mercoledì, 28 Febbraio , 2024
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NESSUNO LI HA VISTI ARRIVARE! EPPURE VENIVANO DA LONTANO…

 

Vi ricordate la citazione di Helly Schlein per spiegare la sorpresa suscitata dalla sua elezione a segretaria del PD? “Non ci hanno visto arrivare!”, proprio come nessuno – in Europa – ha visto arrivare la protesta degli agricoltori e ora fanno marcia indietro su qualsiasi provvedimento, quelli sbagliati, ma anche quelli giusti; ormai sono nel panico elettorale …  E non l’hanno vista arrivare neppure quei ministri del Centrodestra che dicono di aver confidenza col letame: “le sinistre e alcuni giornalisti cresciuti a champagne ci deridono. Del resto, nei loro salotti e nelle loro redazioni l’odore di letame non arriva…”

Stamattina, allo strombazzare dei trattori sulla Circonvallazione, mi sono precipitato per vedere, contento di quel che stava accadendo, anche a Matera! Erano proprio in tanti, enormi e guidati prevalentemente da giovani. Mi ha subito colpito l’assenza di qualunque bandiera delle tre organizzazioni professionali agricole cosiddette «maggiormente rappresentative», Coldiretti, Confagricoltura e Cia. La rinuncia del mondo agricolo alla delega è il primo segnale visibile del malessere che si è andato accumulando nel corso degli anni e che di tanto in tanto esplode. E come sarebbe possibile in Italia questa comunanza tra chi riceve meno di tremila euro l’anno di supporto dall’Unione europea e chi ne riceve 500mila? Come è possibile tra chi da anni ha scelto l’agricoltura biologica e si impegna per la transizione agroecologica della propria azienda e chi, al contrario, vuole continuare in eterno a seminare mais su mais, accatastare migliaia di animali in stalle o continuare a usare la chimica senza limiti. Il malessere ha origini lontane e profonde.

l’Italia, denuncia Altragricoltura, è un grande Paese dalla tradizione contadina e con un enorme patrimonio agroalimentare fondato sul lavoro della terra e nel mare e sulla grande diversità dei suo sistemi culturali e ambientali ; ma s’è trasformata in una piattaforma commerciale speculativa in cui il made in Italy  è occasione di business per la speculazione finanziaria, c’è sempre meno il frutto del lavoro dei nostri contadini, allevatori, pescatori e trasformatori artigianali ridotti ad essere “cottimisti e conferitori” per multinazionali, commercianti e speculatori senza scrupoli.

Una trasformazione epocale, un furto sulla pelle del lavoro (delle imprese e dei lavoratori) pagato dai cittadini e dalle comunità

Ho ricavato dalle parole di un giovane agricoltore ‘green’ che vive l’eredità dell’agricoltura con uno spirito di rinnovamento sostenibile e lungimirante, lontano dalle miopie di breve respiro le ragioni della protesta. E le ho messe in fila:

  • Le grandi organizzazioni agricole “maggioritarie” con la loro rappresentanza europea hanno condizionato profondamente la riforma delle politiche agricole comunitarie nel senso che oggi viene contestato. Queste organizzazione insieme agli stati membri che le sostengono e hanno con loro un dialogo esclusivo sono responsabili della assoluta fragilità dell’agricoltura industriale, con aziende sempre più grandi che ormai dipendono totalmente dal denaro pubblico.
  • Se si accetta che il prezzo del grano della Puglia, della Basilicata, debba discendere dalle quotazione dei futures negoziati alla borsa Nyse-Euronext di Parigi, non può sorprendere se questo prezzo arrivi a dimezzarsi di colpo da un raccolto all’altro.
  • Per garantire un compenso degno al nostro lavoro e a quello dei braccianti occorre rompere l’enorme potere di mercato che hanno industrie produttrici di mezzi tecnici, industrie agroalimentari e la grande distribuzione.

Che fare, allora?

  • Da subito vanno fermati i negoziati per gli accordi di liberalizzazioni dei mercati, vanno modificati i criteri di distribuzione dei fondi europei privilegiando il lavoro e non gli ettari, va imposta una modifica ai contratti di borsa sui futures che sono completamente sganciati dai beni agricoli reali ma che con la speculazione ne condizionano il prezzo.
  • Sono necessarie misure specifiche per le aziende di piccola e media dimensione – che tra l’altro sono quelle che hanno meglio resistito ai colpi imprevisti come il Covid – per sostenerle nella transizione ecologica.
  • Chi produce il cibo non ha gli stessi problemi di chi lo fabbrica. Non servono solo risorse finanziarie ma anche una fiscalità specifica, una burocrazia alleggerita
  • Abbiamo bisogno di una difesa giuridica delle attività che fanno vivere il sistema sementiero contadino e di una revisione dei contratti di vendita dei prodotti agricoli che consenta di rafforzare le capacità di negoziato con gli acquirenti.
  • Infine è tempo di democratizzare la rappresentanza. Le manifestazioni di questi giorni dimostrano che non è più così, se mai lo è stato. Ora si deve passare ad un sistema di elezione che faccia sentire la responsabilità del mandato e che incarni le differenti istanze agricole. È la prima condizione, indispensabile per cominciare a cambiare davvero.

L’aumento esponenziale del carrello della spesa non sta giovando agli agricoltori, che, anzi, fanno sempre più fatica a mantenere i costi di produzione. E questo vale per tutta la filiera dell’agro-alimentare. La pasta, ad esempio, ha subito un aumento del 494% dal campo alla tavola: il consumatore la paga in media 2,08 euro ma il produttore prende 35 centesimi per un chilo di grano duro. Stessa dinamica sul latte (all’allevatore vanno 52 centesimi al litro ma sullo scaffale costa 1,80 euro, con un aumento del 246%), frutta e verdura con i pomodori che passano da 1,13 euro al chilo sul campo a 3,73 euro al consumo (+230%) o le mele che registrano un più 386%.

“Il risultato è un calo del 60% del reddito netto delle imprese agricole, che fanno sempre più fatica a coprire i costi di produzione in continua ascesa”.

Il problema vero, quello profondo, quello che facciamo finta di non vedere, cioè, è che forse dovremmo iniziare a concentrarci proprio sul costo del cibo, su quanto dovrebbe essere pagato l’agricoltore per il proprio lavoro, su quanto la distribuzione (i supermercati) comprime il prezzo della parte agricola e produttiva e su quanto dovrebbe costare il cibo sullo scaffale di un supermercato. Ma anche dovremmo alzare i salari di chi va a fare la spesa, cioè tutti noi.

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