Oggi abbiamo appreso con tragica sorpresa della scomparsa di Salvatore Belmonte, per tutti Torino, una persona cara a coloro che, a San Mauro Forte che gli ha dato i natali o a Stigliano suo luogo di residenza, hanno gravitato intorno ad un pallone, ma non solo.

Tante le generazioni di giovani appassionati al calcio che lui ha condotto con mano sino a farli crescere come atleti e come persone. Inizialmente  poteva apparire burbero, ma era solo un’attimo, poi scoprivi la sua grande umanità e semplicità.

Era da un po’ che,  per ragioni logistiche, non ci incontravamo. Ci rimarrà quel suo bel sorriso sornione che gli spuntava sotto i baffi. Ciao Torino. Un abbraccio ai familiari.

A seguire c’è un intenso ricordo di Torino -quasi la radiocronaca di una vita-  che ci ha inviato  Mimì Deufemia: 

L’addio a Torino Belmonte
Icona del calcio sammaurese

“Torino Belmonte e il calcio. Un binomio inscindibile. Una passione innata. Da bambino fino all’ultimo dei suoi giorni. Si parte.

L’epopea è quella del calcio eroico fatto di sfere di cuoio cucite a mano e di steppe elevate al rango di terreno di gioco.
Quello che viene definito campo sportivo si trova su di un dirupo, all’uscita del paese. L’anno è il 1966. La maglia è gialla. Perla prima volta è dello stesso colore per tutti i giocatori. Le porte in legno montate prima della partita, un solo pallone. Quando va fuori i ragazzini corrono a riprenderlo lungo la scarpata che porta al cimitero.

“Olio, petrolio, benzina e minerale, per vincere San Mauro ci vuol la Nazionale”, cantano in coro i tifosi.
La squadra è forte. Il mitico Peppe Longo, in porta. Al centro della difesa, il capitano, Franco Salerno.
In attacco, Rocchino Ciliberti. In mezzo al campo, Torino Belmonte, un giovane smilzo, il ciuffo alla Gigi Meroni, il suo idolo.

A Torino non mancano tecnica e visione di gioco. In campo, però, è soprattutto un combattente indomabile, come lo è la squadra che ama e che si chiama proprio come lui, il Torino.

Il giovane viene assunto all’Anic di Pisticci. Il lavoro di fabbrica è duro, i turni massacranti.
Torino riesce a conciliare lavoro e passione sportiva. Al campo è sempre il primo ad arrivare. Saltare una partita è per lui un sacrilegio.

Gli anni ‘80. A San Mauro Forte, il fiume della politica rompe gli argini e inonda il campo dello sport.
Un fatto innaturale. Due squadre. Libertas e Stella Rossa, bianchi da una parte, rossi dall’altra.
La domenica il paese si svuota. Tutti al campo.

Gli spalti non riescono a contenere le tifoserie. Vincere il derby è come vincere le elezioni. Torino allena i rossi.
Lo fa trasferendo ai giocatori la sua indole guerriera, la mentalità vincente e anche un po’ guascona.
Prima di ogni partita studia a menadito la tattica da adottare. Da Stigliano arrivano altri ragazzi.

Gli arbitri sembrano prevenuti verso i colori della squadra. Torino di questo non si capacita, spesso perde le staffe.
A volte lo fa con irruenza, poi si ferma. In fondo è una persona buona e generosa. Quando si vince è festa grande.

Momenti indimenticabili per chi ha condiviso la sua avventura calcistica. A cominciare da Mario Galgano, suo amico fraterno nel campo e fuori.

Passano gli anni. Ci perdiamo di vista. Arriva la malattia. Lo chiamo per dirgli che abbiamo deciso di assegnargli un premio per quello che ha fatto per lo sport. A ritirarlo lo accompagna la moglie. Torino è felice. Ci sono tutti.
Mario, Donato, Angelo, il Sindaco, tanti ragazzi. Ai presenti racconto quello che lui ha rappresentato per la mia generazione. La foto ricordo con le vecchie glorie è commovente.

La malattia non si ferma. Lui la combatte a viso aperto come se fosse l’ultima partita. Ogni tanto lo chiamo. Venerdì l’ultima volta. E’ contento di sentire la mia voce.

Di lui conservo il ricordo dell’abbraccio dopo le vittorie. La telefonata dopo la morte di mio padre.
Gli anni più belli della mia giovinezza.”