Mimose sempre più appassite per l’8 marzo, ormai una data celebrativa, di taglio commerciale come quelle del papà, della mamma, dei nonni e chissà di altre ricorrenze che prima o poi saranno fissate nel calendario delle celebrazioni famigliari come quella per la coppia allargata, tollerata o dello stesso sesso oppure, perché no, per l’animale d’affezione.

Per la festa della donna fiori e cioccolatini, viaggi e dediche, tra serate in pizzeria o a lume di candela per la donna della vita o dell’altra metà del cielo e della terra, destinati a essere bruciati o dimenticati in un giorno, magari lasciando sotto il tappeto  i contenuti e le motivazioni di rapporti  nati e sviluppatisi con Adamo ed Eva.

Peccati, protagonismi, discriminazioni, lavoro, sentimento, frustrazioni, maltrattamenti, amore, amicizia, carrierismo, maternità, finiscono così  nello ‘’shaker’’ dell’ 8 marzo con la miriade di storie da raccontare su giornali, riviste o nelle coloratissime trasmissioni tv tutte gossip e commiserazioni fatte ad arte, che finiscono con il deviare dalle problematiche femminili che meritano attenzione tutto l’anno.

Una pubblicità progresso governativa ricorda che ci sono poche donne imprenditrici e poche impegnate in politica: un pò per una questione di culturale, un pò per la farraginosità di percorsi e procedure di accesso alla stanza dei bottoni e un pò per vittimismo e un po’ per un senso di responsabilità che si trincera- ma fino a un certo punto- nel  ruolo sovrapposto e poco sostenibile di madre, moglie, manager e altro ancora.

Se poi ci aggiungiamo lo slogan trito e ritrito delle pari opportunità, fatto di convegnistica, protagonismo autocelebrativo, sportelli virtuali e relazioni, ma senza una continuità durante l’anno, delle cose da fare e dei percorsi da avviare per consentire e non solo alle donne  di poter dimostrare sul campo cosa sanno e possono fare per sé stesse e per la società, finiamo nel vicolo cieco delle celebrazioni e della inconcludenza, come il mazzetto di mimose che il giorno dopo finisce nel cestino dei rifiuti…

Tutto o quasi in funzione di una giornata, nata per ricordare le vittime di un opificio newyorkese, che morirono nel 900 tra le fiamme del loro opificio. E non sono state le uniche.

Quelle storie continuano a ripetersi con il prosperare del precariato e del lavoro nero e di tante vicende di sfruttamento e maltrattamenti, alternate – nella cronaca- ai modelli stereotipati di donne di successo o di oggetto, che fanno vendere tutto quello che riguarda il loro mondo…dalla lingerie ai prodotti di igiene intima e di bellezza, alla filiera del bello e del lusso, fino ai prodotti che coinvolgono il partner dalla pillola azzurra e dell’auto glamour ( celebre la pubblicità della FCA 500), all’accostamento del luogo comune ‘’ donne e motori…’’ come la losanga della Renault Clio che la fanno diventare una ‘’Clito’’  con la figura  del pollice e all’indice uniti delle due mani come  nella provocatoria simbologia delle femministe, ai metodi e ai farmaci portentosi contro l’impotenza che garantiscono erezioni durature e performanti (diffuse  negli spot di tante pagine web), fino alle sfumature di grigio della cinematografia oppure del potere femminile di best seller librari.

Una filiera che punta sul ‘’brand’’ donna o testimonial per una sequenza di reality recitati ad arte  sul canale tv all’insegna della ‘’alta infedeltà’’ con triangoli, tradimenti e riappacificazioni stimolati da ambientazioni e situazioni da buco della serratura, interrotti dagli spot all’insegna del ‘’anche in certi giorni…’’ con le teorie iperormonali da impulsi libidinosi irrefrenabili.

E qui si inserisce, ma sempre ad arte, la cultura della diversità e delle nuove identità  (sociologi, blogger e via elencando vanno in brodo di giuggiole…) che il cliché lucano delle ‘’pari opportunità’’ ancora non annovera, perché le mode tardano ad arrivare  o perché la famiglia tradizionale sembra tenere nonostante l’aumento delle separazioni, delle convivenze e degli stili di vita che si perdono dietro a sguardi e allusioni.

E’ l’altra faccia dell’ 8 marzo poco analizzata, che fa il paio con le tante donne senza lavoro, che soffrono in silenzio, vivono con dignità un desiderio di pari opportunità da realizzare tutti i giorni, tutto l’anno rimuovendo in concreto culture, luoghi comuni, barriere che le impediscono di vivere con l’altra metà del cielo. Quell’altra metà, l’uomo, che spesso vive su un piedistallo traballante, instabile, perché non sa, non vuole o non riesce a vedere l’altra parte ‘’rosa’’, se preferite, che con lei può  cambiare in meglio la vita di tutti i giorni.

Partiamo dagli occhi della verità, con l’aiuto delle donne che vogliono cambiare superando celebrazioni, apparenze e rituali di una festa tinta di giallo e con poco profumo di mimose. Troveremo  gli occhi del cuore e un motivo in più per dare un significato concreto e duraturo a quel mazzetto di fiori.