Il Novecento ha visto importanti cambiamenti nella organizzazione sociale e nell’evoluzione dei parametri morali che presidiano i rapporti fra i sessi. Attraverso varie tappe, dalla grande guerra alla caduta del fascismo; dal diritto di voto con la Repubblica, al boom economico che apriva le fabbriche alle operaie; dalla contestazione al movimento del Sessantotto; dalla secolarizzazione della società a una maggiore cultura e diversa concezione dei diritti umani, la donna ha acquisito diritti che mai aveva avuto in passato e gode oggi di libertà e autonomia in misura impensabile nei secoli scorsi.

La parità dei sessi, però, è tutt’altro che compiuta e i dati sulla violenza di genere non sono confortanti.

Negli ultimi tempi compaiono preoccupanti segnali di regressione sul terreno dei diritti delle donne e di arretramento sul piano culturale,  mentre riemergono in varie componenti della società gruppi politici o di ispirazione religiosa che tendono a negare e a cancellare i diritti acquisiti dalle donne nel corso del Novecento; essi esprimono a voce aperta, in Italia e in altri paesi europei come Polonia, Ungheria e altri, tendenze autoritarie che hanno come punto di forza nella compressione della società intera, la oppressione del corpo della donna, la repressione della sessualità femminile, la negazione e messa in discussione dei diritti civili acquisiti dalla donna la cui figura si vuole venga ricondotta nello schema di madre-fattrice-vergine-silente, stereotipo disumano comune alle religioni monoteiste e strumento di oppressione e violazione sistematica dei diritti umani in vaste zone del mondo.

In Italia, cessati i fermenti culturali e politici degli anni ‘70, svanito il movimento femminista, disperse le fila culturali di una sinistra portatrice di idee progressiste, tramontati i partiti della sinistra che avevano programmi riformisti, disciolti i collettivi che furono aggregazione sociale e pungolo politico, le donne non riescono più, in questa mutata temperie culturale, a esprimere istanze che chiedano rappresentanza, a proporre mutamenti di cultura e mentalità e sono anzi tornate a essere monadi, nuovamente isolate, ciascuna con il suo vissuto e vittime designate di discriminazione e di frequente violenza.

L’Assemblea generale dell’ONU, alle soglie del nuovo millennio, ha istituito per il 25 novembre la giornata mondiale per la eliminazione delle violenze sulle donne, una data importante che però, se non viene riempita di contenuti nei restanti 364 giorni dell’anno, diviene, come già è accaduto per l’ottomarzo, solo una delle tante ricorrenze care ai fiorai o ai venditori di scarpette rosse. Tramontati gli anni del femminismo militante, il senso profondo della data dell’otto di marzo è scomparso per far posto a mimose-un-mazzo-5euro, mentre i tempi del riscatto sociale di genere sono finiti a una serata in pizzeria per sole donne a volte allietate da uno streap-teas maschile, nella triste imitazione di un modello maschilista evidentemente interiorizzato da tante donne: esattamente l’esaltazione della subalternità femminile che si deve accontentare del “pensiero” di un mazzo di fiori e di una serata di libertà all’anno facendo quel che fanno certi uomini in certe loro serate.

Se si rinuncia a ricercare le origini della corrente concezione di inferiorità della donna nelle ideologie religiose, nella società patriarcale prima e capitalista oggi, e nelle altre culture del mondo, se si rinuncia ad affrontare il problema dalle sue radici e ad agire, ogni giorno, con politiche tese al cambiamento della mentalità delle persone, la sorte di queste “giornate” è la omologazione. Infatti si parla di parità solo alle “feste comandate” mentre l’educazione sentimentale delle nuove generazioni è affidata alla TV di uominiedonne, mentre le mamme (e i padri) accompagnano le figlie alle selezioni per la letterina più scosciata dell’anno e l’educazione sessuale dei maschietti si nutre di master di studio compiuti su filmati porno che scorrono su mille siti della rete.

Risulta evidente che l’educazione sentimentale e sessuale, neglette dallo Stato, restano affidate al mercato e cioè a chi ha da trarre profitto dal solleticare la libido degli adolescenti, sino al seguente paradosso: ufficialmente di sesso non si deve parlare, ma se è per fare soldi, ogni messaggio in materia è ammesso e circola liberamente.

Di parità fra i sessi per lo più solo si parla e le discussioni sulle quote rosa sono troppo spesso strumentale polemica per rivendicare diverse spartizioni politiche. Mentre i femminicidi e gli altri reati di genere continuano a riempire le pagine dei giornali con tormentoni di magniloquente esecrazione, arrivano le idi di marzo e si riparla di emancipazione femminile, di quote rosa, di vuote profferte, di prolissi programmi che passano per la creazione di figure istituzionali nominalmente addette a garantire le pari opportunità, e il finanziamento di dispendiosi “progetti” di sensibilizzazione che nella sostanza servono solo ad acchiappare soldi pubblici.  Nei fatti nessuna azione concreta viene fatta nel campo della prevenzione culturale del fenomeno della violenza maschile sulle donne, oltre la retorica dei costosi simposi dedicati.

A ogni nuovo delitto a danno di una donna, è opportuno considerare che quegli assassini sono i perfetti figli di una ideologia malata che ritiene la donna inferiore, impura, peccatrice, bene di possesso dell’uomo/padrone e in quanto tale non titolare del diritto di scegliere e decidere. Per arginare queste tendenze regressive sul terreno della concezione della donna e dei diritti civili occorre –  se dirlo qui ha un senso – la rinascita piena di movimenti di donne e di uomini che intendano organizzarsi in ogni città e sappiano promuovere comportamenti e atti politici perché nasca una diversa impostazione culturale, scolastica, sanitaria, civilistica e sociale che miri a modificare la mentalità delle persone, a combattere e cancellare i pregiudizi misogini che da millenni opprimono il genere femminile.

In attesa, celebriamo l’ottomarzo con un bel mazzetto di mimose, per far felici fiorai e vivaisti.