mercoledì, 28 Febbraio , 2024
HomeCronacaShh, silenzio… un decalogo per l’apprendista Massone

Shh, silenzio… un decalogo per l’apprendista Massone

Dieci buone regole per diventare massone, al termine di un percorso di iniziazione che porta l’apprendista a vivere e ad ascoltare -con un umiltà e senso di responsabilità- la dimensione del silenzio. Le riflessioni e le ispirazioni, che legano il silenzio  Pitagorico a quello dell’Apprendista, sono il primo gradino da salire che porta alla Loggia di riferimento, come quella di Matera che porta il nome di Quinto Orazio Flacco ed è  presieduta dal Maestro venerabile Pietro Andrisani, profondo conoscitore della cultura meridionale. Il riferimento al silenzio pitagorico e all’illustre matematico e filosofo, divenuto un faro dei saperi della Magna Grecia, apre a una pagina di riflessioni che Matera potrà leggere in occasione degli eventi per la “Capitale europea della cultura 2019’’ . Per quell’appunamento è previsto c un programma di attività legate alla mostra -in corso di definizione- sul tema “Pitagora e la poetica dei numeri primi’’. Un modello e una esperienza da approfondire…con filosofico e massonico silenzio. Nel frattempo c’è il decalogo dell’ apprendista massone.Da Pitagora a Guenon con i concetti di mistero, inesprimibile , di musica come mito in azione, per passare a boaz (fortezza spirituale) a echemythìa (avere,possedere la parola) fino alle considerazioni del Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Stefano Bisi riferite al discorso alla Facoltà Valdese del 2016.”Noi massoni, forse non siamo perfetti- disse in quella occasione Bisi- ma per fortuna ….. facciamo dell’ascolto una precisa aurea regola. Da noi, sin da Apprendisti, si impara nel più rigoroso silenzio ad ascoltare gli altri in attesa un giorno di poter prendere la parola”.Una affermazione di responsabilità, di rispetto della Costituzione e della libertà democratiche per tutti. La condividiamo, e non solo per l’ennesimo e aspro confronto a distanza tra il Grande Oriente e la Commissione parlamentare, ma per i tanti sinistri scricchioli che la democrazia del Bel Paese subisce da più parti.  In un clima urlato e di una mediocrità, spesso strumentale, che alimenta divisioni, sospetti anzicchè mettere a punto politiche e priorità per investire nel futuro e in risorse che si stanno sprecando, come i giovani. Ma per farlo occorre recuperare serenità,armonia, silenzio….e capacità di ascoltare prima di scegliere e decidere, rimboccandosi le maniche.

 

 

SILENZIO PITAGORICO E SILENZIO DELL’APPRENDISTA

SOMMARIO

1) Ispirazione pitagorica del silenzio dell’Apprendista. 2) Il vero significato del silenzio dell’Apprendista come metodo per avviarlo alla Via Iniziatica. 3) Il silenzio come echemythìa pitagorica. 4) Il vero mistero è l’inesprimibile che può essere rappresentato solo col silenzio. 5) La parola “mistero” originariamente indicava l’inesprimibile e in greco deriva dall’espressione “essere silenzioso”. 6) La musica come mito in azione. 7) Silenzio e linguaggio dei simboli. 8) Attualità dell’insegnamento massonico sull’arte di ascoltare nel pensiero del Gran Maestro Bisi. 9) Solo apparente contraddizione fra il silenzio come arte di ascoltare gli altri e come ascolto dell’Assoluto che è in noi. 10) L’umiltà come virtù del Massone nel percorrere il cammino iniziatico che non ha mai termine; conclusioni.

********

1) Il silenzio costituisce uno degli aspetti fondamentali che riconduce la Tradizione Muratoria al Pitagorismo.

Mi sembra che il riferimento all’insegnamento pitagorico è quanto mai opportuno nella vostra Loggia che ha sede a Matera alla cui provincia, come è noto, appartiene Metaponto dove Pitagora morì.

Peraltro, proprio al silenzio che Pitagora imponeva agli acusmatici  si ispira le nostra Istituzione nell’imporre il silenzio agli Apprendisti.

Silenzio desumibile, oltreché dalla Tradizione, dall’art. 39, 1° co., del Regolamento dell’Ordine che stabilisce: <<Il Fratello Maestro o il Compagno d’Arte che desideri prendere la parola, ne fa richiesta con le modalità tradizionali e rituali>>.

Tale norma va letta coordinandola con il 3° co. dell’art. 44 dello stesso Regolamento secondo cui : <<I Fratelli hanno facoltà di prendere la parola unicamente sulla esattezza del Verbale, che viene redatto in forma concisa con le indicazioni degli argomenti trattati, dei partecipanti alla discussione e delle deliberazioni prese>>.

E’ chiaro quindi che gli Apprendisti, a differenza dei Maestri e dei Compagni d’Arte, possono prendere la parola soltanto in ordine all’esattezza del verbale (Tavola) della precedente Tornata.

Vi sono altre due eccezioni a questa fondamentale regola prevista dal Rituale: 1) l’Apprendista  può intervenire per giustificare l’assenza dei lavori di un Fratello che non sia riuscito a porsi in contatto diretto con il Maestro Venerabile; 2) anche l’Apprendista  può prendere la parola per il bene dell’Ordine in generale e della Loggia in particolare.

Felicemente riassume la ratio di tali eccezioni al silenzio dell’Apprendista il Fr. Luigi Sessa[1] quando afferma che l’Apprendista può prendere la parola in Loggia soltanto su questioni profane ma mai potrebbe farlo sui temi di tipo iniziatico.

2) Questa precisazione ci aiuta a delineare il vero significato del silenzio dell’Apprendista.

Ed infatti il dovere del silenzio per l’Apprendista costituisce la manifestazione di un vero e proprio metodo per avviarlo sulla Via Iniziatica come emerge da questo insegnamento che si legge nella Catechesi del Primo Grado: <<Il Silenzio è una tecnica che attraverso la compressione dell’emotività fa maturare la riflessione e facilita il conseguimento del dominio sui propri impulsi>>[2].

3) Ma a questo punto ci si potrebbe domandare: riflessione su che cosa? E’ chiaro che l’iniziazione si ottiene attraverso la forza spirituale (la parola sacra Boaz vuol dire proprio fortezza in senso spirituale ovviamente).

Orbene ne deriva che l’adepto deve saper ritrovare questa forza spirituale[3] dentro di sé, nella propria interiorità, e questa ricerca interiore non può che compiersi in silenzio.

Ed è proprio questa ricerca interiore che Pitagora pose alla base del suo insegnamento.

Insegnamento che ha un significato inequivocabile solo ove si ricordi l’espressione greca che Egli adoperò: echemythìa. Espressione che, letteralmente, vuol dire trattenere (eche da echo = “avere”, possedere”, “trattenere”) la parola da mythos (= parola).

Come, infatti, ci ricorda Giamblico nel De vita Pythagorica: <<…..nel caso della “prova” cui erano sottoposti gli aspiranti, egli innanzitutto osservava se essi fossero in grado di tacere (echemythìen, vale a dire trattenere le parole, era il vocabolo che usava) e di tenere per sé, nel corso dell’apprendistato, gli insegnamenti ricevuti>>[4].

Pertanto può dirsi che l‘echemythìa, ricomprende, di certo, il tacere e, però, non si esaurisce in esso ma va ben oltre.

In definitiva, l’Apprendista Libero Muratore deve mettere da parte le parole, anzi, per meglio dire, deve “trattenere” le parole[5], diremmo, pitagoricamente, per concentrarsi sul linguaggio dei simboli[6], linguaggio eminentemente metafisico col quale soltanto è in grado di cominciare a percorrere la Via Iniziatica Tradizionale.

4) Come ha chiarito Guenon[7], <<…”il vero mistero” è essenzialmente ed esclusivamente l’inesprimibile, che evidentemente può essere rappresentato solo dal silenzio; inoltre, poichè il “Grande Mistero” è il non-manifestato, il silenzio stesso che è propriamente uno stato di non-manifestazione, è quindi come una partecipazione o una conformità alla natura del Principio supremo. D’altra parte, il silenzio, riferito al Principio, è, si potrebbe dire, il Verbo non proferito; perciò “il silenzio sacro è la voce del Grande Spirito”, in quanto questo è identificato al Principio stesso; e tale voce, la quale corrisponde alla modalità principiale del suono che la tradizione indù designa come parâ o non-manifestata e la risposta al richiamo dell’essere in adorazione: richiamo e risposta ugualmente silenziosi, essendo entrambi un’aspirazione e un’illuminazione puramente interiori. Perchè sia così, è necessario che il silenzio sia in realtà qualcosa di più che la semplice assenza di ogni parola o di ogni discorso, sia pure formulati in maniera del tutto mentale…>>.[8]

5) E’ essenziale precisare che la parola “mistero” designava originariamente l’inesprimibile e non, invece, l’incomprensibile come si ritiene nel mondo profano. E ciò in quanto in greco  μυστηριον  deriva da μυειν che vuol dire “tacere”, “essere silenzioso”. Alla stessa radice verbale mu, da cui deriva l’espressione latina mutus, “muto” si ricollega il termine μυδος “mito”, che prima di passare ad indicare un racconto fantastico indicava proprio ciò che, non essendo suscettibile di espressione diretta, poteva essere indicato solo attraverso una rappresentazione simbolica, o verbale o figurativa[9].

6) E’ chiaro che il suono, di cui parla Guenon, ci conduce alla musica che può considerarsi come il mito in azione.

Tale insegnamento, come è noto, risale proprio a Pitagora.

Come ricorda Bent Parodi:[10] <<….la musica, dunque, è la voce dell’Assoluto: dalla nozione pitagorica di armonia alla teoria romantica, la prospettiva non è mai mutata, al fondo, e rivela l’origine orfico-magica (il musico come medium del Divino), così affine al mantra – vidya indù, alla “scienza dei suoni mistici”, teorizzata in Oriente. Al di là dello specifico d’ogni cultura, la sapienza parla la stessa lingua in ogni paese>>.[11]

7) Peraltro, lo stesso Guenon[12] ha chiarito che, soltanto imperfettamente, la parola può rendere il linguaggio del simbolismo che può essere compreso esclusivamente con la meditazione individuale. Meditazione individuale che, secondo l’insegnamento di Pitagora, come abbiamo visto, può avere inizio soltanto “trattenendo la parola“.

Penso che possiamo avviarci in questo cammino iniziatico proprio sulla base di questo pensiero di Guenon: <<Aggiungiamo ancora che la natura acquista tutto il suo significato solo quando si considera che essa fornisca un mezzo per elevarsi alla conoscenza della verità divina che è precisamente il compito essenziale che abbiamo riconosciuto al simbolismo>>[13].

E il percorso non può che essere quello indicato da Pitagora: dal molteplice all’Uno[14] cioè al Grande Architetto dell’Universo.

8) L’attualità di questo insegnamento sull’Arte di ascoltare è stata autorevolmente affermata di recente del nostro Gran Maestro nel discorso pronunziato presso la Facoltà Valdese di Teologia di Roma l’11 Febbraio 2016[15]: <<Noi massoni, forse non siamo perfetti, ma per fortuna ….. facciamo dell’ascolto una precisa aurea regola. Da noi, sin da Apprendisti, si impara nel più rigoroso silenzio ad ascoltare gli altri in attesa un giorno di poter prendere la parola>>.

Il Gran Maestro con questa affermazione coglie un aspetto essenziale del silenzio dell’Apprendista. Silenzio che, non a caso, venne così definito, con inimitabile ricchezza di immagine, dal Fr. Gabriele D’Annunzio[16] come : <<….un silenzio sotto i terribili tuoni immoto ma vivente come il silenzio delle labbra che parleranno….>>[17].

Prosegue il Gran Maestro: <<Ebbene, da noi ci si alza uno alla volta, si parla per pochi minuti, e tutti quanti ascoltano. Questa liturgia massonica avviene da secoli, in ogni tornata, ogni sera, in ogni parte del mondo. Per trovare la comprensione profonda in un altra persona dobbiamo prima di tutto saper ascoltare per poi riuscire a comunicare con lui, al di là delle parole. Nel nostro perenne cammino di uomini e di liberi pensatori nella nostra evoluzione ed elevazione spirituale, noi possiamo e dobbiamo fornire un grande esempio alla società. E ascoltando gli altri, fedi e visioni diverse, aprire il cuore e l’animo delle persone>>.

Fin qui il pensiero del Gran Maestro Fr. Stefano Bisi.

9) Qualcuno potrebbe osservare che la concezione del silenzio come ascolto degli altri affermata dal Gran Maestro è diversa da quella del silenzio pitagorico come custodia della Parola, come ascolto della Voce dell’Uno che è dentro di noi, “in interiore homine“, come avrebbe, di poi, detto Sant’Agostino.

Vero è che la differenza è puramente apparente ove si consideri che ascoltando gli altri, facendo aprire agli altri il cuore e l’anima, come ha detto il Gran Maestro, ognuno di noi si inserisce pienamente nell’Armonia del Cosmo. Vale a dire ritorna al Logos, inserendosi così armonicamente nel Disegno del Grande Architetto dell’Universo.

10) Questo, però, presupporrebbe il completamento del nostro Tempio Interiore vale a dire il raggiungimento della perfezione.

Solo così il silenzio significherebbe, anche in concreto, molto di più della semplice assenza della parola, segnando, invece, il raggiungimento del “perfetto equilibrio delle tre parti dell’essere” cioè dello spirito, dell’anima e del corpo[18].

Ma, com’è noto, per noi, il Tempio non è mai finito.

Di quì l’umiltà con cui il Massone, imparando ad ascoltare, deve percorrere il suo cammino iniziatico.

Nicola Di Modugno 3...

[1] Il riferimento è a L. SESSA, Catechesi di I Grado, in L. TROISI, L’Apprendista Libero Muratore, Bastogi, Foggia, 2008, p. 104.

[2] Così L. SESSA, Catechesi di I Grado, cit., in TROISI, Op. cit., pp. 103-104.

[3] Come precisa BENT PARODI,             Nello spazio del mistero, Riflessioni sulla realtà e l’esoterismo, 1° Vol. Gruppo Editoriale S.r.l., Acireale – Roma, 2010, p. 65: <<… la Forza non è altro che la “conformità all’ordine rituale”, il mantenimento del potere cosmogonico, dell’energia che ha creato i mondi>>.

[4] Così GIAMBLICO, La vita pitagorica, introduzione, traduzione e note di Maurizio Giangiulio, Biblioteca universale Rizzoli, Milano, 2001, p. 237.

[5] Sul Silenzio pitagorico va ricordato B. PARODI, L’iniziazione, Pungitopo Editrice, Marina di Patti (ME),1986, pp. 109 e ss.

[6] Sul tema va ricordato il recentissimo lavoro tenuto nella R.L. Cairoli Risorta n. 777 Oriente di Bari dal Fr. L. ZAVOJANNI, Il Simbolo.

[7] Cfr. R. GUENON, Silenzio e solitudine, in R. GUENON, Il Demiurgo e altri saggi, Adelphi Edizioni, Milano 2007, pp. 67-68.

[8] Così R. GUENON, Silenzio e solitudine, cit. p. 67.

[9] In tal senso v. R. GUENON, Gli stati molteplici dell’essere, Adelphi Ed., Milano, 1996, p. 45, nota 1.

[10] Cfr. B. PARODI, Nello spazio del mistero. cit., p. 89.

[11] Così B. PARODI, Op. cit., p. 90.

[12] Cfr. R. GUENON, Simboli della Scienza Sacra, Adelphi Edizioni, Milano, 1990, p. 23.

[13] Così GUENON, Simboli, cit. p. 23.

[14] Su tale fondamentale aspetto dell’insegnamento di Pitagora va ricordata la monografia di A. ROSTAGNI, Il Verbo di Pitagora, Torino, 1924, ristampa ARQ Ed.Victrix, Forlì, 2005

[15] Cfr. L’ascolto, regola aurea nei nostri templi, in Erasmo, Notiziario del G.O.I., Febbraio 2016, pp. 6-8.

[16] Sul significato muratorio di tale poetica dannunziana v. DI MODUGNO, D’Annunzio, Fiume e la Massoneria,  in “L’Acacia”, n.2/2016, p. 65 ss.

[17] Così G. D’ANNUNZIO, A Dante (1903), in Laudi, Mondadori Editore, Milano, 1947 p. 348

[18] In tal senso R. GUENON, Silenzio e solitudine, cit., pp. 67-68.

RELATED ARTICLES

2 Commenti

  1. Ciao Franco, sto sviluppando un Lavoro sul silenzio e mi sono imbattuto sul tuo articolo, ti volevo chiedere se potevi indicarmi la fonte della suddetta frase:
    “I Fratelli hanno facoltà di prendere la parola unicamente sulla esattezza del Verbale, che viene redatto in forma concisa con le indicazioni degli argomenti trattati, dei partecipanti alla discussione e delle deliberazioni prese”.
    Non riesco a trovarla negli antichi doveri nè nella costituzione dell’Ordine.
    Grazie anticipatamente
    D:.

Rispondi

I più letti