HomeCronacaLA LEGGE NON E’ UGUALE PER CUCCHI

LA LEGGE NON E’ UGUALE PER CUCCHI

L’esito processuale, al momento, della vicenda Cucchi è a dir poco disarmante per noi comuni cittadini. Perché ha dell’incredibile questo capovolgimento di sentenze. Giudici che dichiarano colpevoli in primo grado ed altri giudici che successivamente dichiarano innocenti quegli stessi imputati. Un rito  che si ripete sempre più spesso, basta seguire le vicende di cronaca più note.  Casi come questo di Stefano Cucchi o quello dell’omicidio di Chiara Poggi, come altri innumerevoli delitti irrisolti (e parliamo solo di quelli noti) sono la spia di un preoccupante stato fallimentare dell’azione investigativa nel nostro Paese.

Certo: è il bello del processo, baby! Come qualcuno, giustamente, potrebbe obiettare. Ma è indubbio,  come ha detto Ilaria Cucchi -tra le lacrime e la rabbia-, dopo la sentenza di assoluzione in appello di tutti gli imputati condannati in primo grado per la morte di suo fratello, che ciò segna “il fallimento delle Procura di Roma”. Appare evidente che l’assoluzione “perché il fatto non sussiste”, l’equivalente della vecchia formula “per insufficienza di prove”, di tutti gli imputati prima condannati non sia altro che la conseguenza della enorme debolezza delle prove acquisite nel corso dell’attività investigativa.

Superficialità, incompetenza, inadeguatezza di uomini e strumenti a loro disposizione?  Andrebbe indagata la causa di tutti questi flop che appaiono davvero incredibili a scorrere le immagini dei TG che ci fanno vedere uomini e donne della “scientifica” che giungono immediatamente sul “luogo del delitto” muniti dei più sofisticati sistemi che la scienza mette a loro disposizione. Professionisti che hanno a disposizione intercettazioni, informatica e tanti altre metodiche di indagine che aggiunte alla tradizionale attività investigativa dovrebbe, almeno in teoria, consentire il conseguimento di risultati ben più consistenti di quelli a cui siamo abituati.

Eppure sembra che solo nella finzione dei  tanti telefilm polizieschi americani possa accadere che i colpevoli siano sempre assicurati alla giustizia in modo certo e incontrovertibile, mentre il film della nostra realtà ci consegna inquirenti che brancolano nel buio dell’incertezza più totale.  Con presunti colpevoli tenuti sulla griglia mediatica per anni ed anni per poi scoprire che magari non c’entrano nulla.

Ed ecco che si consuma l’ennesima atrocità di questa vicenda Cucchi in cui quella semplice foto del volto tumefatto del ragazzo sta lì a testimoniare in modo assolutamente incontrovertibile che qualcuno lo ha ammazzato. Un qualcuno che lo ha avuto a disposizione in un lasso di tempo ben determinato e all’interno di una catena umana ben definita.

Ha certamente ragione il Presidente della Corte d’Appello ad invitare a non prendersela con loro che fanno solo il loro mestiere. Che è quello di valutare le prove che gli vengono sottoposte e stabilire se sono sufficienti ad individuare una colpevolezza certa. Applicando nel dubbio la vecchia aurea regola che è sempre “meglio un colpevole fuori che un innocente dentro”. Forse bisognerebbe prendersela con i predecessori che hanno illuso i familiari che dei colpevoli fossero stati trovati.

Ma è sport inutile sebbene una cosa è certa: Stefano Cucchi il 22 ottobre di cinque anni fa non si è pestato da solo. Ambedue i processi almeno una cosa l’hanno accertata: c’è stato un pestaggio nelle celle del Tribunale e quindi, c’è una evidente responsabilità in capo al Ministero della Giustizia. Così come sembra acclarato che indegni “servitori dello Stato”, ancora da individuare processualmente, si sono macchiati di questo vile delitto con abuso del loro status, invece di salvaguardare quella vita di un cittadino a loro affidato.

E tocca a questo stesso Stato scovarli e punirli perché l’impunità è un brutto tarlo che può corrodere in modo irrimediabile la necessaria fiducia che ognuno di noi deve avere nei confronti dello Stato e di chi da esso è pagato per la tutela della nostra salute e della nostra sicurezza.  Un pilastro fondamentale di una società di diritto come la nostra che non può essere minato più di tanto.

E’ auspicabile a tal fine che si intervenga anche in un serio esame dello stato in cui versa la professionalità di chi è preposto alle indagini e dei necessari correttivi da attivare.

Perché come diceva il Beccaria sin dal 1764 è la certezza della pena più che l’entità della stessa il vero deterrente al delinquere e far si che la legge sia uguale per tutti…..anche per Cucchi!

 

Vito Bubbico
Vito Bubbico
Iscritto all'albo dei giornalisti della Basilicata.
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