Se non ci avesse mandato una recensione non avremmo saputo che aveva tirato fuori, in silenzio e senza clamori, come è nel suo stile, un altro libro sul web dopo quello davvero interessante sul tea ”Il grande fratello ci guarda”. L’argomento è di quelli da prendere con le pinze e con l’invito che viene dal reale ”a non aprire agli sconosciuti” perchè truffe allettanti, furti di identità e via elencando sono dietro l’angolo. Del resto la cronaca e l’esperienza del quotidiano, per il lavoro che facciamo, ci pone davanti la vasta casistica delle pagine e dei percorsi bui, truffaldini e pericolosi di internet. C”è l’imbarazzo della scelta: dagli acquisti on line ultrascontati – che dovrebbero insospettire- rispetto al negozio e che nascondono il clichet napoletano del ”paccotto e contro paccotto” ai contenziosi sulla merce inferiore alle attese, comprata su un sito che avrebbe (forse) ingannato chiunque. E poi gli investimenti imperdibili con un ricarico di interessi fluttuanti con una quota di ”bitcoin”, la moneta virtuale inventata oltr 10 anni da Satoshi Nakamoto (naturalmente uno pseudonimo) per investire in una SecondLife globale , quella terra promessa o repubblica indipendente dove era facile restare con il classico pugno di mosche in mano, ma pagando in contanti con un bel bonifico on line. Ma lasciamo il largheggiante mercato delle cripto valute ( e quel termine desta non poche perplessità) per tenere in considerazione altri aspetti del web nascosto oltre la B barrata come la $ dei dollari. Preoccupano i ‘buchi” di password, APPostapay, guaaypal e via impallando e tutto quello che circola su fondi neri e traffici illeciti. Del resto il virtuale, piaccia o no, favorisce il sommerso anche nella comunicazione. Facebook, watsapp ormai ridotti a uno sfogatoio da ”fattivostri”e dei ”figlidiMaria’ hanno aperto alle blackchaine, alle catene nere di un paese canaglia… Vi lasciamo alla recensione di Giuseppe che ha scritto il libro. Ci ritorneremo quando lo leggeremo.

Tutto nasce da un polpastrello
«Il futuro ci corre incontro a braccia spalancate ma non ci dà il tempo di abbracciarlo». Michelangelo Buonarroti
È strano, ma è così!
Sapete qual è la parte del corpo umano che più di ogni altra ha sempre accompagnato e diretto le fasi evolutive più importanti della storia umana? Verrebbe da dire il cervello, sembrerà strano e invece è più “banalmente” il polpastrello del dito o meglio dell’indice.

Il Web Nascosto
Abbiamo tutti ben impresso nell’immaginario collettivo la straordinaria visione de La Creazione di Adamo: l’affresco di Michelangelo Buonarroti, databile 1511 circa e facente parte della decorazione della volta della Cappella Sistina nei Musei Vaticani a Roma. Un’immagine semplice, non di certo dal punto di vista del valore artistico, ma potente e fortemente espressiva: pone in contatto, proprio tramite le dita che appena si sfiorano, Dio, come entità superiore e creatrice, con Adamo, ossia il risultato primo e immediato proprio della sua creazione.
A pensarci bene i pochi centimetri del polpastrello del dito indice hanno accompagnato le tappe più importanti della storia umana, soprattutto in occasione dei più recenti salti evolutivi tecnologici. Pensiamo per esempio all’invenzione del libro e poi dei giornali, strumenti questi che hanno determinato la possibilità di una maggiore circolazione e diffusione delle conoscenze, ma per utilizzarli bisognava sfogliarli proprio con il dito indice.
Spostiamoci poi all’epoca dell’invenzione della radio: un altro salto tecnologico non di poco conto e anche in questo caso l’accensione, lo spegnimento e l’utilizzo passano attraverso le dita.
Vogliamo parlare poi dell’invenzione del telefono? I primi modelli più strutturati per comporre il numero necessitavano ancora una volta del polpastrello.
Passiamo all’invenzione della televisione e successivamente all’introduzione di un aggeggio infernale come il telecomando, causa di dissidi famigliari e forse anche di alcuni divorzi. Ancora una volta a comandare il tutto è sempre apparentemente quella inutile estremità della mano.
Arriviamo poi ai giorni nostri o ai giorni “mostri” con l’introduzione nelle nostre esistenze prima del personal computer e poi, in rapida successione, del cellulare, del tablet e dello smartphone. Indovinate un po’ con quale parte del corpo possono essere utilizzati? È vero, qualcuno potrebbe insistere ancora nel dire, rispondendo in merito alla domanda di apertura, che la parte del corpo umano che più di ogni altra ha sempre accompagnato e diretto le fasi evolutive più importanti della storia umana dovrebbe essere il cervello e che soprattutto gli strumenti tecnologici di ultima generazione dovrebbero essere utilizzati con il cervello.
Uno dei gesti più comuni entrati nella vita quotidiana con prepotenza è il picchiettare delle dita su una tastiera formata dalle lettere dell’alfabeto, pur senza avere la disposizione dell’ordine alfabetico. La tastiera fisica, ma ora sempre di più anche quella virtuale, ossia configurata per esempio sugli smartphone, è forse l’immagine che più di frequente passa sotto i nostri occhi nell’arco della giornata.
L’agglomerato di pulsanti della tastiera costituisce una barriera fisica ma anche ideale e sempre più forse ideologica tra il mondo reale e quello virtuale dal quale siamo sempre più attratti come il richiamo inesorabile del canto delle sirene. Il varco è impalpabile ma soprattutto istantaneo. Sempre di più la sottile linea di demarcazione va sfumando: spesso addirittura confondiamo la nostra vita reale con l’esistenza virtuale o digitale.
La domanda potrebbe sembrare azzardata: chi siamo nel mondo virtuale? La risposta potrebbe essere sconvolgente: sembrerà strano ma siamo sicuramente “altro” rispetto alla vita reale.
Avete mai provato a cercare voi stessi online? Nelle pieghe nascoste di questo libro, possiamo dircelo con malcelata vergogna, ognuno di noi presto o tardi l’ha fatto per curiosità, per voyerismo o in un momento autocelebrativo o cerebro-lesivo, magari lo farà forse proprio ora posando di lato questo libro. È come essere un moderno Narciso che si specchia nel mondo digitale. Come si fa? Semplice: basta aprire un qualsiasi motore di ricerca e digitare il proprio nome per vedere chi siamo e dove siamo. Si potrebbero fare belle o brutte scoperte.
Fino a pochi anni fa l’unico modo per connettersi a Internet e quindi varcare il portale della (ir)realtà era unicamente il personal computer. Nel corso degli ultimi anni, invece, il passaggio nell’oltre-realtà è diventato sempre più facile e soprattutto immediato: smartphone, tablet e ora anche smart TV lo agevolano e non di poco, anzi in maniera determinate.

Facciamo un passo indietro. Riuscite a immaginare o solo a ricordare le nostre giornate senza avere il naso “contro” una tastiera? Sembra un tempo lontanissimo e indefinito; in realtà questa nostra consolidata abitudine è relativamente recente se si pensa che il primo personal computer di diffusione di massa risale agli anni Settanta, ma solo a partire dagli anni Ottanta si è avuta una commercializzazione più consistente. Ovviamente lo smartphone è ancora più recente.
Un altro aspetto fondamentale della rivoluzione digitale della quale facciamo parte in maniera integrante e pregante riguarda il cambiamento del nostro modo di comunicare che è diventato sempre più veloce e istantaneo. A cambiare, però, non sono solo i mezzi ma anche il linguaggio utilizzato: le parole vengono sostituite dalle abbreviazioni o addirittura nel linguaggio delle chat dalle emoticon. Si sta stratificando in questo modo un vero e proprio gergo in continua e velocissima evoluzione spesso regolato dal risparmio dei movimenti sulla tastiera, quasi una scorciatoia per varcare quel cancello a cui si accennava in precedenza. Nell’era digitale tutto è veloce e tutto deve essere rapido.
Non a caso esistono termini specifici per indicare la demarcazione tra le due dimensioni: reale e digitale. “In Real Life” ossia “Nella vita reale” abbreviato in IRL indica soprattutto negli ambienti degli hacker tutto ciò che non avviene in rete. Più o meno simile è anche l’espressione “Away From Keyboard” ossia “Lontano dalla tastiera”, abbreviato in AFK; per uno strano e bizzarro gioco di parole la stessa abbreviazione significa anche “A Free Kill” ossia “Una facile uccisione”, abbreviazione questa in uso prevalentemente nell’ambito del settore dei videogames sparatutto.
Per capire come, quando e quanto Internet e il personal computer siano diventati strumenti indispensabili e oserei dire assoluti nella vita quotidiana è possibile fare riferimento e ricordare la famosa copertina del settimanale americano di informazione «Time» del Natale del 2006. In quel numero la copertina, usualmente dedicata alla persona dell’anno, è stata consacrata invece proprio a un’immagine del personal computer con lo schermo acceso, la scritta “You.” e il sottotitolo che recitava ”Yes, you. You control the Information Age. Welcome to your world” ossia “Sì, proprio tu. Controlli l’Era dell’Informazione. Benvenuto nel tuo mondo”.
La persona dell’anno, dunque, del 2006 per il famoso giornale americano era proprio il computer a testimonianza del fatto che tale strumento iniziava a entrare nelle nostre esistenze con una tale prepotenza da renderlo “umano”. C’è poi un altro concetto fondamentale espresso nella stessa copertina: “Il controllo dell’Era dell’Informazione” (da notare le lettere maiuscole iniziali) che avviene proprio tramite l’utilizzo del personal computer e da lì a poco anche degli smartphone.
Nasceva, dunque, una nuova era basata sull’informazione e sui dati. Cosa succede realmente oltre il cancello della realtà e sull’uscio della rete? In prima battuta si entra nel mondo virtuale, digitale e digitalizzato; siamo così connessi e parte integrante e interattiva della rete, in alcuni casi mantenendo e manifestando la nostra identità, in altri casi celandola.
Prima dell’avvento di Facebook l’utilizzo delle chat permetteva di entrare in contatto con altri utenti fornendo nomi di fantasia e garantendo un anonimato, comunque solo di facciata e mai realmente di fatto. Inizialmente con la diffusione di Internet c’era la convinzione che fosse garantito l’anonimato, mentre non è cosi, non è mai stato cosi né mai lo sarà soprattutto nel prossimo futuro poiché ogni attività in rete necessariamente lascia numerose tracce che possono più o meno facilmente ricondurre all’identità dell’utente. Questo è ciò che succede normalmente in rete tutte le volte che vi accediamo.
La famigliarità con la rete aumenta in maniera sempre più netta e inoltre si abbassa considerevolmente anche l’età media del primo accesso.
«È lo scenario che emerge da una ricerca di Ipsos per Save the Children diffusa oggi, alla vigilia del Safer Internet Day. L’indagine rivela che i bambini ricevono il loro primo smartphone a 11 anni e mezzo, età media più bassa di un anno rispetto alla rilevazione dell’anno precedente.
Pur di essere presenti Online, i minori sono disposti anche a mentire sull’età: mediamente si iscrivono a Facebook a 12 anni e mezzo (un anno in meno del 2015), dichiarando un’età superiore.
La condivisione di immagini e video di sé stessi o di altri, con riferimenti sessuali o in pose imbarazzanti, rappresenta purtroppo un’attività molto diffusa tra i ragazzi: raccontano infatti che tra i loro amici più di 1 su 5 invia video o immagini intime di sé stesso a coetanei e adulti conosciuti in rete, o attiva la webcam per ottenere regali. Quattro su 10, infine, inviano o postano immagini intime di loro conoscenti, più di 1 su 3 invia o riceve messaggi con riferimenti espliciti al sesso, 1 su 5 invia ad amici propri video o foto intime».
Sono i cosiddetti “nativi digitali” che invece di divertirsi con i giocattoli classici già nelle primissime fasi dello sviluppo cognitivo usano in maniera massiccia lo smartphone per fare quasi tutto, ovviamente restando sempre connessi o comunque facendo accessi continui e ripetuti alla rete.
Eppure le insidie della rete sono notevoli e spesso subdole soprattutto proprio per i minori. Si fa strada in maniera importante la necessità di dover prevedere anche nel sistema educativo scolastico nazionale specifici corsi di studio dedicati all’educazione digitale sin dalla tenera età.
Da tutto questo si può facilmente ricavare un dato importante e dirimente: siamo dentro un salto tecnologico evolutivo che a differenza degli altri step, già evidenziati brevemente in precedenza, forse ha in sé alcune insidie che potrebbero farlo considerare involutivo più che evolutivo.
Questo saggio è la naturale continuazione, dal punto di vista concettuale, del precedente lavoro Il Grande Fratello ci guarda dove sono state analizzate le dinamiche legate al controllo attraverso i più moderni mezzi tecnologici: cosa succede, per esempio, quando si effettuano le ricerche su qualsiasi motore di ricerca e come vengono analizzati, aggregati e soprattutto controllati i nostri dati. Oltre tutto questo c’è ben altro: una rete completamente sconosciuta, segreta e piena di insidie; il cancello da varcare a cui si accennava nasconde un mondo inesplorato ben più grande di quello che conosciamo.
La rete, con la sua enorme struttura portante, offre grandi potenzialità ma anche notevoli pericoli.
Tutte queste considerazioni fatte alla luce del sole e ormai sotto gli occhi di tutti si stanno diffondendo nell’opinione pubblica, ma c’è un aspetto che nel prossimo futuro diventerà sempre più importante e che potrebbe spostare il focus dell’attenzione. Secondo una ricerca condotta da un’agenzia specializzata, Bright Planet, il web è costituito da oltre 550 miliardi di documenti e 18 milioni di gigabyte, mentre Google ne indicizza solo due miliardi, ossia meno dell’uno per cento. Questi dati sono riferiti al 2000 e ovviamente il fenomeno è in forte espansione. Stime più aggiornate e recenti parlano invece di una percentuale che potrebbe aggirarsi nell’ordine del 4%. Il web in “chiaro”, altresì definito dagli esperti surface web ossia disponibile a tutti e indicizzato dai motori di ricerca dovrebbe contenere, secondo le ultime stime, a oggi circa 980 milioni di siti.
Ciò vuol dire che sfruttiamo una porzione molto limitata della rete Internet a disposizione e soprattutto dei contenuti presenti in essa. C’è una porzione del web completamente sconosciuta e di non facile accesso. Che cosa succede in questa enorme zona d’ombra oltre il rassicurante cancello del web che tutti conosciamo? Cosa potrebbe succedere in un prossimo futuro quando questa parte della rete potrebbe diventare di facile accesso a una porzione maggiore di internauti?
Questo libro parla proprio di questo ed è diviso in due parti.
La prima è un’indagine approfondita su come è strutturato il web e in particolare sulla parte più nascosta di esso, come si accede e quali sono i contenuti e i pericoli insiti. In altre parole, si parlerà del web più profondo e nascosto, il cosiddetto Deep Web e poi in particolare di quello che succede nel Dark Web, cercando di analizzarne le caratteristiche e i contenuti.
Nella seconda parte, invece, si cercherà di analizzare un fenomeno in rapida ascesa e inizialmente collegato proprio al Deep Web e al Dark Web, ossia le criptomonete e in particolare la loro forma più matura e diffusa ossia i Bitcoin, cercando di capire in che modo anche il sistema monetario si sta piegando alle logiche imposte da quel salto tecnologico evolutivo a cui si faceva riferimento.
Allora, forse, il cerchio si chiude se dal Giudizio Universale al quale si accennava in apertura si allarga lo sguardo e con gli stessi occhi colmi di stupore si scopre la sezione dedicata proprio al giudizio divino, popolata dalle anime dei giudicati. Per analogia possiamo notare che certamente l’invenzione della rete è stata una scintilla creativa esplosa dallo sfioramento dei polpastrelli, ma la degenerazione ha portato a una forma di dannazione o a una sorta di inferno dannato e nascosto dove di fatto può succedere di tutto, come nella zona mista tra Deep Web e Dark Web che con un neologismo potremmo chiamare Deerk Web.
Dovremmo, dunque, iniziare anche a modificare il linguaggio: non dire più e solamente navigare “su” Internet ma anche “dentro” e forse “sotto” Internet alla scoperta di un mare non sempre calmo ma spesso tempestoso e pericoloso: alla scoperta di un nuovo continente virtuale che non è immediatamente visibile ma che esiste. Si arriva così alla scoperta di un nuovo mondo popolato da strani “pirati” che hanno nei forzieri nuovi dobloni a forma di Bitcoin. Pirati che navigano sotto Internet e che si possono catturare, come vedremo, anche in una biblioteca.
Giuseppe Balena