“Mi hanno rubato la vita“, ha commentato Saviano dopo la lettura della sentenza ed è scoppiato in lacrime mentre abbracciava il suo legale, Antonio Nobile, e alle loro spalle nell’aula della Corte d’Appello di Roma partiva un applauso. Nel momento in cui è stata segnata l’ennesima tappa di un lungo procedimento, nel quale sono parte civile la Federazione nazionale della stampa italiana e l’ordine dei giornalisti. Quando sono state confermate le condanne ad un anno e mezzo di carcere per il capoclan (già detenuto in regime di carcere duro dal 1993) e ad un anno e due mesi per il suo legale. Il fatto (quel proclama di odio e minaccia che partì nei confronti suoi e della giornalista Rosaria Capacchione, proprio dall’interno di un’aula giudiziaria nel 2008, dal boss dei Casalesi, Francesco Bidognetti, e dal suo difensore, l’avvocato Michele Santonastaso) avvenne durante il processo di appello Spartacus a Napoli, quello al clan dei Casalesi, e portò di fatto all’innalzamento della scorta per lo scrittore campano. “Sedici anni di processo non sono una vittoria per nessuno – ha aggiunto – ma ho la dimostrazione che la camorra in un’aula di tribunale, pubblicamente ha dato la sua interpretazione: che è l’informazione a mettergli paura. Ora abbiamo la prova ufficiale in questo secondo grado che dei boss con i loro avvocati firmarono un appello dove misero nel mirino chi raccontava il potere criminale. E non attaccarono la politica ma il giornalismo insinuando che avrebbero ritenuto i giornalisti, e fu fatto il mio nome e quello di Rosaria Capacchione, i responsabili delle loro condanne. Non era mai successo in un’aula del tribunale in nessuna parte del mondo“, aggiunge Saviano, che già dal 2006 vive sotto scorta per le minacce ricevute dal clan dei Casalesi. La libertà di stampa nel nostro paese è sempre più a rischio, ancora in questi anni norme che non vanno certo a tutela dei giornalisti coraggiosi e che fanno fino in fondo il proprio dovere.

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