A guardare il Nord”, di Massimiliano Santarossa, Edizioni Biblioteca dell’Immagine (Pordenone, 2021), pag. 501, euro 15.00.

Scrivere significa svelare segreti, raccontare quel che accade dietro gli angoli dei palazzi, all’ombra delle piazze, cosa si trova nella zona poco conosciuta e frequentata delle piccole metropoli, nostre moderne”. Questa dichiarazione d’intenti, in pratica, l’abbiamo estratta dall’ultima colossale opera di Massimiliano Santarossa, “A guardare il Nord”.

Ma procediamo con cautela.

Dall’Editore, dunque. Ché l’Edizioni Biblioteca dell’Immagine, oltre ad aver dato gambe a più libri proprio di Santarossa, se non erriamo, è lo stesso che per esempio illo tempore ci fece conoscere i versi di Federico Tavan.

Questo poderoso libro di Santarossa è suddiviso in: “I ruggenti anni Ottanta”, “Si vola si va, agl’anni Novanta”, “Mille e non più mille; avanti Duemila!”, “Il secondo senza tempo; ovunque tu sia, Occidente!”, “L’Epoca nuova? Nella Pandemia, la Storia si ripete”. E parte dall’inconfutabile situazione: “La ma generazione è nata nel mondo contadino, è cresciuta nel mondo operaio, oggi vive nel mondo tecnologico, uno su dieci ce l’ha fatta, io vi racconto gli altri nove”. Con una specie d’esergo nel corpo delle prime narrazioni: “Noi del branco ci sballavamo a litri d’alcol, altri a botte di droga, per scappare dalle prigioni della mente, della vita, nostre, tutte e solo nostre, mica rivoluzioni, i ricchi han tempo a far la rivoluzione, qua si lavorava e ci si sballava, e questo è quanto”. Dunque l’autore riporta i fallimenti. Di battaglie combattute davvero giorno per giorno, e di sicuro tutte perse. Senza infierire con giudizi o morale giudicanti. Perché lo sguardo del benpensante allo scrittore di Villanova, fa schifo.

L’uomo camminava osservando il nulla”. Strappata dal fegato delle scritture di Santarossa, in quanto stiamo parlando dell’opera omnia – che appunto contiene ogni romanzo e racconto dell’autore della provincia di Pordenone ambientati in Friuli -, potrebbe essere una frase mutuata a ragione di titolo del imperioso volume. Un mondo gigante racchiuso in vent’anni di studio e narrati in pagine di cuore, seppur formalmente fredde e grigie, proprio dove oggi il Nord di Massimiliano Santarossa è condizionato giorno e notte da caldo persino afoso e non più solamente da caratterizzazioni a base di freddo e piogge.

Santarossa, come piacerebbe molto al nostro Giuseppe Lupo, entra nella fotografia d’un’epoca partita nell’agosto ’84 (con l’urlo di Mike Buongiorno dopo la legge sulle liberalizzazioni delle frequenze televisive) e finita nel marzo 2020 con le lacrime di Bergamo per il transito delle bare dei morti per covid19.

Dal punto di vista editoriale, sono qui riproposti – integralmente – gli scritti esplicitamente dedicati agli anni Ottanta (“Storie dal fondo”, “Gioventù d’asfalto”), quelli dell’altrettanto festaiolo decennio successivo (“Hai mai fatto parte della nostra gioventù?”, “Viaggio nella notte”), prima di arrivare a un presente all’incrocio tra realtà e cronaca pura (“Padania”, “Metropoli” ecc.). Passando per gli articoli scritti nel marzo-aprile 2020 per il Messaggero Veneto, quasi a chiudere un cerchio. Ricordando ancora una volta che siamo in Friuli e Veneto, “perché Nord-est era un’invenzione legata all’economia, che ormai è crollata”, ha recentemente spiegato rispondendo a un’intervista l’autore.

Lo scavo, a questo punto, racconta in che modo e maniera l’economia vincente di questo pezzo abbondante e miracolato di Settentrione, presa l’ultima botta della crisi pandemica, cola a picco nelle convinzioni dei suoi dominus. Una vasta illusione, è stata. Ma tanto buona da far credere tante e tanti d’esser super-potenti, invincibili, indispensabili persino. Massimiliano Santarossa, però, fa parte anche di quella categoria di scrittori che osservano e raccontano ma, ovviamente, illustrando il futuro che ipotizzano. E che, poi ancora, s’augurano accada magari

In “Metropoli” s’arriva forse al massimo della consapevolezza: “Sì, fa impressione: l’ho scritto 7-8 anni fa, è ambientato nel 2035 – ha affermato l’autore – e ci sono pagine dove si ipotizza il crollo dell’Occidente nel dicembre 2019 dopo una crisi economica e un grande morbo! Una frase in particolare mi ha molto colpito nel rileggerla: nella guerra tra i corpi e il morbo vinse il morbo, nella guerra tra economia e debito vinse il debito”.