Subbuglio”, d’Alessandra Peluso, prefazione di Marcello Aprile, i Quaderni del Bardo (Lecce, 2020), pag. 128.

“La gelosia logora / delira la mente / il corpo affonda”. Basterebbe questo incipit d’un componimento privo, come tutti gli altri di “Subbuglio”, del titolo; sarebbe sufficiente questa battuta d’incenso a definire il corpo amoroso della poesia dell’ultima raccolta d’Alessandra Peluso. Epperò non ci dobbiamo lasciar ingannare dalle condivisione dei sensi, dalla coincidenza del tema con il sentire assecondato alle quotidianità di noi resto del mondo in miniatura. Perché, definisce magnificamente in sede di prefazione Aprile, il dire di Peluso è molto ma molto di più. A cominciare dal coraggio di scrivere: “con un bacio / sigillare il nostro amore”: ché è formula digeribile soltanto affondata in una immagine-pensiero più ampia e meravigliante.

In alcuni tempi tematici Alessandra Peluso pare affrontare maggiormente la vocazione di Patrizia Cavalli che l’intenzione esistenziale del nostro Toma. Vedi (…) “sesso solo sesso / per sentirci unico / concreto pensiero // ora mi hai lasciato / inatteso vuoto / spezzata eternità // quale amaro profumo”. Con un accento inedito, ovvio. Ci sono due modi di leggere queste poesie.

Il primo rimanda con chiarezza alla permanenza della formazione d’Alessandra Peluso, filosofica in primis. Il secondo dimentica completamente la lezione culturale della poetessa: ovvero alimenta un pensiero tanto sublimato in carne e azioni da diventare pura materia pura. Il libro, per dire, è dedicato ad Amore e a Psiche.

Comunque. “Il linguaggio è energico, sostenuto, accurato, ricco di inversioni, di accumulazioni di aggettivi ricchi di sfumature e portatori di dimensioni esatte e coinvolgenti”, ragiona M. Aprile. Con considerazioni che ci permettono di trovare la chiave adeguata per aprire una porta invitante a partiture di sensazioni misurate, messe in pausa da sottolineature erotiche annunciate da coccolate da cauto clamore. Il volume freme.

Come fervono, poi, tutti i versi di Subbuglio. “Vorrei tanto sentire / la tua bocca / di glicine vestita / umettare la pelle mia sola / come una zona protetta / dal passaggio dei vandali / bagnata come la laguna veneta / potrei / se solo tu fossi / meno algida e accogliessi me. / Bocca tagliente / lingua avvolgente / bramo la voglia di te /: cerco vita”.

Avevamo conosciuto Peluso nel 2003, grazie alla pubblicazione di “Ritorno sorgente” (LietoColle, Como) – quella dotata di prefazione firmata proprio da Stefano Donno della iQdb – , di sicuro meno evocativa. E qui siamo appunto oltre.