Quando si tratta di interessi, tasse o danaro, ma ‘ pecunia non olet’ ripete una allocuzione latina, il rapporto tra Stato nei suoi addentellati e Chiesa, spesso si incrina perchè si tratta di Istituzioni con una autorevolezza radicata che richiede un pizzico di sensibilità e rispetto per evitare diatribe che, a volte, finiscono in contenziosi. Oggi sul ricorrente pagamento dell’Imu nelle strutture ricettive di pregio, sopratutto nella Capitale, gestite da enti e ordini religiosi o sul sostegno a scuole parificate, ma ieri si trattava di introiti su latifondi e su quello che producevano, appannaggio secolare di Ordini davvero potenti spesso retti da priori o badesse. Erano espressione di famiglie nobiliari come volevano scelte e obblighi del passato, alla guida di conventi con possedimenti, armenti, frutteti che rendevano moltissimo e impegnavano tante braccia e bocche da sfamare. E quando una ” Università”, una municipalità del XVII secolo, osava per dirla con Fabrizio ”Faber” De Andrè rivedere l’ordine costituito, intaccando privilegi e introiti costituiti nei confronti della Chiesa, e allora – per reazione- ci poteva scappare anche una scomunica nei confronti di sindaco e giunta ”forzando” la mano a commi e cavilli di una ”Bolla in coena Domini”. Ed è quello che ci racconta un appassionato di storia locale come Francesco Paolo Francione nell’ultimo lavoro ” Il sindaco scomunicato. Cultura e società nel XVII secolo a Matera” edito da SUMA di Sammichele di Bari. Sì proprio la città della ”zampina” quella salsiccia a base di carne bovina, ovina, suina condita con altri ingredienti, regina di tante sagre, che in questo lavoro ci mette più di uno zampino e nel solco di tante ”S”. A cominciare dall’invenzione grafica di copertina, che mette insieme le parole sindaco e scomunicato, il nobile Marzio ” Marco” Malvindi della Forza, per passare a parole intense come sofferenza e ”santità” che caratterizzeranno la vita di quell’uomo fiero ma tribolato, fino al trapasso e all’eredità per Matera. Un contributo in danaro ( con tentativi di accaparramento di vari livelli ecclesiastici) per la realizzazione di quello che sarà il seminario di Palazzo Lanfranchi, che lascerà comunque tra dubbi e una vittoria dal sapore amaro del Vescovo Giovanni Battista Spinola,che coltivò fino alla fine il sogno di diventare papa. Ma- da quanto riferisce l’autore nell’ultimo paragrafo, citando altre fonti- fece confluire i suoi voti alla morte di Innocenzo XI sul cardinale Pietro Vito Ottoboni, “ritrovandosi acciaccato dalla podagra (la gotta ndr) et stroppio da mezzo in giù”.
Francione ci racconta in forma romanzata di questo contenzioso,uno dei tanti della storia di una Penisola, fatti di Regni, stati, staterelli, concessioni, prelati e principi con tutta la corte di diversi livelli e brame di potere che videro Matera oggetto di appettiti, rinunce, ricatti e riscatti per gestirne proprietà e introiti durante i reami spagnoli e francesi . Un periodo segnato anche da quell’aria pulita che veniva dalla stagione degli “Alberi della Libertà” , fatta di speranze e di repressioni e di un seme che cresceva qua e là gettato da ”eretici” del sapere come Giordano Bruno e Tommaso Campanella, che finirono nel sacro fuoco e furore dell’intolleranza. La storia del ” Sindaco Scomunicato” come riporta con tanti spunti di riflessione Angelo Raffaele Bianchi nella presentazione,è una affresco delle vicende dell’epoca che coinvolse oltre a nobili e clero, università e chiesa, popolo, avventurieri e uomini del sapere come il filosofo Padre Serafino da Salandra, che con il Suo ”Adamo” procurò le reazioni dei bempensanti, il poeta Michelangelo Latronico e intellettuali come Tommaso Stigliani.

Bianchi va oltre, e appassionato di ricerca storica come è, giudica come ”sarebbe interessante poter verificare quale consistenza avesse avuto anche da noi quel movimento per il grande rinnovamento spirituale e sociale, che gli accadimenti intorno alla metà dei Seicento a Napoli e nelle province, sembravano rendere di imminente compimento”. E qui al ricercatore che voglia approfondire vengono indicati alcuni testi da consultare, dopo quelli di Raffaele Giuralongo su ”La bolla in Coena Domini ”, “Le franchigie e il clero meridionale”, Clero e borghesia nella campagna meridionale” ,i riscontri che ornano il ciclo di affreschi nel cenobio cassinese di Montescaglioso, alcuni manoscritti del fondo Gattini, i rapporti tra famiglie nobiliari come Malvindi e Ulmo (ne ha scritto di recente Riccardo Riccardi) fino alla epigrafe incisa su una lastra di pietra nell’aula dell’edificio del Sedile. Il resto ce lo racconta Francesco Paolo Francione con puntiglio e tanta coloriture sulla Matera del passato, circoscritta ai rioni Sassi (lo diciamo a superficiali e grafici da diporto,Sassi si scrive in lettera maiuscola), vite di casati e monasteri, povertà, ignoranza, bambini abbandonati alla mercè dei mercanti di schiavi, meretricio diffuso con tante povere ragazze come Liboria e Genoveffa costrette a finire in strada o ad essere avviate al noviziato perchè impossibilitate a farsi una dote (a loro pensò anche Marco Malvindi ), senza dimenticare la ”benemerita” (si fa per dire) ‘confraternita carnale’ che cosentì di soddisfare i bisogni dello spirito e della carne. E poi il clima di superstizione, il ruolo dei ciarlatani che per una rapida ”salvezza dell’anima chiedevano tre messe al prezzo di 100 educati” . Nè più nè meno di quanto denunciato da Martin Lutero, autore della Riforma, che denunciò la vendita di indulgenze per la fabbrica di San Pietro con l’ammiccante invito ” Per un soldin che cade nella cassetta l’anima vola in cielo benedetta”. E poi il diffuso mercato delle reliquie, la confraternita dei ‘precamorti” e i pranzi trimalcioneschi a matrimoni nobiliari con i convitati fino a inzuppare di vino la pappagorgia.

Francione è prodigo particolari sugli amori e le sofferenze del sindaco Marco Malvini, della sua umile giunta che osò applicare le franchigie e della scomunica subita con tanto di argomentazioni in latino. Una ‘bolla’ fatta affiggere dal Vescovo Giovanni Battista Spinola davanti alle porte delle Chiese. La città si divise, con tanti pusillanimi, voltagabbana, e tentativi di mediazione per ricomporre la cosa come Luigi Gamboa, le precisazioni di Silvestro Gattini che spiegò come il provvedimento sulle franchigie non inficiava nulla, fino ai compromessi ”preparati” per tempo e con vantaggi per la Chiesa, che il Vescovo utilizzò appieno facendone una questione di principio e di potere in occasione del ‘solenne mea culpa’ di perdono pronunciato in cattedrale dal sindaco. Un racconto, che per vicende verosimili e personaggi, meriterebbe una trasposizione cinematografica o teatrale su una parte poco conosciuta della storia di Matera. E del resto,per certi versi sempre attuale, con quel “Cesaropapismo” lungo a morire fino alla ”Libera chiesa in Libero Stato” di cavouriana memoria, passando per la ” breccia di Porta Pia ” che segnò la confisca di tanti beni ecclesiastici. E poi i Patti Lateranensi del Ventennio , seguiti dai ”Concordati” della Prima e Seconda Repubblica ai contenziosi sul pagamento dell’Imu delle strutture ricettive gestite da religiose, alla scuole parificate, alla rivalutazioni di beni immobili. Per Francione altri capitoli da aggiungere tra tanti ” Non Possumus”, ” Non Expedit!” e silenzi assensi passati per delibere, concessioni, usucapioni e concessioni e con quel ”Bos Lassus” citato nel libro, che attende pazientemente di riprendersi orizzonti e proprietà.