Tradimento, opportunismo, protagonismo, logiche ricorrenti da svolta autoritaria e di repressione delle libertà nel sangue in un continente, quello Americano, degli yankees o dei gringos, dei fazenderos e dei campesinos, delle ‘comuni’ e delle multinazionali che fanno il brutto tempo, rovesciando governi fino a ieri popolari e poi, sotto gli effetti della crisi economica, piegano verso forzature costituzionali e parlamentari o verso colpi di Stato. E così nei territori dove hanno sventolato le bandiere del Che, di Fidel, di Bolivar, di Zapata o i sogni rivoluzionari lungo la cordigliera delle Ande di Sendero Luminoso spira il vento di dittatori e dittature, che sembravano sconfitti e relegati nelle pagine buie della storia. Serve alzare la testa, resistere e lavorare perchè anche la Comunità internazionale faccia sentire voce e pressione, come è capitato per gli italiani in Venezuela e per le popolazioni di Paesi che non hanno nemmeno un pesos o un dollaro svalutato al cambio per respirare e campare. E così Francesco Calculli, “rivoluzionario” materano tutto d’un pezzo che la storia della Resistenza e dei diversi movimenti e leader continua a studiarli e a seguirli e non solo dal Museo, che continua a portare avanti con altri volontari, ci propone una riflessione e tanti interrogativi su quel che accade nel continente sudamericano. Fuori dai luoghi comuni del suono del rondador, dell’iconografia delle vie dell’oro o del caffè, della samba e del manana, e del creolo che vive felice sotto una palma bevendo latte di cocco, mentre a pochi passi la foresta amazzonica brucia e le squadre di ”incappucciati” o di ”milizias” prezzolate compiono delitti efferati contro gli oppositori. Francesco, meglio “Francisco” come nella lingua ispanica, guarda all’immagine sbiadita di un quartetto di leader centro e sudamericani, eredi ideali e di una esperienza anticapitalista e liberista come quella cubana, a Porto Alegre…a testimoniare che ” el puebo unido jamas serà vencido” come ripeteva una nota canzone degli Inti Illimani nel solco del sono infranto dell’ex presidente cileno Salvador Allende. Una foto sbiadita ma anche un pizzico di speranza. E se non avete ”bien comprentido” Francesco vi invita a consultare il testo CUBA: ECCEZIONE STORICA O AVANGUARDIA NELLA LOTTA AL COLONIALISMO? ed. Baldini e Castoldi 1996, disponibile per la consultazione presso la biblioteca di Casa Museo Storia del Comunismo e della Resistenza.

 

LE RIFLESSIONI DI FRANCESCO

Era il novembre del 2008 quando durante le celebrazioni per i 50 anni della rivoluzione cubana, sul grande palco allestito per l’occasione a L’Avana, vicino al leader maximo Fidel Castro erano a presenziare il grandioso evento, l’ex presidente del Brasile Inàcio Lula, con Hugo Chavez leader del Venezuela, ed Evo Morales il presidente indio della Bolivia. Erano i tre più autorevoli rappresentanti di quella generazioni di rivoluzionari latino americani, le cui aspirazioni di battersi per ottenere una vera indipendenza nazionale dei loro popoli dalle pesanti ingerenze dell’imperialismo americano,e per creare uno stato socialista modellato sull’esperienza vittoriosa di Cuba, erano state soffocate nel sangue negli anni 60′ e 70′ del 900′ dalla brutale repressione messa in atto in ogni luogo del continente latinoamericano, dai militari golpisti contro ogni movimento di opposizione di sinistra. Cosi la loro presenza su quel palco indicava in modo inequivocabile che dopo decenni di atroci dittature fasciste, finalmente l’America Latina nella quasi totalità dei suoi Stati, cessava di essere “il cortile di casa” degli Stati Uniti d’America, per intraprendere la costruzione graduale di nuove società di tipo comunistico. A differenza di quanto in quegli stessi anni stava accadendo in Europa,con l’adozione da parte dei governi anche di centro sinistra delle bieche politiche neoliberiste che distruggevano lo stato sociale, e mettendo al centro di ogni provvedimento economico come un mantra intoccabile la salvaguardia del profitto delle imprese a scapito dei lavoratori, obbligati a competere tra loro per salari ogni anno sempre più bassi, la svolta progressista dei popoli latini attuata con l’adozione di riforme di struttura di stampo marxista da parte dei loro leaders, diventavano l’esempio concreto che un altro mondo senza ingiustizia sociale e sfruttamento del lavoro salariato era davvero possibile! Porto Alegre in Brasile e Caracas in Venezuela furono non a caso le capitali dove si svolsero i primi Social Forum contro la globalizzazione capitalista, che videro la partecipazione di migliaia di persone da ogni parte del mondo. E invece sono bastati gli ultimi tre anni per infrangere quel sogno di una società umana e solidale, e fare riemergere con prepotenza quel terribile passato di miseria, torture, deportazioni e genocidi di massa, che si credeva seppellito definitivamente. L’anno fatidico che segna l’inizio dalla nuova offensiva del neoliberismo golpista,è quel 2016 che vide l’arresto del “companero” presidente Lula per corruzione, con accuse che si sono rivelate completamente false, il cui scopo è stato unicamente di impedirgli la partecipazione alle elezioni in Brasile dell’autunno scorso, che Lula avrebbe sicuramente vinto, e che invece hanno premiato il militare filo nazista Jair Bolsonaro.  Il complotto ordito ai danni di Lula è una vergogna internazionale!Questo fatto era stato preceduto nel mese di Settembre dalla resa delle FARC Colombiane al capitalismo, ai grandi cartelli del narcotraffico, e agli squadroni.della morte legati al corrotto regime reazionario di Bogotà. Ma forse a segnare il punto di non ritorno è l’annuncio il 26 novembre della morte di Fidel Castro, il gigante della Storia che era stato il simbolo vincente della rivoluzione comunista nel mondo, che lascerà un vuoto incolmabile, e per la sinistra latino americana nulla sarà più come prima. Il resto è cronaca di questi giorni la feroce repressione in Cile delle manifestazioni di protesta contro le inique politiche economiche del nuovo regime militarista del presidente Pinera, il quale come negli anni più bui del dittatore Pinochet , invia i poliziotti e i soldati nelle strade a sparare agli studenti, ai lavoratori, e persino a famiglie con i loro bambini. Ultimo atto è la destituzione del presidente boliviano Evo Morales, costretto alle dimissioni, nonostante avesse stravinto le ultime elezioni, da un golpe borghese militare, mascherato da proteste di piazza per inesistenti brogli elettorali, che secondo l’opposizione di destra avrebbero favorito la sua rielezione a presidente della Bolivia. Le immagini dell’assalto squadrista a Patricia Arce , sindaca di Vinto e appartenente al partito “Movimento al Socialismo” guidato da Morales,  trascinata in strada dai manifestanti antigovernativi che le hanno tagliato forzatamente i capelli, le hanno versato addosso della vernice rossa e l’hanno obbligata a camminare a piedi nudi e firmare una lettera di dimissioni, e che tanta indignazione hanno provocato in tutto il mondo progressista, sono diventate la tragica testimonianza in diretta televisiva, del triste epilogo dell’utopia gevarista portata al governo del paese dal presidente Morales. Solamente nel Venezuela il presidente chavista Nicolas Maduro dopo avere superato una fase critica di contestazione da parte dell’opposizione clericale antigovernativa, resta per il momento al suo posto. Ma il suo destino resta appeso a un filo, e dipende unicamente dalla lealtà nei confronti del governo da parte delle Forze Armate. In ogni caso, il vero obbiettivo della presidenza Trump, e dei suoi agenti imperialisti in Venezuela, è quello di provocare la caduta del governo di Maduro, per colpire indirettamente l’odiata Cuba, che dipende per le sue importazioni di petrolio quasi esclusivamente dalle forniture venezuelane. In questo contesto di “effetto domino” su quali saranno i possibili scenari futuri per quello che ancora resta della sinistra marxista in America Latina , è difficile se non impossibile fare delle previsioni nel lungo periodo. Restano però di una sconcertante attualità, e come un monito profetico le parole di “Che Guevara”: “E quando sentiamo parlare di presa del potere per via elettorale, la nostra domanda è sempre la stessa: se un movimento popolare giunge al governo di un paese spinto da una grande votazione popolare e decidesse, di conseguenza, di dare inizio alle grandi trasformazioni sociali previste dal programma in base al quale ha avuto la vittoria, non entrerebbe immediatamente in conflitto con le classi reazionarie del paese? E non è stato sempre l’esercito lo strumento di oppressione di tali classi? Se cosi è, è logico dedurre che tale esercito si schiererà dalla parte della sua classe ed entrerà in conflitto con il governo costituito. Può succedere che il governo venga rovesciato con un colpo di stato più o meno incruento e che ricominci il gioco che non finisce mai; ma può succedere invece che l’esercito oppressore venga sconfitto grazie all’azione popolare armata mossa in appoggio al proprio governo. Ciò che ci sembra difficile è che la borghesia reazionaria e le Forze Armate accettino di buon grado delle riforme sociali profonde e si rassegnino come agnellini alla propria liquidazione come casta. Queste sono le grandi forze alleate fra loro disposte a sbarrare, con qualunque mezzo, il passo alle nuove rivoluzione popolari dell’America.” ( tratto dal testo CUBA: ECCEZIONE STORICA O AVANGUARDIA NELLA LOTTA AL COLONIALISMO? ed. Baldini e Castoldi 1996, disponibile per la consultazione presso la biblioteca di Casa Museo Storia del Comunismo e della Resistenza)