Lucia Azzolina neo ministra della Scuola si appresta ad affrontare l’anno nuovo con una eredità non facile, visto che il dimissionario Lorenzo Fioramonti, ha denunciato tutti i limiti delle risorse e finanziarie e che istruzione e ricerca continuano a essere le ”cenerentole” della spesa governativa. I problemi sono lì tra precariato, meritocrazia,limiti di organici, incombenze amministrative (troppe) che non consentono a presidi e direttori didattici (preferiamo continuare a chiamarli così, fuori dal burocratico neologismo di ‘dirigente scolastico’ visto che la scuola non è una azienda) di lavorare con serenità e di seguire con maggiore attenzione i ragazzi. Questi ultimi alla ricerca di motivazioni, sopratutto formativa, che consenta loro di rapportare megli con il mondo del lavoro. E allora le riflessioni ” La scuola che vorrei…” della professoressa  Rosella Tirico -Dirigente Scolastico, Bari per il Centro Studi Leone XIII , animato dal vulcanico Pasquale Tucciariello, mettono le mani nella piaga sulle cose da fare. A cominciare dalla burocrazia. Altro che dirigenti…aziendali scolastici. Ministro. Cominci da qui….

 

 

La scuola che vorrei ….

 

La scuola come comunità non è valore aggiunto. È il valore.

di Rosella Tirico

 

La scuola che verrà non è mai giunta a destinazione. Forse si è persa tra i mille sentieri delle leggi di bilancio e tra le riforme di immagine dei vari Governi della Repubblica.

E comunque basterebbe poco per migliorare il mondo della scuola e di un servizio pubblico su cui l’utenza, le Famiglie e la Società intera pongono sempre maggiori aspettative.

Una pianificazione di interventi basati sull’ascolto delle parti sociali ma soprattutto tenendo conto del parere di coloro che realmente spendono le proprie esistenze per la scuola quotidianamente, potrebbe costituire la base essenziale di una politica di concreta e solida innovazione.

Chi parla della scuola e della sua crescita ed efficacia nel mondo del terzo millennio dovrebbe fondamentalmente comprendere le dinamiche dell’apprendimento in una società complessa, le variabili ed i condizionamenti derivanti dalla globalizzazione e dall’intreccio della nuova dimensione “glocale”, la dimensione dinamica dei saperi del terzo millennio che mirano alle competenze ma che devono necessariamente comprendere e ricomprendere le conoscenze e le abilità. Una scuola che guarda al futuro non può ignorare il suo passato e non può disconoscere le conoscenze disciplinari o ridurle nel frullatore della trasversalità interdisciplinare.

Innovazioni e riforme svuotate di consapevolezza pedagogica non potranno che continuare a produrre confusione nel mondo della scuola e tra le famiglie.

La scuola ha bisogno di solide fondamenta sia per quanto riguarda l’impostazione pedagogica, sia per ciò che concerne gli edifici, i luoghi dell’apprendere, gli organici e la formazione del personale.

Molto è stato fatto per l’immissione di nuovo personale docente, anche se i livelli di formazione hanno risentito di diverse e spesso contrastanti politiche di ingresso e di selezione.

Poco è stato fatto per la formazione e l’incremento del personale amministrativo che di anno in anno deve misurarsi con le innovazioni della legislazione europea, per esempio per le procedure di appalto di servizi e forniture, per le procedure di protezione dei dati, per le innovazioni digitali, per le misure di sicurezza degli ambienti, per le azioni di trasparenza ed accesso agli atti. Si tratta di un vorticoso succedersi di decreti e circolari e di una delega sempre più ampia alle segreterie scolastiche di procedure ed adempimenti che prima erano di competenza di altri enti (vedi ex provveditorati, inps, asl ecc…)

Poco o nulla è stato fatto per garantire la stabilità degli organici del personale docente al fine di realizzare una concreta continuità nelle classi e rispettare i tempi di avvio dell’anno scolastico. Sarebbe utile individuare dei criteri per vincolare la mobilità del personale per alcuni anni e per creare figure intermedie e qualificate (middle management).

Nulla è stato fatto per istituzionalizzare alcune figure sempre più necessarie nella scuola: il pedagogista come consulente per le famiglie, per il supporto didattico e per l’inclusione educativa; il tecnico di laboratorio informatico (presente solo nelle scuole secondarie di secondo grado), il medico scolastico, in passato presente, ma da diversi anni figura eliminata, o come gli operatori socio sanitari per supporto igienico e somministrazione di farmaci per alunni diversabili. Queste professionalità renderebbero più equilibrate e serene le relazioni nella comunità scolastica, fornirebbero utili supporti e minor speco di energie nella gestione della dirigenza che spesso supplisce alla loro mancanza con risorse professionali proprie o con dispendiose procedure di appalto quando si trovano i finanziamenti.

La scuola e la figura del Dirigente scolastico sono state inoltre sommerse da nuove responsabilità come quelle relative alla sicurezza degli edifici ed alla privacy, ma spesso queste nuove normative, nate per realtà lontane e diverse dalla scuola, non hanno visto l’emanazione di linee guida specifiche che invece il Ministero dell’Istruzione avrebbe dovuto emanare. Pertanto le leggi vengono applicate non tenendo conto delle specificità delle scuole e del personale che vi lavora. Questo accade per effetto del Decreto Ministeriale 21 giugno 1996, n. 292. A seguito di tale legislazione il dirigente scolastico ha assunto compiti, funzioni dei datori di lavoro, assumendone le responsabilità e spostando la sua linea d’azione e le sue competenze quasi esclusivamente nell’ambito gestionale, facendo scomparire la dimensione didattica del suo lavoro.

Le azioni di intervento su esposte per il miglioramento della scuola sarebbero prevalentemente a costo zero o implicherebbero finanziamenti minimi.

Ciò che invece richiederebbe un maggiore investimento sarebbe la riqualificazione della maggior parte degli edifici scolastici. Riqualificazione non solo strutturale in termini di sicurezza ma anche ambientale ed ecosostenibile, per la realizzazione di spazi più consoni ad una vita comunitaria in cui gli apprendimenti siano occasione di crescita esperienziale, alternati a momenti di incontri relazionali. Questo fornirebbe le scuole di mense adeguate, spazi di socializzazione per il personale, spazi per praticare sport, per incontri tra famiglie e personale scolastico, ambienti di apprendimento attrezzati e stimolanti.

La scuola che vorrei…che forse vorremmo tutti per i nostri figli ed i nostri nipoti, potrebbe essere un luogo più confortevole e stimolante, più sicuro e ben attrezzato, in cui i tempi di apprendimento siano distesi e ci possa essere spazio per l’ascolto e non un frenetico susseguirsi di adempimenti burocratici. Potrebbe essere un luogo in cui anche chi ci lavora possa stare bene e sentirsi accolto, sapendo di crescere in una comunità solidale e pacifica.

La scuola che vorrei dovrebbe bandire l’aggressività, il contenzioso tra personale, dirigenti, utenti, alunni, fornitori, e dovrebbe essere un luogo di persone e per le persone e non di atti, di carte, di dati, di strutture, e di decreti.

In sintesi i punti di innovazione

 Organi collegiali stabili

 Rivedere il ruolo del dirigente e le varie responsabilità

 Formazione docenti e middle management

 Non riproporre nuovi programmi ma rivalutare i saperi

 Non confondere la trasversalità e le competenze con lo svuotamento delle discipline

 Non proporre nuove articolazioni relative agli ordini di scuola (i docenti sono stanchi delle mille rivisitazioni ingegneristiche)

 Rifondare il settore di edilizia scolastica con una nuova architettura pedagogica

 Inserire la figura del pedagogista a scuola

 Incrementare gli organici ATA ed introdurre figure specialistiche

Prof. Rosella Tirico – Centro Studi Leone XIII –

Dirigente Scolastico, Bari