In una serata che si è andata via via rinfrescando, più di quanto prevedibile a giudicare dalle tante maniche corte (pentite) nel nutrito pubblico che ha affollato piazza San Giovanni della Città dei Sassi, si è svolto il dibattito “Prospettive del Sud tra autonomia differenziata e PNRR” previsto nella prima delle due giornate (questa a Matera, l’altra a Potenza) della dodicesima edizione delle Giornate del Lavoro organizzate della Cgil di Basilicata. Serata riscaldata da un dibattito per nulla formale e alquanto interessante per le promettenti sfumature che sono emerse dagli interventi per nulla rituali degli ospiti di opposto schieramento sul tema in discussione: Vito Bardi e Roberto Occhiuto (ambedue presidenti regionali di Forza Italia), Vincenzo De Luca, Stefano Bonaccini e Michele Emiliano (del PD), moderato dalla giornalista Daniela Preziosi del quotidiano Domani. A fronte di un Vito Bardi che ha mantenuto il suo solito basso profilo e che si è limitato a ripetere concetti generici su una legge che potrebbe costituire anche una occasione, visto e considerato che le cose così come sono non vanno bene, c’è stato un Roberto Occhiuto molto più determinato sui rischi che potrebbero derivare, sebbene si è dichiarato convinto che trattasi di una scatola vuota. Una medaglia concessa alla Lega che, per l’assenza dei LEP e soprattutto di risorse, non verrà mai applicata. Nel contempo ha tenuto a sottolineato l’errore commesso dalla destra di aver approvato quella norma velocemente in una notte, senza discuterne abbastanza, e quello commesso dalla sinistra di aver reso troppo di parte la vicenda referendaria, plasticamente dimostrato da quella foto di gruppo dinanzi alla Cassazione nel giorno della presentazione dei quesiti. Un Occhiuto che non ha mancato di apprezzare i contenuti dell’intervento di Stefano Bonaccini che lo aveva preceduto, che ha spiegato come la discussione iniziale sull’autonomia a cui lui e la sua Regione (con l’approvazione di tutte le forze politiche e sociali) aveva ben altro respiro rispetto alla Legge Calderoli, perchè non tendeva certo a creare questa divisione del Paese in 20 staterelli. Ribadendo che ha sempre ritenuto intollerabile dover vivere in condizioni diverse a seconda di dove si è nati. Pirotecnico come sempre l’intervento di Vincenzo De Luca che ha affermato di rifiutare un approccio ideologico a questa vicenda ed ha proposto di fare del Referendum una battaglia risorgimentale, che punti all’unità dell’Italia e nel contempo indicare l’obiettivo di “zero burocrazia” perchè vanno abbattuti i tempi biblici necessari ora per mettere in campo progetti ed opere. In tale ottica, per cogliere quanto di condiviso c’è tra i presidenti di regione, ha annunciato che proporrà di sottoscrivere una proposta di legge migliorativa della Calderoli che cancelli da essa le deleghe per Scuola e Sanità, perchè è inimmaginabile che per queste materie vi sia disparità tra chi vive a Trento e chi vive in Sicilia. Inoltre, l’impegno a chiedere di ripartire le somme aggiuntive, con importo per abitante uguale per tutte le regioni. Il clima promettente del dibattito è stato rilevato da Michele Emiliano nel suo intervento effettuato in collegamento, rilevando che ci sono margini di azione comune tra i rappresentanti delle regioni del centro sud. Le conclusioni della manifestazione sono state tratte dal segretario nazionale della Cgil Christian Ferrari che -pur non entrando nella dinamica politica sviluppata dal palco- ha ricordato (in quanto veneto) la genesi di questo provvedimento che nasce dalla cultura secessionista della Lega e che porta con se pericoli gravi per la tenuta dei valori della Costituzione (considerato che è un tassello del trittico messo in campo, insieme agli altri due costituiti dal premierato e dalla riforma della giustizia) e per il superamento della contrattazione nazionale che ne deriverebbe ed un ritorno alle gabbie salariali di cui non si fa più mistero. Per cui è dirimente vincere la battaglia referendaria e battere questo disegno politico che sarebbe devastante per il Paese.

L’iniziativa era stata introdotta oltre che dai saluti di Michela Carmentano, segretaria Cgil Basilicata e del sindaco di Matera, Domenico Bennardi, da un articolato intervento del segretario generale della Cgil Basilicata e della Camera del Lavoro di Matera, Fernando Mega. “Comunque vada, al Sud l’autonomia differenziata rischia di essere un secessionismo mascherato e tanto caro da sempre alla Lega. Aumenterà i divari, acuirà i ritardi e il Paese tutto ci rimetterà. Non è una questione partitica ma di sopravvivenza stessa del Paese e della nostra regione. È la nuova questione Meridionale che si fa avanti e che la Basilicata, il Mezzogiorno e l’intero Paese, oggi, con le sfide che abbiamo dinanzi, non si può più permettere”. Ha esordito Fernando Mega, che ha proseguito ribadendo che “La posizione della Cgil sull’autonomia differenziata è chiara e non da oggi. È dal 2019, da quando cioè lo spettro dell’autonomia differenziata si è fatto più concreto, che abbiamo avuto forse il merito di portare la discussione nella nostra regione. Dare attuazione all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione nelle condizioni date, con le modalità proposte e a risorse invariate, costituisce un attacco all’unitarietà dei diritti civili e sociali fondamentali delle cittadine e dei cittadini, destinato ad ampliare in maniera irreversibile le diseguaglianze e i divari esistenti tra Nord e Sud del Paese e a ridurre ulteriormente la capacità del sistema pubblico di garantire servizi essenziali e universali alla popolazione. Riteniamo profondamente sbagliato minare i pilastri su cui si fonda la coesione e la tenuta stessa della nostra società, come l’istruzione e la sanità pubblica oltre che il contratto collettivo nazionale di lavoro”.

Sulla sanità Mega ha sottolineato quanto emerso dal recente studio della Fondazione Gimbe sugli effetti dell’autonomia differenziata sulla “tutela della salute: “Dagli adempimenti ai Livelli essenziali di assistenza valutati con la griglia Lea nel decennio 2010-2019 – ha detto – emerge che nelle prime 10 posizioni non c’è nessuna Regione del Sud e la Basilicata si colloca al 12esimo posto. Col nuovo sistema di garanzia, sia nel 2020 che nel 2021, le Regioni del Sud sono agli ultimi posti, con la Basilicata inadempiente nel 2020 e al penultimo posto tra quelle adempienti nel 2021. L’aspettativa di vita, come per tutte le regioni del Mezzogiorno, anche in Basilicata è al di sotto della media nazionale – la Basilicata si piazza sest’ultima – tanto che secondo l’Istat al Sud si vive un anno e sette mesi in meno che al Nord. Il dato della mobilità sanitaria passiva viene ulteriormente conclamato, raggiungendo 83 milioni di euro in Basilicata, con la mobilità sanitaria che in generale riguarda l’11,4% dei ricoverati residenti nel Mezzogiorno a fronte del 5,6% dei residenti nel Nord-Italia. E ancora, rispetto alle spese sanitarie per le famiglie, al Sud rinuncia alle cure mediche più di una famiglia su quattro, ovvero il 28,7%”.
In questo quadro pesa l’assenza di medici e infermieri. “In Basilicata – ha proseguito – si registra una presenza di medici ogni mille abitanti inferiore rispetto alla media italiana. Già oggi si fa fatica a mantenere servizi ordinari a causa delle basse retribuzioni che spingono ad andare verso il privato o verso altre regioni, dove le retribuzioni sono decisamente più elevate. La maggiore autonomia in termini di contrattazione del personale provocherà una ulteriore fuga dei professionisti sanitari verso le regioni in grado di offrire condizioni economiche più vantaggiose, impoverendo ulteriormente il capitale umano del Mezzogiorno. Un boomerang quindi anche per le regioni del Nord, che non riusciranno a soddisfare l’eccessiva richiesta, provocando un peggioramento dell’assistenza sanitaria, non solo nel Mezzogiorno. Servono investimenti, ora e subito, altrimenti il rischio concreto è di dover rinunciare per sempre alla più grande conquista sociale del Paese e ad un pilastro della nostra democrazia, la sanità pubblica. La Regione Basilicata faccia la sua parte assumendo iniziative verso il governo nazionale per stanziare le necessarie risorse per il servizio sanitario nazionale e provveda ad utilizzare totalmente le risorse disponibili per le assunzioni. Questa è la via maestra per rendere esigibile il diritto alla salute come diritto sociale di libertà garantendone l’universalità e l’effettività”.
Al pari della sanità pubblica, anche la scuola pubblica è a rischio. “Le conseguenze dell’autonomia differenziata in materia di istruzione in Basilicata, dove la maggior parte dei Comuni sono al di sotto dei cinquemila abitanti, saranno devastanti – ha precisato il numero uno della Cgil lucana – Già oggi con il dimensionamento scolastico assistiamo a una riduzione del 28,7% di istituti, il dato più alto in Italia. È quindi evidente che il diritto allo studio sarà fortemente compromesso”. In questo scenario “che ne sarà – chiede Mega – della piccolissima Basilicata, dove in un solo anno la popolazione è diminuita dello 0,7%, perdendo 60 mila abitanti in venti anni con una previsione, secondo l’Istat, di una perdita del 40% dei residenti attuali nei prossimi venti, quando le gabbie salariali volute dal Governo Meloni spingeranno i nostri giovani ancora di più verso le regioni del nord, dove gli stipendi saranno più alti? Come potremmo garantire i livelli essenziali di assistenza? Quando viene meno la tutela del diritto alla salute e insieme il diritto all’istruzione alla mobilità, viene meno il diritto di cittadinanza. Ed è questo il rischio concreto per la Basilicata e il Mezzogiorno con l’autonomia differenziata che, insieme al Decreto Sud, alla Zes unica per il Mezzogiorno, e alla centralizzazione di risorse e assegnazioni presso la presidenza del Consiglio, mettono a rischio anche i progetti e le risorse del Pnrr, già risultate insufficienti a colmare i divari. L’Italia viaggia a due velocità differenti. Oggi, invece di colmare queste diseguaglianze con politiche che tengano conto delle peculiarità dei territori mettendoli nelle condizioni di poter garantire stessi diritti a tutti, il governo Meloni resuscita l’autonomia differenziata, ledendo la coesione sociale che di fatto dura dal 1860. Ed ecco che la questione Meridionale torna con prepotenza sullo sfondo di un disegno di autonomia differenziata che divide il Paese, acutizzando i divari mai risolti tra Nord e Sud.” “Come Cgil non ci fermeremo – ha concluso Mega – La mobilitazione portata avanti e ancora in corso con le associazioni e la società civile contro la legge Calderoli è stata eccezionale. In pochi giorni è stata raggiunta e superata la quota delle 500 mila firme necessarie per portare la richiesta dell’abrogazione della legge in Cassazione. Sono state raccolte centinaia di migliaia di firme in Basilicata e nei banchetti in tutta Italia, dalle città ai luoghi di vacanza. E la mobilitazione continua. La prossima sfida sarà trasformare queste firme in voti alle urne per cancellare questa legge iniqua”.
A seguire video della fase iniziale del dibattito nella diretta sulla pagina di Giornalemio.it con gli interventi di Vito Bardi e Stefano Bonaccini:

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