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A Natale puoi..appicciare il mondo

Le feste vanno celebrate come cadono, direbbe l’almanacco di frate Indovino.
Ma l’espressione della spiritualità non si ferma ai festeggiamenti, direbbe un ispirato omelista.
Questo nostro millennio sta producendo più storia dinamitarda di quanto sia umanamente biodegradabile.
Urge quindi una MORATORIA sugli aspetti più banalmente cruenti legati al Natale.
Che si materializzano in fuochi d’artificio, botti, mortaretti, petardi, castagnette e razzi.
Sono riti distruttivi, autocelebrativi, apotropaici.
La tradizione offre solo un alibi parziale all’usanza tossica degli spari, che non è nata col Natale: Marco Polo portò la polvere nera dalla Cina solo nel 1295, ed il suo impiego nelle feste popolari a fin di meraviglia si impose nel periodo assolutistico che ebbe il suo apogeo nel ‘600/’700.
Inoltre, l’allegria della festa non può eclissare, ad es. l’annuale strage degli agnelli. Ho sfogliato Internet sul rapporto tra Natale e AGNELLI: compaiono solo le più succulenti ricette.
Nemmeno un dubbio etico sfiora le coscienze internautiche.
E che dire del sacrificio di ABETI, già stressati dal cambiamento climatico. Magari una parte di opinione pubblica è contrario a tale effimero spreco di vegetazione arborea. Conseguenze: zero.
E per l’ambiente, i succedanei in Pvc e Pe sono anche peggio.
Per quanto riguarda le notti degli spari, siamo realisti: nulla possiamo opporre dal basso ad un tale evento di forza maggiore. “Act of god”, recita il diritto inglese, al pari di un terremoto.
Vai ad immaginarti una pattuglia che interviene al culmine della festa, e toglie gli ordigni accesi dalle mani frementi di una massa con la fregola del botto!
Per una volta non vengono in mente omissioni dei sindaci, imbelli come tutti noi. Si limitano ad emettere, per scarico di coscienza, copiose grida manzoniane, e ciò per ogni singolo Comune d’Italia.
Ma potrebbero anche dichiarare una resa generalizzata.

In sulfurei ambienti come Berlino, o in alcune città francesi, spuntano egomani alla Cecco Angiolieri: “S’I” FOSSE FOCO ARDEREI LO MONDO”.
I mattacchioni metropolitani riescono a lanciare con mira infallibile petardi e bombe artigianali su poliziotti, pompieri, e qualsiasi divisa in circolazione.
Con una parafrasi, direi: “Semel in anno licet REM PUBLICAM EVERTERE”.
E alla fine, tutti rei, nessun reo.
Ciò detto, governo e parlamento avrebbero i mezzi per vanificare all’origine, almeno in parte, la fabbricazione ed il commercio di tali gingilli di distruzione.
Ma classe dirigente, dove sei?
In origine, gli “spari” erano del genere noblesse oblige.
Erano accompagnati da musica e da scene teatrali con tanto di quinte barocche.
Sono perfino oggetto di studio dell’odierna storia dell’arte.
Vi immaginate gli odierni eccessi balistici studiati come reperti d’arte?
Sono piuttosto di pertinenza dell’arte bellica, vista la potenza di fuoco che hanno raggiunto.
E del cinema horror, per le conseguenze su animali umani e non.
Nel bene e nel male, secondo il sociologo Sacha Szabo, di scuola “strutturalistica pop”, mandare in fumo il contante guadagnato col sudore della fronte è segno di spirito anti-utilitaristico.
In un gesto che trascende il pensiero razionale, si esalta il libero arbitrio (direi il caos demenziale), e ci si dona consapevolezza della FUGACITA DEI VALORI ECONOMICI.
(www.sacha-szabo.de).
In epoca barocca, i fuochi comandavano artisticamente ubbidienza alle signorie.
Invece oggi “l’aristocrazia si è estinta, quindi il popolo sovrano CELEBRA SE STESSO”, scrive Szabo.
Apprezzabile il suo spirito anti-calvinistico.
Ma temo che sia la prima che la seconda proposizione tradiscano una (voluta) ingenuità da parte del sociologo pop.
Che tra l’altro usa scrivere lettere a Babbo Natale. Pare che ci creda davvero!
L’aristocrazia si è estinta?
E se invece gli ex hippy, ex whiz kid della Silicon Valley ed i maghi della finanza, ci stiano imponendo delle BARONIE feudali, fondate sui loro monopoli planetari? (vedi le tesi di Yanis Varoufakis).

Anche lo scialo oggi non è da meno da quello di epoche passate. Basti considerare certe feste nuziali megagalattiche, o per limitarci all’infragalattico, viaggi in nuce di turismo lunare per miliardari. ln fondo, il lusso è una costante smodata della storia umana, com’era anche il potlach per gli indiani d’America. Non penso che altre specie animali sentano il bisogno di buttare risorse dalla finestra. E che il popolo eserciti una sovranità reale, di grazia salvateci il Natale da una tale querelle. Che sfocia anche nel referendum costituzionale, in cui una mistificante idea di sovranità popolare viene brandita contro l’indipendenza dei pm. Ma, per ritornare a bomba (mai metafora fu tanto calzante), i botti producono nella mia esperienza natalizia una bolla atemporale. Già 2-3 settimane prima di Natale, il mio cane Pataud è ricacciato in casa dall’odore di polvere pirica, prima ancora che dalle deflagrazioni. E con lui anch’io perdo interesse alla festa. Per consolarmi, ho una fatwa non violenta da farfugliare durante tutto l’avvento. Prego dal profondo della mia fede atea che la vera performance pirotecnica sia data da provvidenziali TUONI E FULMINI. Che squarcino i cieli, lasciando a bocca aperta, e con le mani in mano, i fuochisti. E che per contrappasso un inesorabile cumulonimbus di Fantozzi stazioni sulle loro teste fumanti rinfrescandole. Scherzi a parte, spiace che mettano a rischio la loro stessa (e altrui) salute, per servire una maggioritaria voluttà incendiaria. (Per il danno a salute e ambiente, vedi  parte II).

Stefano Matera
Stefano Matera
La mia fatica di Sisifo è stata occuparmi da sempre del fenomeno lingue. Le ho studiate in Germania e Irlanda, per poi lavorare come traduttore. Con tutta l'ammirazione per le virtù del medium, non sarò mai un giornalista, di quelli che dicono della loro professione: "Meglio che lavorare". Non fa per me la separazione ipocrita di fatti e opinioni. Credo nella dialettica e nei dialetti, nella laboriosità del pensiero lento. La forma è contenuto, e si lascia cesellare fino a dare il più grande risalto alle idee che, si spera, hanno in sé la verve per salvarci. Ci vorrà del lavoro a riempire il baratro di apatia in cui è precipitato il pensiero.
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