lunedì, 6 Febbraio , 2023
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Parco Murgia, pericolo di crollo.

Pubblico l’intervento di Vanni Saponaro, che mi pare assai utile far conoscere a un pubblico più ampio.

“In questi giorni ho appreso dai media che l’Ente di gestione del Parco Archeologico Storico Naturale delle Chiese Rupestri del Materano, ha emanato in data 17 gennaio 2023, a firma del suo direttore, dott. Luigi de Capua, un’ordinanza urgente di chiusura del sentiero 406.

Tale decisione pare si sia determinata a seguito di una segnalazione riguardante una frattura riscontrata in località Murgia Timone, nella parte alta del versante calcarenitico sovrastante  il sentiero 01 e non il sentiero 406 chiuso dall’ordinanza. Il sentiero su cui insiste la frattura infatti parte da San Falcione e costeggiando la gravina difronte Matera, dopo aver incrociato il sentiero 406, conduce alla chiesa rupestre di Madonna delle croci. L’area è di proprietà del Comune, e ricade sia nel Parco Murgia che all’interno del sito Unesco.

Da un altro comunicato stampa si è appreso che il Sindaco Domenico Bennardi, dopo una relazione stilata dai Vigili del Fuoco di Matera, ha deciso di chiedere alla Regione un intervento di somma urgenza per la messa in sicurezza del sito.

Rispetto a quanto accaduto e a quanto potrebbe succedere vorrei fare alcune considerazioni che spero possano essere utili ad affrontare il problema nel modo più efficace possibile, senza arrecare danno al patrimonio.

L’aumento del numero dei visitatori all’interno del Parco è oramai un dato di fatto legato a diversi fattori culturali, socio economici e soprattutto alla creazione del sentiero 406, oggetto dell’ordinanza di chiusura, che permette l’accesso all’area del parco direttamente dai Sassi di Matera, area frequentata annualmente da centinaia di migliaia di turisti.

Le problematiche legate al rischio che l’afflusso di persone genera in queste aree, non è una prerogativa esclusivamente del parco materano, ma interessa molte altre aree protette italiane. Infatti in ambito naturale il pericolo è spesso fisiologico, legato all’evoluzione dei fenomeni fisici naturali del territorio.

Si può assumere che nelle aree protette esistono tipologie intrinseche di pericolosità legate a fenomeni naturali. La possibilità che l’evento avvenga (come ad esempio il distaccamento o la caduta di un blocco roccioso) presenta diversi gradi di probabilità legate a fattori ambientali quali gli sbalzi di temperature, le forti piogge o la presenza di vegetazione all’interno delle fratture.

Va da sé che il rischio è comunque legato alla presenza umana, perché un blocco che crolla in un’area non frequentata da nessuno non presenta alcun rischio a meno che il versante che crolla non è esso stesso parte del patrimonio.

Il rischio quindi può essere assunto come un valore probabilistico legato al numero di persone esposte ad esso.

Per la stessa natura geologica di molte aree protette, che spesso sono di grandi estensioni, la possibilità che avvenga un evento di questo tipo è talmente diffuso da non poter neanche immaginare di poterlo mitigare attraverso la creazione di reti, barriere o cavi di acciaio.

Del resto il motivo che spinge a creare e definire un’area protetta è legato a una sua caratteristica precisa. Un’area protetta può essere creata per difendere la flora, la fauna, oppure tutelare particolari evidenze geologiche o paesaggistiche, storiche o archeologiche. Se l’intervento di mitigazione va a inficiare il senso originario che ha portato alla creazione dell’area, l’intervento diverrebbe contraddittorio con la ragione stessa che ha portato alla istituzione dell’area protetta.

Ad esempio, se si istituisce un parco perché in una determinata area naturale è presente un esemplare raro di farfalla, ma per permettere ai visitatori di osservarla si realizzano delle opere che espongono la farfalla al pericolo della sua estinzione, è chiaro che le opere vanno contro il motivo stesso di istituzione dell’area protetta. Di conseguenza il motivo principale che giustifica l’esistenza stessa di un parco è la conservazione delle evidenze naturalistiche o paesaggistiche per cui è stato istituito, non la possibilità che milioni di persone vi possano accedere senza rischi, come del resto prevede non solo la legge quadro dei parchi, ma anche tutto l’apparato normativo europeo, nazionale e regionale.

Il tema va quindi affrontato nella sua complessità attraverso un processo di valutazione rischi/benefici, e una ponderazione del tasso di accettazione del rischio, mettendo in campo soluzioni di gestione del rischio stesso.

Proprio per contribuire a risolvere queste problematiche nel 2020 il Segretario Generale dell’Autorità di Bacino siciliana, ha stilato alcune linee guida che, per quanto non siano prescrizioni legislative, potrebbero essere utili anche al Sindaco di Matera e all’Ente Parco per affrontare le problematiche emerse di recente.

Schematicamente e per quanto concerne le problematiche specifiche del Parco della Murgia Materana le linee guida prevedono:

Nell’ambito della gestione delle aree, nel caso in cui i luoghi prevedano lo stazionamento e il concentramento di visitatori, esse consigliano di evitarne l’ubicazione sotto zone particolarmente a rischio e di pensarne lo spostamento.

Altrimenti si consiglia il monitoraggio dei costoni incombenti attraverso l’uso di drone ad alta risoluzione, di stazioni totali o laser scanner, al fine di valutare eventuali processi evolutivi del dissesto.

Nel caso non fosse possibile ridurre il pericolo, il rischio può essere ridotto agendo sui fruitori dell’area attraverso sistemi di avviso, e soprattutto fornendo loro le informazioni necessarie ad assumere comportamenti coerenti con i pericoli che gravano su quella stessa area.

Chiunque si rechi in un’area protetta o naturale accetta di essere esposto alle situazioni di pericolosità intrinseca, ma deve essere preventivamente informato e poter scegliere se andarci o meno.

 

A oggi gli unici interventi di mitigazione del rischio effettuati nel parco della Murgia materana sono stati quelli realizzati nelle immediate vicinanze dell’accesso al sentiero 406, dove, a causa di una presunta caduta massi, sono state realizzate reti metalliche a protezione della parete rocciosa. Intervento che ritengo alquanto discutibile.

Oggi il rischio che si operi un altro intervento inopportuno come quello, sia per la sua natura puntuale che per il suo essere non risolutivo di un problema più generale, è altissimo se si considerano le parole del Sindaco che nel suo comunicato ha invocato lavori di somma urgenza per mettere in sicurezza il luogo.

Tale “natura” di somma urgenza secondo il mio modesto parere andrebbe valutata meglio, infatti quella frattura è sempre stata lì e non presenta, a occhio nudo, alcun movimento verticale tra i due lembi. Essa infatti è documentata da una foto scattata da me già nel 2010. Il che potrebbe significare che è lì da molti più anni.

L’invito che faccio al Sindaco di Matera e all’Ente Parco è pertanto di fermare le bocce e incardinare sul tema una riflessione importante, possibilmente coinvolgendo professionisti del settore, per valutare la situazione nel suo complesso e definire quali sono i rischi accettabili e, ove possibile, mitigarli cercando di conciliare (se, e dove possibile) gli aspetti turistici con quelli specifici dell’area protetta, considerando che l’area oltre a ricadere all’interno del Parco fa parte anche del sito Unesco.

A Tal proposito vorrei rimarcare che l’inserimento dei Sassi e dell’area prospicente della Murgia all’interno del Patrimonio Dell’Umanità, è legato a doppio filo al paesaggio, oltre che alle altre evidenze già contemplate dall’istituzione del Parco della Murgia. L’importanza del paesaggio per i Sassi di Matera e per la Murgia non è solo una questione estetica ma sostanziale. E’ stato proprio grazie alla candidatura di Matera che è stato istituito per la prima volta un nuovo criterio per entrare nel patrimonio mondiale Unesco.  Infatti fu proprio in occasione della valutazione in sede Unesco del dossier materano che è nato il criterio di “Paesaggio Culturale”. Questo non solo ci deve inorgoglire, ma impone di tutelare il patrimonio paesaggistico nella sua totale integrità e ci carica nostro malgrado di una grande responsabilità nei confronti di tutte quelle atre realtà che si fregeranno dello stesso criterio.”

Vanni Saponaro, dottore in scienze della terra.

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