Ha solo 27 anni ma il suo curriculum professionale riporta già diverse esperienze di rilievo che lui, con la sua freschezza, umiltà e voglia di crescere, traduce con le semplici parole “belle soddisfazioni”. Materano DOC, tra l’altro il suo nome difficilmente potrebbe smentirlo, Cosimo Frascella, ci racconta, in un’ intervista come si diventa attori partendo dal Sud e come si vive tra palcoscenico e macchina da presa.
Come nasce la tua passione per la recitazione?
Nasce negli anni del liceo scientifico quando con la professoressa d’ italiano ideammo un progetto che prevedeva un laboratorio teatrale per realizzare un musical di fine anno. A me piaceva molto cantare e allora provai ad entrare in questo gruppo. Avevano chiuso le selezioni ma chiesi ugualmente alla professoressa di darmi l’opportunità di frequentarlo, e così fu. La ringrazio ancora, perché ho capito, in quell’occasione, che oltre al canto mi piaceva molto la recitazione. Frequentai il laboratorio anche l’anno successivo, l’ultimo anno del liceo, e più andavo avanti e più mi piaceva l’aria che si respirava nel “gruppo”. Le sinergie, la consapevolezza di riuscire a fare qualcosa anche per gli altri, la possibilità di trasformarmi in più personaggi. Poi credo che qualcosa mi sia stata tramandata da mio nonno Cosimo, conosciuto anche come cantore materano. Insomma ho ritrovato il gene.
Quale ruolo assume la formazione per un attore e com’ è cominciata la tua?
Dopo il liceo capii che se volevo fare sul serio dovevo andare a Roma. Ma quando sono arrivato là non avevo il coraggio di accedere a nessuna delle accademie. A me piaceva molto l’Accademia nazionale d’arte drammatica “Silvio D’Amico” ma sapevo anche che la selezione per accedervi è spietatissima . I miei genitori non erano molto favorevoli che facessi l’attore e siccome sono stato sempre molto competitivo con mia madre un giorno lei mi ha detto “ ti concedo di fare l’attore solo se entri in accademia” . La prima volta che ho fatto il provino non sono riuscito ad entrare ma ho superato la prima fase. E ho voluto riprovarci. La seconda volta ho affrontato le prove in maniera più convinta e ce l’ho fatta. Avevo 21 anni e da quel momento si sono aperte tante opportunità e strade nuove da percorrere tra cui la scuola di alta formazione Santacristina, fondata dal compianto regista Luca Ronconi. Ho fatto il mio debutto al Piccolo Teatro di Milano con uno spettacolo che portava la firma della sua regia e successivamente , l’anno seguente, alla scuola di teatro e perfezionamento professionale del Teatro di Roma. Anche quel percorso mi ha aperto tante porte. Ho lavorato con il Teatro Nazionale, bellissima esperienza, perché, fare il debutto all’Argentina è un’emozione unica. Con altri ragazzi della mia stessa classe abbiamo fondato, nel 2017, una compagnia teatrale, “La Compagnia dell’Uomo di fumo” e abbiamo portato, e portiamo tutt’ora,in giro per l’Italia degli spettacoli. Questo ci è valsa la fiducia del teatro di Roma che ci ha prodotto lo spettacolo Reparto Amleto che ha avuto molto successo in tutta Italia. Per tutti noi una bella soddisfazione e per quello che mi riguarda un bel riconoscimento che è arrivato a soli 26 anni e ad una compagnia non solo formata da giovani ma con un solo anno di vita.
Questa esperienza ha rafforzato una mia convinzione e cioè che il teatro dovrebbe riprendere l’idea delle compagnie e scrivere spettacoli calibrandoli sugli attori che dovranno interpretare i testi.

Quali sono le difficoltà che incontra chi intraprende il mestiere di attore?
La difficoltà maggiore è quella di riuscire a rientrare nell’ambiente teatrale. E’un ambiente troppo ristretto, un ambiente per pochi, purtroppo, e non per colpa degli addetti ai lavori ma per tutto quello che riguarda il mondo dell’attore a partire dalle tutele o dalla retribuzione finanziaria. Il lavoro culturale è sempre più spesso precario, mal retribuito e questo crea delle forti differenze per chi lavora, consentimi il termine, per un teatro di serie A e chi, invece, lavora per un teatro minore.
In Italia, purtroppo, lo dico da giovane e con amarezza, qualsiasi tipo di lavoro artistico- culturale è il primo ad essere tagliato o messo in disparte.
Fatta questa premessa il secondo problema è quello della pronuncia che ognuno di noi si porta dietro dalla propria regione. La pronuncia può “caratterizzarti”. E questo da un lato è positivo, si veda l’esempio di Rocco Papaleo, ma dall’altro può penalizzarti. Occorre quindi neutralizzarsi, cioè studiare per avere una dizione pulita in modo da poter contare su entrambe le situazioni ed utilizzarle all’occorrenza.
Entrare, inoltre, in una grande scuola come la Silvio D’Amico, il Centro Sperimentale, la Paolo Grassi ecc.. è vero che è difficile ma è altrettanto vero che è un modo per lavorare con dei professionisti del settore che spesso ti coinvolgono nei loro lavori teatrali. Il teatro è fatto di incontro, di relazioni umane. In queste grandi scuole gli incontri sono facilitati e naturalmente sono incontri professionalizzanti. Quanto più sei a contatto con attori professionisti tante più opportunità si aprono per la propria carriera.

Fare l’attore di teatro che mestiere è?
E’ un mestiere difficile perché ti mette l’uno contro l’altro. Ed è un controsenso perché il teatro è un lavoro fatto per il pubblico, per gli altri, per le persone. Sarebbe infinitamente triste fare il teatro per il teatro. Teatro non è sinonimo di spettacoli intellettuali ma dovrebbe privilegiare spettacoli che siano freschi e puntino all’eccellenza, e non alla mediocrità, anche perché il teatro è diretto tra l’attore e lo spettatore non è come la televisione che ha delle intermediazioni.
Lo Stato dovrebbe investire sul teatro. L’Italia non ha una compagnia teatrale che giri il mondo come invece accade in altri Paesi e questo è un forte limite alla cultura, alla crescita e all’economia. Bisogna tornare ai tempi della commedia dell’arte; ai tempi, cinematograficamente parlando di Fellini, Rossellini, Scola.

Ti sei cimentato con il cinema, il doppiaggio, il teatro. Quale di queste arti ti appaga maggiormente?
Se avessi la possibilità farei contemporaneamente cinema e teatro. Sicuramente più cinema perché ti permette di avere una maggiore serenità economica. Ho letto una volta una intervista fatta ad un noto attore in cui il giornalista chiedeva “quando un artista può essere considerato un attore”? E l’intervistato rispondeva “Quando ti pagano per fare l’attore”.
Concordo pienamente. Quando viene riconosciuta la tua professionalità e tutta la tua esperienza e formazione assume un peso ed un valore, anche economico, allora puoi dire di fare realmente l’attore.
A settembre ti vedremo sugli schermi televisivi nella nuova fiction di Rai 1 “Imma Tataranni – Sostituto Procuratore”.
Si, sono molto contento per l’esperienza che ho potuto fare lavorando in questa fiction ambientata a Matera e ispirata ai romanzi di Mariolina Venezia . Soprattutto sono orgoglioso di aver lavorato nella mia città. Mi vedrete in un piccolo ruolo ma per me vale tanto.
E il teatro invece?
Il teatro è magia perchè ti porta a immaginare delle cose. Il teatro è racconto, tutto il resto lo fa lo spettatore con la propria testa e la propria sensibilità. Il cinema, invece, ti imbocca, ti somministra le immagini e non viaggi con la fantasia. Con il teatro arrivi a tutti in maniera profonda e ad ognuno in maniera diversa. Ad esempio l’inverno scorso ho lavorato con Massimo Popolizio e Maria Paiato al Teatro Argentina di Roma, con lo spettacolo Un nemico del popolo. Un’esperienza ogni sera diversa.

In questi giorni sei impegnato nel progetto Abitare l’Opera – La Cavalleria Rusticana- che sarà realizzato tra gli antichi Rioni dei Sassi.
Si, un progetto di Matera 2019 in collaborazione con il Teatro San Carlo di Napoli che porta un capolavoro come La Cavalleria Rusticana in un palcoscenico inusuale quale quello dei Sassi di Matera. Una fruizione diversa della lirica e del teatro con un cast formato da circa 500 cittadini. Un esperimento che, sono sicuro, emozionerà molto il pubblico. E da attore sono fortunato di poter lavorare a questo evento che tutta la città si aspetta.
Matera è stata sempre ricca di compagnie amatoriali che però non hanno mai compiuto il grande salto. Cosa manca in questa città?
A mio avviso manca, e non solo a Matera ma un po’ in tutta Italia, una “cultura dello spettatore”. Mi spiego meglio. A scuola si studia latino, italiano, geografia, storia ecc..ma non si studia teatro. Questo è un peccato perché il teatro fa parte della cultura italiana. Se ci pensiamo è nato prima il teatro che tante altre forme di economia . Dunque, le persone non essendo abituate a vedere il teatro non ne registrano neanche la sua importanza. Quindi credo che per rilanciare il teatro occorra formare le nuove generazioni, farle appassionare.
Ho combattuto molto con un elemento: quello di essere materano. Quando ho detto ai miei genitori che volevo fare l’attore non l’hanno presa molto bene . Mi hanno subito dello “ma che lavoro è”. Questo perché nell’immaginario collettivo non è concepito come lavoro. Altrimenti sarebbe apprezzato in maniera diversa. Questo intendo quando parlo di cultura delle persone perché il lavoro dell’attore è un lavoro particolare un po’ come quello del musicista. Tutti vedono l’effetto finale ma pochissimi immaginano le fatiche che stanno dietro ad uno spettacolo. Ore ed ore di lavoro. E non qualcosa di divertente, un hobby .
Cosa diresti ai tuoi coetanei che volessero intraprendere studi di recitazione?
Ai ragazzi direi di non accontentarsi, di studiare, di avere grandi aspirazioni e cercare di fare sempre meglio. Di arrivare preparati agli appuntamenti e alle opportunità lavorative. La fortuna, in questo lavoro così come nella vita, gioca un grande ruolo ma la formazione, la preparazione, l’ambizione, a mio avviso, sono gli ingredienti vincenti che ne garantiscono la buona riuscita.

Giornalista freelance . Tra le collaborazioni, Il Quotidiano della Basilicata, Avvenire, Il Fenotipo (periodico dell’Avis Basilicata), Fermenti (periodico Diocesi di Tricarico), Infooggi.