HomeCronacaMatteotti, il "riformista rivoluzionario"... e i pseudo riformisti odierni.

Matteotti, il “riformista rivoluzionario”… e i pseudo riformisti odierni.

Il 16 agosto 1924 venne ritrovato, nelle campagne vicino Roma, il cadavere del deputato socialista assassinato, per ordine di Mussolini, il 10 giugno dello stesso anno. Antifascista intransigente, denunciò le violenze e i brogli che avevano pesantemente condizionato le elezioni e recenti studi accreditano la sua intenzione di rendere pubblico l’accordo tra il governo fascista e la compagnia petrolifera statunitense Sinclair Oil, a cui si concedeva il monopolio della ricerca dell’oro nero nel sottosuolo italiano, in cambio di tangenti. Il suo assassinio da parte dei sicari del regime, ha costituito una svolta cruciale nella storia del fascismo e dell’intero Paese, trasformandolo nel martire più emblematico del regime. Un mito che in parte ha meso in ombra lo spessore politico di “tempesta”, come era soprannominato per il suo battagliero temperamento.  “Un compagno assai scomodo” per tutte le componenti interne al Psi, tanto per i massimalisti quanto per i riformisti, operante fuori dalle logiche di corrente, indisponibile a qualsiasi compromesso con le élite politico-economiche. Pur contrario al rivoluzionarismo verboso, era nel contempo polemico con chi si dimostrava essere duttile e sensibile al richiamo delle sirene governative. “Riformista perché rivoluzionario“, era solito definirsi. “Un riformismo rivoluzionario”, ha sottolineato il filologo e saggista, Sebastiano Timpanaro, con una solida vocazione anticapitalista e antimperialista. Per Matteotti, le riforme erano uno strumento per conseguire l’obiettivo rivoluzionario rappresentato dalla realizzazione della società socialista. Durante il suo impegno politico (durato quattordici anni), si professò sempre come un “gradualista”, fautore di un ideale di socialismo da realizzare con l’azione incessante nelle istituzioni parlamentari e amministrative, nonchè mediante la creazione di una robusta rete associativa (cooperative e leghe sindacali). Fa specie, in questi ultimi decenni, dell’uso improprio fatto del termine “riformista” anche da personalità e forze politiche che hanno continuato a richiamarsi al mondo della sinistra. Le “riforme” sono purtroppo divenute, anche con governi etichettati di centro sinistra, sempre più il sinonimo di norme che hanno smantellamento le conquiste operate nei lunghi decenni di lotte operaie, contadine, sindacali. E “riformismo” ha sempre più assunto una accezione “sinistra” e non più “di sinistra“, non più opposta al capitalismo ma al suo servizio. Abbandonata completamente l’aspirazione alla creazione di una società più equa e giusta per il mondo del lavoro, sempre più collocata sullo sfondo, sempre più sfocata, fino a scomparire dall’orizzonte politico….. dove il sol dell’avvenire è stato fatto definitivamente tramontare. Risultato? Diritti cancellati, precarizzazione crescente, una classe lavoratrice divisa e ricattata da un liberismo selvaggio, unica ideologia a dettare le proprie regole e che ha assoggettato completamente la politica tutta (da cui qualsiasi anelito anticapitalista è stato spazzato via). Non sorprende dunque che anche in questo triste autunno del lungo ciclo politico e culturale della sinistra (oramai incapace ad elaborare un pensiero critico del capitalismo, persino in questa sua degenerazione finanziaria), tutti si affannino a proclamarsi riformisti ma senza tenere conto della originaria accezione “riformista” di Giacomo Matteotti. E ciò fa ancor più sembrare tristemente vano il sacrificio di tante personalità e/o semplici militanti che hanno elaborato, coerentemente lottato e spesso pagato duramente per il progresso del mondo del lavoro e con esso della società e la democrazia. Questioni tra esse indissolubilmente legate. Come la storia…e la cronaca dei nostri giorni insegna.

Vito Bubbico
Vito Bubbico
Iscritto all'albo dei giornalisti della Basilicata.
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