POMARICO – Il frantoio seicentesco di corso Vittorio Emanuele sarà ricordato per sempre come il frantoio della frana. Ma l’idea originaria del proprietario del bene, Giuseppe Uricchio, era quello di trasformare il suo frantoio-ipogeo del 1656 in un museo; magari grazie al sostegno degli enti enti pubblici. Invece hanno fatto prima gli eventi spiacevoli, con la frana e i cedimenti di corso Vittorio Emanuele, rampa San Rocco e via Spartivento delle giornate di gennaio del 2019.
Il frantoio di Uricchio, almeno per metà, è rimasto intrappolato dall’evento franoso. Schiacciato. All’imbocco di rampa san Rocco troviamo quindi una bella testimonianza di resistenza del tempo.
Mentre i lavori nell’ex “zona rossa” procedono, un dubbio si sta facendo sempre più strada: quale futuro è pensato per questo bene monumentale? Una resistenza dai tempi antichi. Che, in qualche modo, di è anche esempio di resistenza all’ultimo movimento franoso che avrebbe potuto spazzarla interamente via. O forse più probabilmente seppellirla.
Fra le altre cose, il frantoio-ipogeo pomaricano della ex via Nova era stato non troppo tempo fa inserito proprio in una lista dei “luoghi da salvare”, in questo caso da una volontaria della Pro Loco “E. Mattei” di Pomarico, Serena Colasurdo. Un buon momento, fu. Dedicato al monumento inaccessibile.
Il frantoio, oggi appartenete a Uricchio, ha una lunga storia, e in passato era appartenuto anche alla famiglia De Cicco. Uricchio l’aveva rilevato per valorizzare questo bene del patrimonio storico pomaricano. Al fine di dare nuova vita al luogo, magari seguendo l’esempio di altre bellezze storiche divenute punto di visita a favore delle possibilità di un turismo rispettoso delle tradizioni e del significato di queste. Il frantoio-ipogeo di Giuseppe Uricchio spiccava per essere una struttura completamente rivestita in mattoni di cotto locale, dotata di antichi strumenti e sistemi di produzione dell’olio. Già la vista della sua macina fa impressione. Con un procedimento di spremitura possibile grazie alla forza motrice degli asini a questa legata.

E in lungo tunnel incavato sotto il rione Castello era dotato di nicchie che vedevano affiorare acqua sorgiva, ovviamente utilizzata anche all’interno stesso del frantoio pure per la pulitura degli strumenti e degli attrezzi. Siamo nelle viscere pomaricane. Niente di più fascinoso.
Nel programma di recupero della zona, premettendo che la viabilità della strada sarà uno dei primi obiettivi da ottenere, il seicentesco frantoio-ipogeo di Giuseppe Uricchio avrà un ruolo? Piuttosto che morire alla stregua di altri beni che facevano brillare il territorio cittadino?
L’opera seicentesca in questione pressa nel cuore della comunità. In tante e tanti portano dentro i ricordi di generazioni precedenti che portano fino a quando il frantoio è stato perfino attivo. E permetteva di entrare nel tempo della molinatura, alla lavorazione delle olive raccolte nelle zone agresti pomaricane.

BREVE NOTA BIOGRAFICA
Nunzio Festa è nato a Matera, ha vissuto in Lucania, a Pomarico, poi in Lunigiana e Liguria, adesso vive in Romagna.
Giornalista, poeta, scrittore.
Collabora con LiguriaDay, L’Eco della Lunigiana, Città della Spezia, La Voce Apuana e d’altri spazi cartacei e telematici, tra i quali Books and other sorrows di Francesca Mazzucato, RadioA, RadioPoetanza e il Bollettino del Centro Lunigianese di Studi Danteschi; tra le altre cose, ha pubblicato articoli, poesie e racconti su diverse giornali, riviste e in varie antologie fra le quali: Focus-In, Liberazione, Mondo Basilicata, Civiltà Appennino, Liberalia, Il Quotidiano del Sud, Il Resto.
Per i Quaderni del Bardo ha pubblicato “Matera dei margini. Capitale Europea della Cultura 2019” e “Lucania senza santi. Poesia e narrativa dalla Basilicata”, oltre agli e-book su Scotellaro, Infantino e Mazzarone e sulle origini lucane di Lucio Antonio Vivaldi; più la raccolta poetica “Spariamo ai mandanti”, contenenti note di lettura d’Alessandra Peluso, Giovanna Giolla e Daìta Martinez e la raccolta poetica “Anatomia dello strazzo. D’inciampi e altri sospiri”, prefazione di Francesco Forlani, postfazione di Gisella Blanco e nota di Chiara Evangelista.
Ha dato alle stampe per Historica Edizioni “Matera. Vite scavate nella roccia” e “Matera Capitale. Vite scavate nella roccia”; come il saggio pubblicato prima per Malatempora e poi per Terra d’Ulivi “Basilicata. Lucania: terra dei boschi bruciati. Guida critica.”. Più i romanzi brevi, per esempio, “Farina di sole” (Senzapatria) e “Frutta, verdura e anime bollite” (Besa), con prefazione di Marino Magliani e “Il crepuscolo degli idioti (Besa).
Per le edizioni Il Foglio letterario, i racconti “Sempre dipingo e mi dipingo” e l’antologia poetica “Biamonti. La felicità dei margini. Dalla Lunigiana più grande del mondo”.
Per Arduino Sacco Editore “L’amore ai tempi dell’alta velocità”.
Per LietoColle, “Dieci brevissime apparizioni (brevi prose poetiche)”.
Tra le altre cose, la poesia per Altrimedia Edizioni del libro “Quello che non vedo” (con note critiche di Franco Arminio, Plinio Perilli, Francesco Forlani, Ivan Fedeli, Giuseppe Panella e Massimo Consoli) e il saggio breve “Dalla terra di Pomarico alla Rivoluzione. Vita di Niccola Fiorentino”.
Per Edizioni Efesto, “Chiarimenti della gioia”, libro di poesie con illustrazioni di Pietro Gurrado, note critiche di Gisella Blanco e Davide Pugnana.
Per WritersEditor, la biografia romanzata “Le strade della lingua. Vita e mente di Nunzio Gregorio Corso”.
Per le Edizioni Ensemble, il libro di poesie “L’impianto stellare dei paesi solari”, con prefazione di Gisella Blanco, postfazione di Davide Pugnana e fotografie di Maria Montano.
Per Bertoni Editore, il libro di poesie “Semplificazioni dai transiti sotto la coda di Trieste”.
Per Tarka Edizioni, il saggio narrativo “Ai piedi del mondo. Lunigiana e Basilicata sulle corde degli Appennini”.
Per BookTribu, il romanzo breve “Io devo andare, io devo restare”.