HomeCronacaSe la mobilità diventa obbligo. La Basilicata come cartina di tornasole

Se la mobilità diventa obbligo. La Basilicata come cartina di tornasole

Il Sud si svuota e non è un destino. Non partono solo i giovani. Partono i laureati. Partono le donne più istruite. Partono i bambini.
Partono anche i nonni, che raggiungono figli e nipoti stabilizzati al Centro-Nord. E’ l’ultima informazione ricavata dalla Svimez.

La mobilità dal Mezzogiorno non è più un fenomeno episodico. È una riallocazione stabile di risorse umane e di intere traiettorie familiari.

Il problema non è che qualcuno si muova. La mobilità è una libertà. Il problema è quando restare diventa irrazionale.

Il Sud forma, il Nord trattiene. Negli ultimi vent’anni centinaia di migliaia di giovani laureati hanno lasciato il Mezzogiorno. Oggi la quota di laureati tra chi emigra è nettamente superiore rispetto a inizio anni Duemila. Non è più “fuga dei cervelli” in senso tradizionale: è svuotamento selettivo.

Il Mezzogiorno investe in scuola e università. Il rendimento di quell’investimento – produttività, innovazione, gettito fiscale – si realizza altrove.

Il Sud forma. Il Nord trattiene. Nel sistema universitario la dinamica è evidente: una quota significativa di studenti meridionali si iscrive in atenei del Centro-Nord e, una volta laureata, vi resta stabilmente. Al contrario, molti laureati negli atenei meridionali si trasferiscono successivamente verso le regioni più dinamiche.

Le risorse umane seguono la densità economica.

La Basilicata come cartina di tornasole rende visibile ciò che accade nel Mezzogiorno in forma concentrata.

Tra il 2003 e il 2023 la regione ha perso circa 58.000 residenti, oltre il 10% della popolazione. La contrazione ha colpito soprattutto le fasce giovani e attive. L’indice di vecchiaia è tra i più elevati del Paese.

In molti piccoli comuni interni la perdita di abitanti è continua da oltre quindici anni. Quando chiude una scuola o si riduce un presidio sanitario, non è solo una decisione amministrativa. È un segnale. Ogni riduzione di servizi diventa incentivo alla mobilità.

In una regione di poco più di mezzo milione di abitanti, anche poche centinaia di laureati in meno ogni anno incidono sulla densità professionale, sulla capacità imprenditoriale, sull’attrattività complessiva. La fragilità non è solo numerica. È strutturale.

Il confronto con la Lombardia è istruttivo. Negli stessi anni in cui la Basilicata perde popolazione, la Lombardia cresce e attrae capitale umano da altre regioni. Qui università integrate con il tessuto produttivo, grandi poli industriali, reti professionali dense e infrastrutture avanzate generano un ecosistema che trattiene competenze.

Non si tratta di contrapporre Nord e Sud in chiave morale. Si tratta di riconoscere una dinamica cumulativa. Ogni giovane qualificato che si trasferisce da una regione fragile a una forte non è solo un individuo che cambia città. È un trasferimento di valore. Il mercato non riequilibra spontaneamente, concentra.

Quando la mobilità non è più libera. Nel discorso pubblico la mobilità è celebrata come segno di dinamismo. Ed è giusto difendere il diritto di muoversi.

Ma la libertà formale non coincide con la libertà sostanziale. Se le opportunità professionali, i salari, i servizi pubblici e le reti relazionali sono sistematicamente migliori altrove, la scelta di partire diventa adattamento.

Quando restare significa accettare uno svantaggio strutturale, la mobilità non è più solo libertà. È obbligo implicito. Serve allora affiancare al diritto alla mobilità un diritto altrettanto fondamentale: il diritto al radicamento.

Il riequilibrio territoriale non è un favore al Sud, è questione nazionale. È una condizione di stabilità per l’intero Paese. Un’Italia che concentra opportunità in poche aree rischia congestione nelle regioni forti e desertificazione in quelle fragili. Rischia tensioni redistributive crescenti e perdita di coesione.

Spezzare il ciclo dello svuotamento richiede una scelta politica chiara: rafforzare la capacità amministrativa degli enti locali fragili; integrare università e sistemi produttivi territoriali; orientare la politica industriale in chiave territoriale; territorializzare il valore delle risorse; investire nelle infrastrutture di riproduzione sociale. Non assistenzialismo, ma governare la geografia economica.

Se la mobilità è diventata obbligo, il radicamento deve diventare progetto. Restare vivi non è nostalgia. È politica.

 

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