Se i lupi vivono nelle riserve e destano apprensione quando si avvicinano alle greggi di pecore, i loro piccoli ” i lupetti” sono ben accetti. Lupetti? Qualcuno potrebbe intendere che si parli dei piccoli boy scout, ma per chi ha memoria e orecchio per riconoscere cavalli e pistoni non può che pensare al ”Lupetto” della Om, che ha fatto -insieme a una gamma dal nome vezzeggiativo di animali della savana e della foresta- la storia del trasporto locale. E un “lupetto” in livrea grigia l’abbiamo visto e fotografato all’ingresso della città, nelle pertinenze di una autofficina. Chissà. E’ lì per una revisione o per un restauro, pronto a percorrere ancora tanti chilometri.E non sarebbe una novità, dopo le positive esperienze dell’azienda autotrasporti Cascione di Miglionico, che ha restaurato un Alfa 900 e un Mille A o della ditta Nolè di Salandra con ” U pustalin” blu Fiat 505 F. Il ” Lupetto OM ”’ venne prodotto dal 1959 al 1968 disponibile nelle versioni furgone, chassis autobus e con una massa a pieno carico compresa tra di 4,9 o 5,6 tonn e una portata di 3 tonnellate

. Era dotato di un propulsore, a cinque marce, con motore diesel da 4397 centimetri cubici e 85 cavalli. Quanto costava in lire?…Un po’ di cambiali ma ben ripagate.
Oggi il marchio delle Officine Meccaniche ( OM) è limitato alle macchine di movimentazione merci, come i carrelli elevatori, ma per tutta la prima Repubblica erano i camion a caratterizzare la vita e l’attività dell’azienda milanese. Per mezzo secolo e passa autocarri di diverso tonnellaggio,assemblaggio e per i diversi usi, hanno battuto in lungo e in largo lo ”Stivale” condotti dai primi padroncini o dagli autisti del parco ”macchine” (così i camionisti chiamano autocarri, tir e similari) di aziende di piccole e grandi dimensioni. Alla ”OM” considerarono gli autocarri alla stregua di animali in libertà, quasi fossero di famiglia. E così nacquero mezzi della serie zoologica come ”Cerbiatto”, ”Orsetto”, ”Tigrotto”, ” Daino” , ”Leoncino” e ” Lupetto” . Altri tempi e con una reclame che stimolava la fantasia, con o senza ruote gemellate. Il Lupetto è lì a testimoniare i sacrifici di generazioni di camionisti, che avevano un autocarro OM come socio. Qualcuno è ancora in circolazione nei mercati o in campagna per quelle attività a chilometri zero o quasi, divorati tra la polvere, qualche litro in più nel radiatore o di olio nel motore che ha eroso guarnizioni e filtri. Quel “Lupetto” robusto e pesante nella struttura e nei materiali fa tenerezza…”ma consuma”, come direbbe il nostro amico Giovanni, che ha immagazzinato come un ”Tom tom” nella mente migliaia di chilometri di ”viaggi” in Italia e all’estero. Ma il fedele ululato di un lupetto o il ruggito di un leoncino o di un tigrotto non hanno prezzo. Hanno fatto la storia dei nostri trasporti. Peccato che politici e amministratori ministeriali l’abbiano dimenticato, favorendo quella deregulation (spesso sleale) legata a prezzi concorrenziali che mettono in pericolo posti di lavoro e la sicurezza di quanti viaggiano sulle strade. Al ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture e a tutta la filiera dirigenziale di settore l’invito a guardarsi intorno, indietro, se leggeranno il servizio su quel vecchio Lupetto di Matera, per rimediare a una situazione paradossale.