella quantitativa, oggi causa del malessere urbano, ci aiuterebbe enormemente a guardare e guardarci con altri occhi. Riconoscendo che questo approccio incontra le metodologie di progettazione ‘target oriented’ più avanzate, attente alla specificità dei bisogni delle diverse fasce di popolazione, nella ricerca di nuovi modelli di sostenibilità ambientale e sociale del territorio per:
  • il rispetto delle differenze e la sperimentazione di nuovi ideali di vita urbana
  • il primato di un’etica pubblica fondata sulla responsabilità di chi amministra, sul senso del limite e sul principio della partecipazione e del coinvolgimento popolare nelle scelte
  • il miglioramento della qualità della vita di tutte e tutti attraverso il valore sociale del lavoro di cura, approntando un disegno di spazi e norme d’uso che ne garantisca il pieno sviluppo
  • la presa d’atto del conflitto in atto tra crescita economica e qualità della vita, definendo strategie e strumenti per il controllo pubblico degli operatori economici
  • la massimizzazione del valore d’uso dei suoli urbani a partire da una puntuale ricognizione dei bisogni del presente e del prossimo futuro
  • la subordinazione di qualsiasi ipotesi di nuova edificazione ad una approfondita verifica delle possibilità di riuso del patrimonio esistente
  • l’inalienabilità del diritto di ogni persona alla casa e ad una adeguata dotazione di servizi pubblici situati a ragionevole distanza dalla sua abitazione
  • la scelta della strada della cooperazione e della solidarietà nelle relazioni con le altre città, opponendosi attivamente alle pressioni verso competizioni sterili e immorali
  • l’adozione di processi decisionali inclusivi per definire il progetto pubblico della città.

Il vicinato sembrava morto con lo sgombero dei Sassi. Potrebbe tornare a nuova vita come ‘vicinato elettivo’dovunque, se non resta sepolto definitivamente nella museificazione e nella sfiguramento a servizio della locanda o della tavola calda; domani, della nuova rendita di posizione. Che possono dire – in proposito – i “creativi “di CRESCO dell’ultimo scempio introdotto nella legge regionale che consente il cambio di destinazione d’uso persino nei Sassi? Vanno bene, dunque, i ‘Sassi b&b’?  Non possono dir nulla, ostinandosi nel tener fuori la politica dal loro impegno! A riprova della pericolosità del “tecnico” che rinuncia alla politica, alla difesa della Città e del territorio (giacché la stessa cosa sta avvenendo nelle compravendite dei paesi dell’interno).

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