Quando un popolo trova la voglia di dire basta a ogni sopruso e di riprendersi la libertà di scegliere il proprio futuro, unendo le forze, mettendo in campo la rabbia soffocata per oltre un ventennio, nella consapevolezza di dover pagare un consistente tributo di sangue, significa che sta scrivendo una pagina di storia ”irripetibile” da trasmettere alle giovani generazioni. Ed è quello che hanno fatto i materani quel 21 settembre 1943 di 78 anni anni fa, contro le truppe di occupazione tedesca in ritirata, dopo l’annuncio dell’ 8 settembre della firma dell’Armistizio. Un atto che vide il nostro Paese rompere il patto d’acciaio tra fascismo e nazismo e avviare quella fase di Resistenza, contrassegnata dal sostegno degli Alleati ma anche da dure rappresaglie contro la popolazione civile. E quel clima ,da scelte di campo nette, si respirava anche a Matera prima che la ”scintilla” dell’insurrezione scoppiasse in vari punti della città, come ci racconta Francesco Calculli, direttore del Museo della Resistenza e del Comunismo, con morti, feriti e rappresaglie come quello della ex caserma della Milizia di via Lucana, fatta saltare con civili e militari tenuti come ostaggi. Una rivolta che coinvolse cittadini di diversa età e fasce sociali. Ma con una figura su tutte, quella del sottotenente del Comando di Sotto Zona Francesco Nitti, che diventò punto di riferimento per tanti in una giornata campale e risolutiva tra spari, sangue, paure e tanto spirito di chiudere la partita una volta per tutte. E dietro le quinte, come riportano le cronache, ci fu anche la presenza di un agente alleato , noto come ” Granger” , che preannunciava l’arrivo di forze amiche. Ma prima occorreva cacciare le truppe naziste che, sebbene decimate, dopo i conflitti a fuoco e alcuni ferimenti mortali in centro, ebbero una reazione rabbiosa uccidendo quanti venivano loro a tiro. Questioni di ore. Matera non era più una sede sicura e furono costretti, anche per ordini ricevuti, a ritirarsi. Furono gli ultimi fuochi con almeno 25 morti tra materani e forestieri sul campo, oltre ad alcuni soldati tedeschi. Una bella pagina di unità, di libertà e di Resistenza, che hanno portato negli anni Matera di fregiarsi della medaglia d’oro al valor civile e di quella d’argento al valor militare. Una memoria che non va persa, come ricorda Francesco Calculli,direttore della Casa Museo Storia del Comunismo e della Resistenza Antifascista di Matera” , da trasmettere ai giovani perchè valori come pace, democrazia, libertà conquistati con il sangue non ha prezzo. Un ricordo che non deve essere celebrativo ma insegnato, ricordato, approfondito a scuola, nella società, perchè patrimonio di una comunità. E la figura del sottotenente Francesco Nitti andrebbe ricordata con un monumento, una piazza. Un invito all’Amministrazione comunale a farlo ma supportato da un programma di formazione e informazione, che manca aldilà di iniziative estemporanee. Il Museo della Resistenza, delle tante ” Resistenze” di vari Paesi, ospitato in via Gattini, è una enciclopedia della memoria e delle libertà che va sfogliata e conosciuta, ricordando la nostra data di lotta: 21 settembre 1943.

IL NOSTRO 25 APRILE: 21 SETTEMBRE 1943
MATERA INSORGE CONTRO L’OCCUPAZIONE NAZISTA.
UN EPISODIO EROICO NELLA STORIA DELLA RESISTENZA AL SUD.
DI FRANCESCO CALCULLI
Era il 18 settembre del 1943, quando i tedeschi pervenuto l’ordine dal loro comando di abbandonare Matera, distruggono il deposito delle ferrovie calabro lucane, e caricano sui loro automezzi materiale bellico e generi alimentari che rilevano nei magazzini militari. Terminato il carico, contadini e braccianti si dirigono verso quel magazzino per prendere quanto i tedeschi hanno lasciato. Ma i tedeschi questo non lo permettono. Disperdono i dimostranti e ne arrestano dodici che rinchiudono nella caserma della Milizia fascista dove hanno il loro comando. Nessuno reagisce. La calma sembra tornata a Matera. Due giorni dopo i tedeschi abbandonano la città. Soltanto pochi tedeschi, con tre camionette, rimangono a Matera. Nelle prime ore del pomeriggio del giorno successivo, il 21 settembre, si sa che anche gli ultimi tedeschi stanno per lasciare la città. Le strade materane si rianimano. Tutti vogliono accertarsi se gli ultimi tedeschi stanno veramente per lasciare Matera. Alcuni notano che due tedeschi discutono in una gioielleria: hanno preso dei preziosi. Qualcuno interviene. Ma i tedeschi non intendono lasciare quel che hanno preso. I materani sparano. I due tedeschi vengono uccisi. La reazione è immediata. I tedeschi che ancora sono in città, sulle loro camionette, percorrono le strade principali mitragliando all’impazzata. Cadono otto civili. Non soddisfatti, i tedeschi si portano alla cabina della Società lucana delle imprese idroelettriche. Fucilano i due dipendenti che si rifiutano di consegnarla e, prima di allontanarsi dalla città, fanno saltare la caserma della Milizia dove sono rinchiusi i materani che erano stati fatti prigionieri dai tedeschi per aver partecipato all’assalto dei magazzini militari. Assenti i carabinieri e gli agenti di pubblica sicurezza, contro i tedeschi intervengono soltanto i soldati della VII armata di stanza in città, che sfuggiti al rastrellamento tedesco dei giorni precedenti, sono rimasti agli ordini di un tenente di complemento, il materano Francesco Nitti che diventa il protagonista dell’insurrezione. Con lui è tutta Matera. Sono oltre mille e di tutti i ceti sociali i materani accorsi contro i tedeschi nel momento in cui questi lasciano la città. Ma che cosa era accaduto in città, quel pomeriggio assolato del 21 settembre 1943, nella oreficeria della signora Michelina Caione in via San Biagio, a circa 200 metri distante dall’ufficio del comando Sottozona dove prestava servizio il sottotenente Nitti. Nell’oreficeria, al momento in cui c’erano già i due tedeschi, la proprietaria del locale ( il marito era alle armi), la mamma di lei, due cognati e il suocero, nonchè tre agenti di pubblica sicurezza ( Francesco Apruzi, Giuseppe Cardillo, e Salvatore Pafundi), entrarono due militari della Sottozona Vassalli e Zaffaroni, con il loro capitano Cozzella, seguiti da due finanzieri occasionalmente incontrati: il tenente Prospero Giangrasso, e il brigadiere Gabriele Gargano. I tedeschi stavano facendosi consegnare dalla proprietaria del negozio anelli e altri gioielli. Il capitano Cozzella aveva chiesto loro che cosa intendevano fare di quegli oggetti ed essi fecero capire che intendevano portarli via “per ricordo”. Il capitano chiarì che non si trattava di oggetti d’oro, credendo così di convincerli ad allontanarsi, ma essi continuarono nella loro opera di rapina, assumendo un aspetto sempre più sospettoso e minaccioso, evidentemente a causa della presenza nel piccolo negozio di ben undici uomini, oltre alle due donne. Fu allora che i due militari della Sottozona, Vassalli e Zaffaroni, improvvisamente si lanciarono sui due e fecero fuoco con le pistole che portavano in tasca già pronte per lo sparo. Uno dei due tedeschi morì subito, l’altro ferito riuscì a impugnare la pistola mitragliatrice e a sparare due colpi, senza che fortunatamente alcuno dei presenti fosse colpito; si lanciò fuori dal negozio ma, colpito in pieno da una bomba a mano lanciatagli contro da uno dei due militari, cadde anch’egli sulla strada davanti all’oreficeria. Tutti allora fuggirono, dopo aver calato la saracinesca del negozio. Solo i due soldati si fermarono per trascinare il morto, ch’era sulla strada da, giù per una rapida scalinata ( ” la scaricata”) che immette ai Sassi allo scopo di occultarlo. Fu in quel momento che essi furono visti da altri due tedeschi che passarono di là in motocarrozetta.

Questi, capito di che si trattava, tornarono indietro rapidamente per raggiungere gli altri e dare l’allarme. In breve tutta la città fu piena di spari. Si combattè nel rione S. Biagio intorno al comando Sottozona, nella piazza centrale di Matera di fronte al magazzino vestiario ed equipaggiamento della guardia di finanza, in via Cappelluti alla caserma di finanza; ma azioni sparse ed isolate si ebbero un pò dappertutto nella zona pianeggiante della città. Alla Sottozona si presentarono alcuni civili a chiedere armi: il prof. Turri, il negoziante Giovanni Dragone, il contadino Nicola Di Cuia, il rag. Mario Fiore, il rag. Serafino Grande, ma anche altri si presentarono, dei quali non fu possibile allora prendere il nome. Il sottotenente Francesco Nitti, mandò a prendere subito le due cassette di bombe a mano che aveva precedentemente fatto nascondere e le fece distribuire; i suoi militari ripresero i moschetti nascosti e molte munizioni; molti altri civili, artigiani e contadini, armati di fucili da caccia si presentarono chiedendo di combattere. Nitti decise di dividerli in gruppi per difendere la sede del comando e per impedire ai tedeschi d’irrompere per via T. Stigliani nelle zone dei Sassi. I tedeschi , in seguito al fuoco moltiplicato contro di loro, si ritirarono al di là dei giardini pubblici, donde più tardi iniziarono il bombardamento del rione S. Biagio a mezzo di cannoncini anticarro. Furono cosi danneggiati l’edificio della Sottozona, colpito da due proiettili dei quali uno inesploso, le case adiacenti e molte abitazioni popolari. Nel frattempo dalla caserma di finanza, uscirono armati il maresciallo Gaetano La Cascia, il brigadiere Antonio Intermite, e i finanzieri Vincenzo Rutigliano e Pietro Fullone, seguiti da Emanuele Manicone, esattore della Società elettrica, che si era precipitato alla caserma di Finanza per dare l’allarme. Era costui un pacifico cittadino di 44 anni, ammogliato, di cultura elementare e lontano dalla politica. Il caso volle che egli si trovasse a passare in via S. Biagio mentre venivano uccisi i due soldati tedeschi. Fu allora che Manicone correndo verso la piazza centrale, si mise ad urlare ai rari passanti ancora attoniti e ignari: ” Hanno ucciso due tedeschi, correte alle armi, muovetevi!” e, giunto in piazza, entrò nella bottega del barbiere Campanaro, e accoltellò ad un fianco, con un coltello a serramanico, un maresciallo austriaco che seduto sulla poltrona si stava facendo fare la barba. Il maresciallo non morì, ma curato all’ospedale civile, fu poi consegnato ai canadesi. Giunti all’angolo di via M. Monaca i finanzieri si imbatterono in due motocarrozette tedesche con a bordo sei soldati i quali aprirono il fuoco con pistole mitragliatrici. I finanzieri risposero al fuoco con le loro armi. In questo scontro tre tedeschi furono costretti ad abbandonare la loro motocarrozetta perchè feriti e furono presi a bordo della seconda, che si allontanò precipitosamente.

Sulla via Cappelluti erano scesi il sottotenente della guardia di Finanza Tommaso Cacacece, il brigadiere Francesco Cipriani, l’appuntato Giovanni Zoli, e i finanzieri Donato Loprieno, Leopoldo Maccherozzi e Vincenzo Rutigliano. Altri tedeschi erano intanto sopraggiunti e sparavano. Furono allora uccisi il finanziere Rutigliano e Emanuele Manicone. Questi si trascinò in una casa in via Torraca e qui, assistito da alcuni civili, morì poco dopo. I finanzieri si ritirarono allora nella caserma e l’apprestarono a difesa. Poco dopo alcuni civili li raggiunsero per combattere con loro; fra questi era tale Granger, che si qualificò ufficiale inglese dell’VIII armata: era venuto a Matera pochi giorni prima sotto falso nome, per svolgere servizio d’informazioni. Dalle finestre della caserma e dalle terrazze delle abitazioni civili adiacenti, i finanzieri fecero fronte ai ripetuti attacchi dei tedeschi. Più tardi,verso le 18:30, arrivarono notevoli rinforzi di truppe tedesche provvedute di armi automatiche pesanti e leggere, nonchè di cannoncini anticarro,con cui spararono contro l’abitazione del farmacista Raffaele Beneventi, scambiandola per la caserma di Finanza. Questi fu colpito a morte e altri furono più o meno feriti gravemente. Anche i tedeschi ebbero perdite. Al calare delle prime ombre della sera essi, dopo aver caricato sugli autocarri i loro feriti e i morti, si ritirarono. Mentre si combatteva in più parti della città, numerosi tedeschi erano corsi poco dopo le ore 17 alla sede della Società lucana di elettricità, con l’evidente proposito di distruggere la cabina elettrica. Aperta violentemente la porta gridarono agli impiegati , agli operai, ai due ingegneri di uscire, e poichè qui erano le abitazioni del personale di servizio, anche i familiari furono spinti sulla strada. Uno degli operai si nascose fra le macchine. Quando tutti furono usciti dai locali, mentre alcuni guastatori provvedevano in tutta fretta alla posa di due mine nella sala macchine, gli altri, con improvviso e violento fuoco di mitragliatrici e di fucili mitragliatori, uccidevano l’ingegnere Raoul Papini, Pasquale Zicarelli impiegato, e Michele Frangione, studente diciannovenne, figlio di Salvatore Frangione, impiegato della Società. L’ingegnere Mirko Cairola e Salvatore Frangione furono gravemente feriti; quest’ultimo decedette poi presso l’ospedale. La signora Maria Di Nava , moglie dell’ingegnere Cairola, si salvò gettandosi a terra mentre i tedeschi sparavano. Le due mine non causarono alcun danno, perchè una esplose senza effetto e l’altra non esplose affatto. Dopo questa efferatezza i tedeschi si accingevano a recarsi al deposito e all’officina della SITA col proposito di distruggerla, ma vi rinunziarono forse perchè non si sentivano più sicuri o perchè ricevettero ordine di ritirarsi. Questi gli episodi rilevanti della rivolta. Meno noti gli altri numerosi episodi di materani che con fucili da caccia e con pistole, dalle finestre e dalle terrazze sparando sui tedeschi ne disturbarono l’affrettato ripiegamento. Si sparò nella piazza centrale del magazzino di vestiario della finanza e dal tetto della piccola chiesa Mater Dei, su cui si era inerpicato il contadino Nicola Di Cuia con altri due; si sparò da alcune finestre di via Nazionale sulla colonna tedesca in ritirata; si sparò dalla Prefettura. Un gruppo di agenti di PS scavalcando alcuni muri di cinta e facendosi una breccia nel muro dell’edificio delle carceri, riuscirono ad appostarsi di fronte ai giardini pubblici dov’erano i tedeschi con mitragliatrici; un ragazzo dei Sassi con gravissimo pericolo della vita, riuscì a penetrare nella Questura dove si fece riempire le tasche e un fazzoletto di munizioni per pistole automatiche, che portò ai militari della Sottozona nel rione San Biagio. Il parroco di S. Giovanni Battista, Mons. Marcello Morelli, era uscito sulla piazzetta antistante la chiesa e di là rincuorava i militari e i civili che accorrevano ai posti dove si combatteva. Verso le otto di sera i tedeschi abbondonarono la città dopo aver bombardato, senza discriminazione alcuna, le case, gli uffici, le chiese. In duplice fila, lungo i margini della strada che porta ad Altamura, intorno ai loro cannoni e armati di fucili mitragliatori, continuarono a mitragliare le finestre, le porte chiuse e perfino i muri per proteggere la ritirata. L’ultimo barbaro gesto, prima di allontanarsi dalla città, fu la rappresaglia feroce contro gli ostaggi rinchiusi nel palazzo della Milizia che essi fecero saltare in aria. Uno solo dei 15 ostaggi sopravvisse: Giuseppe Calderaro. La notte nessuno dormì. Si raccolsero i morti di via Cappelluti e della Società elettrica; i feriti furono portati all’ospedale; furono perfezionate le opere di difesa. I contadini dei Sassi venivano e chiedevano armi al sottotenente Francesco Nitti che guidava con coraggio e determinazione la rivolta. Egli aveva solo bombe a mano, e queste essi si portavano nei fazzoletti o nelle tasche. Chiedevano a Nitti che cosa bisognava fare e si prodigavano in ogni modo. All’alba fu perfezionata la difesa del rione S. Biagio; tutti i carri agricoli che erano sulla via T. Stigliani furono messi disordinatamente sulla strada per chiuderla. Molti altri civili si presentavano per chiedere armi. C’erano ancora delle bombe a mano che furono distribuite. Liuzzi, uno dei giovani scolari di Nitti, ebbe un moschetto.

Altri da soli o in piccoli gruppi prendevano iniziative e si appostavano nei punti nevralgici del rione. Gli insorti erano certi che i tedeschi sarebbero tornati ed erano decisi a ricominciare a combattere. Più tardi, mentre essi temevano il ritorno dei tedeschi, arrivò invece dalla parte opposta della città un motociclista canadese: era la staffetta delle avanguardie dell’ VIII armata britannica, che misero piede nella città un’ora dopo. Era il segno della liberazione. Molti gli furono addosso presi da gioia incontenibile, lo sollevarono dalla motocicletta, lo abbracciarono e lo baciarono con le lacrime agli occhi; lo portarono in trionfo sulle braccia in Prefettura e di là lo spinsero ad un balcone per mostrarlo alla folla plaudente che accorreva dalle case dei Sassi. Da quel giorno sono passati tanti anni nella storia della nostra città. Sul luogo dov’era il palazzo della Milizia è sorto un edificio di case popolari; i bambini giocano intorno al cippo marmoreo che ricorda sul posto la strage efferata. I due tedeschi uccisi nell’oreficeria riposano nello stesso cimitero di Manicone, accanto ai nostri morti. Quando i corpi furono tumulati, una povera contadina, una vecchia che aveva perso i suoi figli in guerra, guardando con senso di accorata e materna pietà i soldati tedeschi, disse in dialetto materano: “Che peccato, erano anche loro figli di due mamme. Perchè tutto questo? ” Gli uffici e le case danneggiate dal bombardamento sono stati riparati; qualche muro conserva ancora le tracce evidenti della violenza ricordata anche da una lapide posta sulla facciata del palazzo di Governo. Molte cose sono, dunque, accadute in questi anni, sicchè il ricordo di quella giornata si è molto affievolito e la rimozione sta a poco a poco prendendo terreno. Ma noi sentiamo che tutto ciò che accadde quel giorno non accadde invano e affinchè non venga dimenticato, ci impegnano a fare in modo che il nostro museo in quanto è l’unico su tutto il territorio regionale, dedicato alla Storia della Resistenza Italiana e internazionale, continui ad essere il più importante presidio della “memoria che resiste” nella nostra città. Noi sentiamo che in quel giorno accadde qualcosa che non era mai accaduto. Non era mai accaduto prima di allora che tanta gente, di diversissima condizione sociale, si trovasse unita di fronte al comune pericolo. Nella storia più recente della nostra provincia di Matera solo con la rivolta di Scanzano jonico del 2003 contro la minaccia del deposito unico nazionale delle scorie nucleari, si manifestò la stessa unità di popolo che fu poi determinante per vincere anche quella difficile battaglia. E’ forse questo l’insegnamento della rivolta dei materani il 21 settembre 1943, che resta come il primo esempio nella storia della Liberazione italiana nel Mezzogiorno.

Francesco Nitti nel dopoguerra è tra i fondatori del partito d’Azione a Matera; dismessa la divisa di sottotenente, tornò nella scuola ad insegnare italiano e storia presso l’Istituto Magistrale “T. Stigliani” di Matera. Si trasferisce a Molfetta nel 1965 ed occupa la presidenza dell’ Istituto Magistrale “Vito Fornari” fino alla sua morte nel 1979. Per la cronaca, a noi però risulta, e ci rammarica molto dirlo, che a Matera non c’è ancora oggi neanche una via o una lapide che ricordi questo suo figlio che fu portatore dei più alti valori della Resistenza al nazifascismo. Sappiamo che l’amministrazione comunale ha in progetto di realizzare quattro statue da collocare all’interno della villa intitolata all’ Unità d’Italia, e dedicate a figure di materani che hanno dato lustro alla città e al territorio. Un primo sondaggio informale ed esplorativo si è concluso il 7 febbraio scorso con una indicazione su un numero ristretto di personaggi. Noi auspichiamo sinceramente che in cima alla lista dei preferiti ci sia il sottotenente Francesco Paolo Nitti.

Referenze bibliografiche: l’articolo è stato redatto con il supporto di testi custoditi nella biblioteca della “Casa Museo Storia del Comunismo e della Resistenza Antifascista di Matera” 1) Pino Oliva- Matera 21 Settembre 1943 editore Lavieri 2014 2) Dizionario della Resistenza vol. 2 luoghi, formazioni, protagonisti Einaudi 2001 3) Roberto Battaglia – Storia della Resistenza Italiana Einaudi 1953 4) Gianni Giannoccolo – L’occupazione nazista in Italia 1943-1945 F.G.T. 2003