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Il fantastico Medioevo di Montepeloso

Estratto dal saggio inedito dello storiografo Michele Calia, quale anteprima di approfondimento dedicato a Irsina durante il Medioevo

CAPITOLO VI

I NORMANNI

Agli inizi del secondo Millennio, un elemento nuovo, che complica ed arricchisce la situazione precedente, s’inserisce nel Mezzogiorno d’Italia, il risveglio delle forze locali cittadine. Non è casuale, forse, che proprio in relazione a questo risveglio di forze cittadine, s’inserisca la prima presenza dei Normanni in Italia, né che in questo intreccio di forze, essi svolgano, al loro primo apparire, azioni belliche dichiaratamente come soldati mercenari. I Normanni giunsero nell’Italia meridionale e in Sicilia; la loro storia è tutta costellata di assedi, di accordi giurati e violati con le città.

La rivolta di Melo e la prima battaglia nei pressi di Montepeloso

La politica bizantina in Italia cambiò completamente dopo il rientro del catepano Niceforo Foca a Bisanzio. Ripresero gli arbitri e le prepotenze dei funzionari greci, che imponevano tributi alle popolazioni indigene: i contadini spesso si rifugiavano nelle foreste abbandonando anche i raccolti; i trasporti erano minacciati dai briganti; numerosi gli atti di violenza, mentre le incursioni saracene si susseguivano in modo incessante. Narra Lupo Protospata che nel 994 «la città di Matera fu assediata per tre mesi, e presa nel quarto mese; una donna, stretta dai morsi della fame, divorò il proprio figlio»1. La situazione si aggravò ancor di più per il maltempo. Gelo eccezionale e neve sono registrati nel Codice di Andria nell’anno 1009; come conseguenza seccarono gli alberi di olivo, morirono animali, pesci e volatili2. E di tutto questo i funzionari bizantini non ne tennero conto: incuranti delle misere condizioni in cui versava la popolazione, pretesero che i tributi fossero regolarmente pagati. Erano gli albori della rivoluzione. La prima città ad insorgere fu Bari nel maggio 1009: la rivolta fu condotta da Melo e suo cognato Datto3, ma non rimase circoscritta alla Puglia, ma si estese rapidamente anche in Basilicata. Alla ribellione di Melo bisogna certamente ricollegare l’insurrezione che ebbe luogo nella valle del Bradano, in particolare, nel territorio di Montepeloso, che fu la prima città lucana ad insorgere4. Melo, uomo prudente e illustre, apparteneva all’aristocrazia longobarda ed aveva influenza non solo a Bari, sua città natale, ma sull’intera Puglia5. Nel 1010, una nuova incursione saracena minacciò le città del principato di Salerno. I redattori della Cronaca Cavense narrano che bande saracene risalirono il fiume Bradano, ma furono fermati nella piana di Montepeloso. I Greci, per l’occasione, si servirono di truppe pugliesi con a capo Melo e Datto. La battaglia finale si combatté il 31 agosto del 1010, dall’alba alle prime ore pomeridiane, dove rimase ucciso il califfo Sayro; furono uccisi moltissimi Saraceni, altri furono fatti prigionieri, altri fuggirono per i monti6. Aggiunge il Codice di Andria che nello stesso anno un capo di nome Ismaele combatté con i Greci su Montepeloso, dove rimase ucciso il Duca7.

L’arrivo dei Normanni e le battaglie del 1041.

Sembra che i primi ad emigrare in Italia siano stati coloro che avevano sofferto durante la ridistribuzione di proprietà fondiarie in Normandia. C’era allora il costume di visitare in pellegrinaggio i santuari più celebri della cristianità. Fu proprio in tale occasione che giunsero sulle spiagge salentine i Normanni. Guglielmo di Puglia ci racconta che intorno all’anno Mille, alcuni cavalieri Normanni, di ritorno dai luoghi santi della Palestina, salirono sulle alture del Gargano per sciogliere un voto a san Michele Arcangelo, e qui incontrarono un uomo di nome Melo, che narrò loro la sua storia. In sostanza, chiese loro aiuto per scacciare i Greci dalla sua patria8.

Lo stesso Amato fa sapere che verso l’anno Mille, quaranta valorosi pellegrini (vailant pelerin) Normanni, di ritorno dalla Terrasanta, sbarcarono a Salerno, che era assediata dai Saraceni, perché il principe di Salerno non aveva ancora pagato loro il tributo. Allora i pellegrini della Normandia chiesero al principe Guaimaro le armi per poter combattere i Saraceni. E quando ebbero armi e cavalli, assalirono i Saraceni e ne uccisero molti9.

Tesi che coincide anche con la Cronaca Cavense, dove si legge che «nell’anno 1016, mese di maggio, i Saraceni assediarono la nostra città di Salerno per terra e per mare»; vennero in aiuto i Normanni, e «dopo una battaglia che durò tre giorni, furono messi in fuga e, con le loro navi, ritornarono in Sicilia. Dei Normanni, alcuni restarono col principe Guaimaro, altri andarono pellegrini alla grotta di San Michele»10.

I Normanni, dunque, scesero verso sud ed iniziarono a conquistare la Puglia11. Agli inizi del 1017, i Greci furono sconfitti in più occasioni, grazie anche all’aiuto di alcune città come Acerenza, Montepeloso, Gravina e Trani, che erano ormai passate ai ribelli12.

Nel catepanato d’Italia covava lo spirito della rivolta. Costantino Opos e poi Niceforo Duciano non erano riusciti a spegnere lo spirito antibizantino presente in molti centri pugliesi. Nel 1038, mentre l’armata greca era in Sicilia13, i baresi insorsero: assalirono il palazzo del catepano: uccisero vari funzionari greci e saccheggiarono la città14.

La morte di Niceforo15 favorì lo sviluppo della rivolta: Bari fu attaccata dai ribelli guidati da Argiro16; altri moti scoppiarono a Mottola e a Matera17; ci furono disordini anche ad Ascoli e a Bitonto (1041)18. Michele Duciano, succeduto a Niceforo, riuscì a disperdere i rivoltosi19. Fu proprio allora che Arduino fu nominato topotereta a Melfi e convinse i malcontenti a rivoltarsi. Inoltre, andò a trovare Rainolfo ad Aversa per sollecitare l’intervento dei Normanni.

Aversa era il centro in cui si trovavano tutti gli avventurieri venuti in Italia dalla Normandia. Amato annota che era plene de chevalerie: era il mercato dove potevano essere ingaggiati dei soldati20. Rainolfo gli concesse trecento fortissimi Normanni. Li baciò in bocca e poi li mandò in battaglia per combattere21. Erano comandati da dodici capi (o conti) 22, dei quali i più importanti erano Guglielmo di Braccio di Ferro, Drogo e Pierrot23.

Nei primi di marzo del 1041, Arduino e la sua truppa giunsero a Melfi. La posizione della città permetteva di farne una piazzaforte di primo piano, tra l’altro, era già stata fortificata dai Bizantini. Le popolazioni di Melfi, dopo qualche esitazione, accolsero i Normanni, e Melfi divenne così il centro della rivolta24. Il giorno dopo, i dodici capi, narra Amato, s’en aloient solachant par li camp et par li jardin. In pochi giorni furono prese Venosa e Lavello25.

Melfi – scrive il Chalandon – divenne in qualche modo l’entrepót général où ils déposent leur butin, il magazzino generale dove ammucchiare il loro bottino26.

Michele Duciano, venuto a conoscenza della rivolta, giunse con le truppe bizantine27. Il 17 marzo del 1041 incrociarono i Normanni e i Longobardi in rivolta sulle rive dell’Olivento, nei pressi di Venosa. I Greci furono vinti: molti corpi coprirono la pianura di Puglia, altri – scrive il poeta28furono travolti dalle acque del fiume.

Il Malaterra esalta fino all’inverosimile la vittoria normanna. Erano solo cinquecento, mentre i Bizantini erano circa sessantamila armati. Fu dunque inviato un messaggero per indurli a lasciare il campo e ritornare incolumi nelle terre da loro occupate. Il messo inviato montava un bellissimo cavallo, e un normanno di nome Ugo, per impressionare i Greci, colpì il cavallo con un sol pugno in testa, facendolo stramazzare a terra. Al messo fu dato un altro cavallo. Ritornato dai suoi compagni, raccontò con meraviglia quello che gli era successo29.

A seguito di questo primo successo, i Normanni videro accrescere le loro file con l’arrivo di nuovi ribelli, quando il 4 maggio 1041 Duciano diede battaglia a Montemaggiore30, sulle rive dell’Ofanto. L’esercito greco disponeva delle truppe della Tracia, di russi e di ausiliari italiani rimasti fedeli31. Ma la vittoria andò ai Normanni, i cui morti – annota il Codice di Andria – furono più di quattromila, mentre quelli de Greci più di ottomila32.

Guglielmo di Puglia dà una sua versione dei fatti. Michele, dopo essere fuggito con pochi dei suoi sopra un monte (Montepeloso), iniziò a reclutare soldati. Raggiunto un numero consistente, diede battaglia, ma fu sconfitto33, e si ritirò ancora una volta sulle vette di Montepeloso34. Inviò dunque messi in Sicilia, perché gli inviassero i soldati35. Il Protospata annota, invece, che dopo la disfatta, Duciano fuggì a Bari36. Amato, dal canto suo, fa sapere che l’ira dell’imperatore si riversò su Duciano: tolse dunque dal suo ufficio Michele37, che stava raccogliendo nuove truppe in Catuna di Monte Piloso, e nominò Bojannes suo successore38.

La battaglia di Montepeloso: 3 settembre 1041

Siamo di fronte alla terza battaglia combattuta tra Greci e Normanni il 3 settembre 1041 nel territorio di Montepeloso39, battaglia che l’Ignoto barese40 e il Protospata ripotano al 104241.

Gli insorti, dopo la vittoria di Montemaggiore, decisero di darsi un capo. La scelta cadde su Atenolfo, uomo buono e valido – annota Amato42 -, fratello del principe di Benevento43. Questa scelta mostra chiaramente che l’elemento longobardo era prevalente in tutti questi primi avvenimenti. Il centro dell’insurrezione divenne Melfi, dove erano riuniti numerosi rivoltosi44.

Il nuovo governatore era certo di potersi liberare dalla minaccia normanna. Nella valle del Bradano poteva contare su Acerenza, sui presidi di Matera, di Montescaglioso e di Montepeloso dove Bojannes raccoglieva la sua armata. Ed ecco la narrazione di Amato.

La città di Melfi, che era circondata da diversi fiumi e di per sé una fortezza, era come una porta, molto forte per la Puglia45, pertanto venne scelta come raduno dei Normanni. Il vicario dell’Imperatore – continua Amato- si preparava con la sua gente per sorprenderli dentro la città. I Normanni, che ben la conoscevano, sbucarono sulla costa. I Greci entrarono in segreto con l’esercito dell’Imperatore en lo secret de Mont Pelouz, mentre i Normanni per il loro ardire si recarono sul Monte Siricolo, vicino al luogo dove erano i Greci, che non li degnarono di uno sguardo, quando passarono vicini. I Normanni, passando, presero oltre cinquecento mucche ed altre bestie, che andavano per il fieno ed altre cose necessarie all’esercito greco46. Quando i Greci si resero conto del furto, corsero a combattere i Normanni, i quali andarono loro incontro. Ad un certo punto, i Greci cercarono di evitare lo scontro, mentre i Normanni cominciarono a muovere il gonfalone come per chiedere battaglia (haucerent le gofanon autresi coment pour demander bataille). Così Normanni e Greci vennero in battaglia47. I villani Normanni, forti e arditi come leoni, battendo e stringendo i denti, piegarono le loro aste contro i Greci e cominciarono strenuamente a combattere e a vincere. Mès li Grex, pour miex deffendre lor vie, entrent en lo fort de la silve di Montepeloso. I Normanni, vaillant et hardi, non ebbero affatto paura di avvicinarsi48.

Ebbero la meglio i Normanni che fecero strage di Guarani, Pugliesi e Calabresi, di tutti coloro che vennero alla guerra per oro o per argento […]. Il vicario dell’Imperatore, sentendo fischiare la lancia che stava per ferirlo, gridò: Catapano! Catapano! Così manifestò di essere stato vinto in questa battaglia. Dopo di ciò, i Normanni, vittoriosi, ritornarono a Monteserico, dove avevano piantato le tende. Ma poiché la fortezza era difesa da grandi fossati e da altre fortificazioni, s’en tornerent, con le bandiere dei nemici e con molti prigionieri, liez et joanz. E fu così che iniziarono a signoreggiare sulla Puglia nei singoli paesi49, dividendo il territorio conquistato in dodici contee50, ciascuna affidata alla gestione di un signore normanno. A capo vi misero Atenolfo, principe di Benevento.

Dopo la sconfitta, l’Imperatore dispose che Duciano venisse sostituito con Exagusto, figlio di quel Basilio che aveva messo in fuga i Galli al tempo di Melo, annota il poeta51. Il nuovo catepano accese gli animi dei Greci (animos Graecorum accendit) con parole piene di ardimento52.

I Greci lasciarono dei compagni su Montepeloso per assicurarsi la ritirata. Scesero da quella parte più alta del territorio, ossia da San Marco, Vallone delle Noci, Pergole. Giunti in pianura (Manca del Brigante, Valle delle Volpi), ossia l’attuale la 96 bis, approntarono gli accampamenti.

I cronisti, in genere, ricordano questa battaglia per il valore dimostrato da ambo le parti. Lo scontro avvenne – secondo le testimonianze di Guglielmo di Puglia e di Amato – in pianura. La pugna fu accanita: entrambi tendevano alla vittoria. Gualtiero, figlio di Amico, si lanciò con furore in mezzo ai nemici che iniziarono a fuggire. Ad un certo punto, i Normanni si fermarono e incalzarono, a loro volta, i Greci, rimasti esterrefatti per questo loro ardore. La battaglia fu favorevole ai Normanni. Exagusto fu fatto prigioniero e condotto a Benevento. I Galli, per tre volte in quell’anno, vinsero i Greci, i quali – annota il poeta – abbandonarono ogni speranza di riprendersi quei territori53.

Il Malaterra parla invece De secundo proelio sub Montepiloso.

Vinti ma non prostrati, i Bizantini, dopo aver radunato un esercito molto più numeroso, si apprestarono di nuovo al combattimento sotto la guida di Doceano. Fronteggiatili prontamente nei pressi di Montepeloso, i Normanni intrepidamente diedero battaglia. In un primo momento, i Bizantini ne riuscirono vincitori. Guglielmo Braccio di Ferro era afflitto da una forma di febbre quartana e, quindi, non poteva essere presente alla lotta. Vedendo però che i suoi compagni combattevano fiaccamente e stavano quasi per cedere, non pensando più al male che lo aveva colpito, afferrò le armi e come un leone furioso si buttò nella mischia e mise in fuga i nemici, mentre Doceano, che era un codardo, veniva ammazzato come un vitello […].

I Bizantini, per meglio difendersi dai Normanni, innalzarono le mura della città. Ma tutto fu inutile, perché i Normanni li incalzarono con frequenti incursioni, sradicarono i loro vigneti e uliveti e depredarono armenti, bestiame54. Ma per chiudere definitivamente la partita, circondarono le mura e, con l’ausilio di macchinari, di cui erano espertissimi artefici e che avevano costruito per l’occasione, si misero a picchiare contro mura e torri demolendole completamente: irruppero tra le rovine, e depredarono ogni cosa55.

Le narrazioni, se pur differenti nelle date (1041 o 1042), o sulla sorte che toccata a Duciano, ossia se fu ammazzato come un vitello in battaglia (quasi bove interfecto), come afferma il Malaterra, o fuggì a Bari o a Montepeloso, come sostengono gli Annali baresi e Guglielmo di Puglia, concordano sul fatto che la battaglia si svolse nel territorio di Montepeloso.

Per l’abate benedettino l’epilogo della battaglia avvenne en lo fort de la silve, per Guglielmo di Puglia in planiciem, in pianura, per il Malaterra sul pianoro di Montepeloso. Quest’ultimo aggiunge qualcosa di veramente interessante: sostiene che i Normanni, per occupare Montepeloso, dovettero costruire, al momento, macchine da guerra e d’assedio, per abbattere mura della città.

Il Malaterra parla di secundo proelio, evidentemente non ebbe notizie della battaglia di Montemaggiore. Nella sua narrazione, però, si fa riferimento, per la prima volta, all’utilizzo, da parte dei Normanni, di macchine da guerra. Questo fa pensare che non avessero ancora carri da trasporto, altrimenti non avrebbe costruito armi al momento dell’attacco, e che conoscessero la trattatistica bizantina sull’arte della guerra, degli assedi e della costruzione delle macchina secondo il criterio della poliorcetica bizantina. Per demolire mura e torri era infatti necessario costruire una macchina alta quanta le mura, che permetteva agli assedianti di combattere alla stessa altezza come gli assediati. La mancanza di carri potrebbe essere attribuita all’orografia dell’Italia meridionale non adatta per consentire le manovre dei carri.

Le testimonianze relative agli anni seguenti saranno ancora più precise, in particolare nell’assedio di Montepeloso del 1133, unica descrizione superstite relativa a un assedio normanno nel XII secolo.

Dopo quest’ultima vittoria, i Normanni ritornarono a Melfi per decidere che cosa fare dei prigionieri: li consegnarono ad Atenolfo, loro principe, perché li giudicasse. Ma Atenolfo lasciò tutto nelle mani dei Normanni e se ne tornò a Benevento56.

Il paese fu dunque suddiviso tra dodici conti normanni: Monte Pelouz fu affidata a Tristaino57, cognato di Dragone, conte e duca di Puglia58.

Montepeloso focolaio meridionale della rivolta del 1133

Tancredi di Conversano, che da Montepeloso si preparava a partire per la Terrasanta59, pensò bene di approfittare delle difficoltà in cui si dibatteva Ruggero per rientrare in possesso dei territori che era stato costretto a cedere. Sul pianoro di Montepeloso radunò un gran numero di soldati. L’esempio di Montepeloso fu seguito dagli abitanti di Acerenza60, che si allearono con Goffredo conte di Andria e Alessandro conte di Matera61.

L’insurrezione della Puglia costrinse Ruggero a recarsi a Melfi, dove convocò alcuni suoi Baroni esortandoli a restargli fedeli e a diffidare soprattutto di Tancredi di Conversano62. Ebbe così inizio la campagna militare del 1133 che coinvolse numerose località pugliesi e lucane63.

Secondo la versione di Falcone Beneventano, Ruggero sbarcò in Calabria e si diresse verso Venosa: la città fu bruciata, la maggior parte degli abitanti fu eliminata tra i più atroci supplizi. «Mai – scrive Falcone – ho sentito parlare di tanta crudeltà contra i cristiani»64. Analogo castigo subirono le altre città: uomini e donne, perfino bambini, furono giustiziati o portati al rogo. La Puglia venne soffocata dal sangue e dalle fiamme; nessun altro re si era mai comportato così in un territorio cristiano65. La località decisiva per le sorti della battaglia divenne Montepeloso, dove risiedeva Tancredi. Ruggero, dunque, andò ad assediare Montepeloso, città fortificata per la presenza al suo interno di una guarnigione e per la stessa natura del territorio. Non sarebbe stato espugnata, aggiunge il Telesino, senza la costruzione di una macchina, «molimine constructo», dotata di pertiche con sulla cima un uncino di ferro, e poggiata nel punto più agevolmente abbordabile della struttura difensiva. Montepeloso era una piazza molto forte e Ruggero dovette iniziare un vero e proprio assedio. Alessandro di Telese, biografo di Ruggero, nella sua Storia descrive la tipologia delle armi utilizzate dai Normanni, legata alla poliorcetica bizantina66, affidata alla competenza dei soldati Saraceni67. La narrazione dell’assedio di Montepeloso è l’unica descrizione superstite relativa ad un assedio normanno nel XII secolo. Ritengo quindi far cosa utile narrare dell’attacco sferrato dal Normanno.

Avendo saputo che Ruggero si apprestava a marciare contro di lui, Tancredi lasciò subito la citta chiamata Urso – che stava attaccando – e in tutta fretta ritornò per difendere Montepeloso; qui, nel frattempo, il conte Rainolfo aveva inviato in suo soccorso una quarantina di soldati al comando di Ruggero di Flenco, un valoroso uomo d’armi nemico del re.

Ruggero accerchiò Montepeloso. Di fronte al barbacane di questa città c’era infatti un luogo chiamato Catuvella, protetto da una grande trincea, nel quale quasi tutti gli abitanti si erano radunati per opporre resistenza68. L’esercito del re riuscì dapprima a penetrarvi di forza cacciandone gli occupanti, ma Tancredi con i suoi uomini lo costrinse a ritirarsi. Successivamente le truppe di Ruggero, rinfrancatesi, recuperarono le posizioni attaccando nuovamente e ricacciando Tancredi con i suoi.

Considerando che la città era ben fortificata anche per la presenza al suo interno di una guarnigione, Ruggero fece costruire una macchina da guerra e diede ordine di condurla e farla accostare lentamente nei punti meno fortificati; in questo modo, gli assedianti combattevano contro i cittadini corpo a corpo intorno ad essa scagliando continuamente dardi. Nel frattempo, i Saraceni con la macchina da guerra riempivano il fossato con fascine, mentre altri con rastrelli di ferro si davano da fare a togliere terra dall’argine, gettando altra legna per cercare di appianarla.

Invano Tancredi cercò di far incendiare le fascine. Ruggero ebbe facilmente ragione del fuoco facendo scorrere acqua nel fossato attraverso una condotta di legno. Una volta spente le fiamme, i soldati che stavano dentro l’apparecchiatura si misero a demolire l’antemurale, detto comunemente barbacane, per mezzo di una lunghissima pertica alla cui estremità era fissato un grande uncino di ferro. Dopo numerosi tentativi, il muro del barbacane fu abbattuto. I cittadini, presi dal terrore, scapparono verso l’altra parte della città meglio difesa, lasciando incustodita quella zona che cadde subito in potere dell’esercito reale; così ogni resistenza divenne inutile. Dei soldati, una parte – camuffati con indumenti più umili per non farsi riconoscere come cavalieri e abbandonati armi e cavalli – si diedero alla fuga: un buon numero si rifugiò ad Acerenza, altri per le vie di campagna, altri ancora furono presi ed uccisi. La città, dopo essere stata saccheggiata, fu bruciata.

Una parte degli abitanti, spaventati dai recenti esempi attuati da Ruggero, si rifiutarono di prendere le armi. L’astensione dei difensori facilitò certamente la vittoria delle truppe reali. Una volta occupata la porta, i soldati di Ruggero non trovarono una grande resistenza. Ruggero di Plenco, mentre Tancredi era riuscito a nascondersi. Tradito infine da uno, egli venne portato al cospetto di Ruggero69. Il re comandò che Ruggero fosse impiccato e che fosse lo stesso Tancredi a tirare il laccio; quest’ultimo fu poi mandato in Sicilia.

Dopo Montepeloso fu la volta di Acerenza; gli abitanti acheruntini fecero atto di sottomissione e accettarono di ricevere il governatore che avevano scacciato l’anno precedente70. La conquista di Montepeloso fu un grande successo per Ruggero, che aveva già catturato molti conti ribelli.

Montepeloso: dallo scisma del 1130 al concilio Lateranense del 1139

Lo scisma del 1130 che vide contrapporsi Anacleto II, sostenuto da Ruggero II e buona parte dei monaci benedettini, e Innocenzo II, sostenuto da Bernardo di Chiaravalle e dall’imperatore Lotario III, mise in difficoltà diverse abbazie benedettine.

Quando l’imperatore Lotario tornò in Germania, il papa fu costretto a ritirarsi a Pisa, dove tenne un sinodo con il quale scomunicò Anacleto e Ruggero71. Lo scisma ebbe termine con la morte di Anacleto, avvenuta il 25 gennaio 113872. Nell’aprile del 1139, papa Innocenzo tenne il II concilio Lateranense con il quale annullò definitivamente tutte le deliberazioni, gli atti e le ordinazioni di Anacleto e dei suoi aderenti. Nello stesso tempo pronunciò una nuova scomunica contro Ruggero73. Allora il re passò all’offensiva: occupò varie città pugliesi e intavolò trattative con il papa, ma senza esito. Lo scontro era inevitabile: il papa fu fatto prigioniero, mentre i suoi alleati riuscirono a fuggire. La cattura di Innocenzo II fu un vero colpo di fortuna per Ruggero, perché il papa dovette sottostare alle sue richieste. Dopo negoziati abbastanza lunghi, si concluse un accordo il 25 luglio a Mignano (vicino Caserta). Innocenzo II tolse la scomunica e confermò a Ruggero il titolo di re di Sicilia, della Puglia e di Capua. Come riconoscimento della sovranità del papa, Ruggero si impegnò a pagare ogni anno 600 schifati, la somma stipulata con Anacleto74. Dopo aver riconosciuto papa Innocenzo II, il re invitò Bernardo ad inviare monaci cistercensi in Sicilia e, per punire la città di Montepeloso che aveva aiutato in ogni modo Tancredi, concesse «la chiesa di santa Maria Nuova di Montepeloso, con la chiesa di Santa Maria Vecchia, le altre chiese, possessioni e pertinenze, al priorato di Chaise-Dieu di Clermont [Francia], con l’assenso di papa Innocenzo II»75, che dal 1123, con bolla di Callisto II, erano soggette direttamente alla Santa Sede. A seguito di tale donazione, i benedettini francesi poterono riscuotere le decime sulla baiulazione, sul terratico e sulla vendita del vino. Tale privilegio, divenuto motivo di forti litigi tra il clero e il popolo di Montepeloso e i benedettini francesi, sarà rinnovato anche nei secoli successivi, come si legge in un documento-inserto del 1260 di papa Alessandro IV, che rinnova agli abati di Chaise-Dieu, dell’ordine benedettino di Clermont, la loro piena autonomia e il privilegio di dipendere direttamente dalla Santa Sede, divenendo così uno degli 8 siti casadeiani italiani.

Le lotte intestine di Normanni e non Normanni contro Ruggero continuarono. Tuttavia, in poco più di quarant’anni, dal 1112 al 1154, Ruggero riuscì a fondare nella Sicilia meridionale quel nuovo regno destinato a protrarsi per oltre 700 anni, fino al 1860.

Non è il caso di enumerare le tante guerre combattute da Ruggero. Va comunque rilevato che furono combattute con particolare crudeltà – «guerre in un certo senso civili»76 – da ambedue le parti, come attesta il Chronicon di Falcone Beneventano77, acerrimo nemico del sovrano Normanno. Va altresì detto che la città di Montepeloso aveva combattuto una guerra non sua, e che ancora una volta aveva parteggiato per la parte più debole dei Normanni, ossia per i conti normanni che si erano ribellati a Ruggero non certo per difendere i diritti delle città pugliesi, ma per potersi sostituire allo stesso sovrano.

Le fonti

Conoscere il passato è desiderio di ogni uomo e, quindi, qualsiasi difficoltà dev’essere superata perché la sua conoscenza ci permette di svelare le civiltà che ci hanno preceduto e che hanno determinato l’attuale stato storico, morale, psichico di ciascuno di noi. Non vi è dubbio che tracciare il quadro complessivo della vita sociale di un popolo risulti un compito tutt’altro che facile per una pluralità di motivi: la penuria delle fonti disponibili, la necessità di inserire le vicende di un territorio e dei suoi abitanti in un contesto più ampio per poter trovare quelle connessioni con la storia economica, politica e sociale delle popolazioni di quell’epoca.

Le fonti, ogni tipo di fonte scritta, orale, figurativa, sono comunque indissociabili dalla mentalità e, quindi, rappresentano uno dei tanti modi di pensare di un certo periodo storico, fornendo non la versione ma una «versione» dei fatti, legata allo stato d’animo di ogni narratore.

Analizzando i documenti, si rimane colpiti dal modo di pensare lo spazio e il tempo. I primi storiografi (annalisti) scrivevano di Storia anno per anno: narravano brevemente di vicende umane, lotte, eventi atmosferici. Essi riflettevano la coscienza del tempo; una coscienza – come nella Fenomenologia dello spirito di Hegel – che coincide con il divenire della scienza o del sapere e si configura come la via attraverso la quale il singolo individuo ripercorre i gradi di formazione dello Spirito universale.

Bisogna, quindi, tenere presenti la mentalità e le circostanze in cui vengono narrati i fatti; conoscere, possibilmente, gli autori dei fatti narrati che di solito scrivevano su commissione. Basti pensare ad Amato, che esalta soprattutto le Gesta di Roberto il Guiscardo e del principe Riccardo di Capua; al Malaterra, che scrive su richiesta del conte Ruggero d’Altavilla di cui ne celebra le imprese; ad Alessandro, abate del monastero di San Salvatore di Telese (detto il Telesino), la cui opera è dedicata a Ruggero II.

Tutti, comunque, hanno narrato non solo di gesta belliche ma anche dei territori conquistati. Infatti, ci dicono che quando i primi Normanni giunsero nell’Italia meridionale furono colpiti dalla fertilità del suolo e dall’abbondanza dei prodotti: tra la fine del X e l’inizio dell’XI secolo i cereali (frumento, orzo) così come gli ulivi erano prodotti classici delle regioni meridionali. Anche l’allevamento aveva il suo peso con suini, mucche e bestiame vario. Amato fa sapere che al monastero di San Benedetto di Salerno arrivavano da più parti – feudi e boschi in loro possesso – prodotti di vario tipo. Ad Aversa vi erano prodotti cerealicoli e oliveti: grano, miele, (grain et mil), porci e vacche (porc et vasce), pane e olio di soia (pane et dras de soie)78; campi di grano e orti a Melfi79; olivi e vigneti ad Andria80; olivi sono coltivati anche nei territori di Troia, Foggia e Barletta81. Fa sapere, inoltre, che durante l’ultima battaglia del 3 settembre 1041, combattuta nella Selva di Montepeloso, i Normanni s’impossessarono di oltre cinquecento mucche da fieno, ossia mucche da cui ricavare prodotti caseari, e rubarono bestiame di vario genere e derrate alimentari. Quindi siamo di fronte ad una distesa boschiva controllata, produttiva, come al tempo dei Longobardi.

Notizie rilevanti sono riportate anche da Goffredo Malaterra che parla di armenta et pecora et caetera, e di prodotti agricoli come vineta et uliveta. Il territorio rimane tale ancora a metà del XII secolo, quando Edrisi, geografo di re Ruggero II annotò che Muntf.ngùs (Montepeloso) era una bella città, ricca di viti e d’alberi e molto produttiva.

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Chronicon Sacri Monasterii S. Trinitatis Cavensis per Petrum de Salerno Cancellarium et Girbertum Archivarium collectum sub Petro Abbate eiusdem monasterii, in Historia Principum Longobardorum di C. Pellegrino, a c. di F.M. Pratilli, Ex Typographia J. de Simone, Napoli 1753, IV;

cuozzo e., Trasporti terrestri militari, in CSNS, (1995), XI;

elze r., Ruggero II e i papi del suo tempo, in Centro Studi Normanno Svevo (Bari 1979), cit., III;

– goffredo malaterra, De Rebus Gestiis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi Ducis fratris eius, ed. Pontieri, Rerum Italicarum Scriptores, V, I, Bologna 1927;

– guglielmi appuli, Historicum Poema De Rebus Normannorum in Sicilia, Apulia et Calabria Gestis, in Rerum Italicarum Sscriptores, Mediolani 1743, V;

kehr p.f.-w. holtzmann, Regesta Pontificum Romanorum. Italia Pontificia, Gottingen 1962, voll. 10;

leone marsicano, in Cronisti e Scrittori Sincroni Napoletani, vol. I, I Normanni, Napoli 1845;

lupi protospatae, Rerum in Regno Neapolitano Gestarum, Ab anno Sal. 860 usque ad 1102, Breve Chronicon, Mediolani 1742, in Rerum Italicarum Scriptores, vol. V;

ménagerl.r., Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italie méridional et en Sicili (XIa-XIIa siècle), in CSNS, I, Bari 1975;

pedio t., La Basilicata normanna, vol. III, in La Basilicata. Dalla caduta dell’impero romano agli Angioini, Levante Editori, Bari 1978-1989, voll. 5;

1

Cfr. lupi protospatae, Rerum in Regno Neapolitano Gestarum, Ab anno Sal. 860 usque ad 1102, Breve Chronicon, Mediolani 1742 (= l. protospata), in Rerum Italicarum Scriptores (= RIS), vol. V, ad. an. 994, p. 40; Chronicon Sacri Monasterii S. Trinitatis Cavensis per Petrum de Salerno Cancellarium et Girbertum Archivarium collectum sub Petro Abbate eiusdem monasterii (= Cronaca Cavense), in Historia Principum Longobardorum di Camillo Pellegrino, a c. di Francesco Maria Pratilli, Ex Typographia Joannis de Simone, Napoli 1753, IV, p. 427.

2

Cfr. Codex Andr., ad. an. 1009, in l. protospata, p. 41

3

Cfr. l. protospata, ad an. 1009, p. 41. Il Codice di Andria porta questa data al 1010.

4

Cfr. Cronaca Cavense, ad. an. 1010, p. 428.

5

Cfr. leone marsicano ostiense, Chronicon Sacri Monasterii Casinensis (= leone ostiense), in RIS, IV, Mediolani 1723, II, 37, p. 363.

6

Cfr. Cronaca Cavense, ad. an. 1010, p. 428.

7

Cfr. Codex Andr., ad. an. 1010, p. 41.

8

Cfr. Guillelmi appuli, Historicum Poema De Rebus Normannorum in Sicilia, Apulia et Calabria Gestis (= Guglielmi appuli), in RIS, V, lib. I, vv. 1-36.

9

Cfr. amato di montecassino, Ystoire de li Normant (= amato), a c. di V. De Bartholomaeis, Tipografia Del Salento, Roma 1935, II, 26. Traduzione di Giuseppe Sperduti. Francesco Ciolfi Editore, Cassino 1999, lib. I, N. 36.

10

Cfr. Cronaca Cavense, ad. an. 1016, p. 431; l. protospata, ad. an. 1016, p. 40; Chronicon Ignoti Civis Barensis (= Ignoti Civis Barensis), con note di Camillo Peregrino, in RIS, V, p. 148.

11

Cfr. Chronicon Anonimo Cassinensis (= Anonimo Cassinese), in RIS, V, pp. 135-143, qui, p. 139.

12

Cfr. t. pedio, La Basilicata normanna, vol. III, in La Basilicata. Dalla caduta dell’impero romano agli Angioini, Levante Editori, Bari 1978-1989, 31-32. I volumi sulla Basilicata sono cinque.

13

Cfr. l. protospata, ad. an. 1038, p. 41.

14

Idem, ad. an. 1040, p. 41.

15

Cfr. Ignoti Civis Barensis, ad. an. 1040, p. 149.

16

Cfr. l. protospata, ad. an. 1040, p. 41.

17

Cfr. Ignoti Civis Barensis, ad. an. 1040, p. 149.

18

Idem, ad. an. 1041.

19

Cfr. f. carabellese, L’Apulia e il suo Comune nell’Alto Medio Evo, ristampa anastatica. Società di Storia Patria per la Puglia, Bari 1960, pp. 192-193.

20

Cfr. f. chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicilie (= f. chalandon), Parigi 1907, ristampa 1969, voll. 2, qui, vol. I, p. 91; amato, II, 17; l. protospata, ad. an. 1041, p. 43.

21

Cfr. amato, II, 18.

22

Idem, II, 31.

23

Idem, II, 18.

24

Cfr. f. chalandon, I, p. 97.

25

Cfr. amato, II, 20; Cronaca Cavense, ad. an. 1041, p. 437; l. protospata, ad. an. 1041, p. 42; Ignoti Civis Barensis, ad. an. 1041, p. 150; Codex Andr., ad. an. 1041, p. 43; leone ostiense, II, 67, p. 388.

26

Cfr. f. chalandon, I, p. 978.

27

Cfr. guilelmi appuli, I, vv. 317-318; malaterra, I, 9;

28

Cfr. guilelmi appuli, I, vv 290-291; amato, II, 21.

29

Cfr. malaterra, I, 9.

30

Cfr. Codex Andr., ad. an. 1041, p. 43.

31

Idem, ad. an. 1041, p. 43.

32

Cfr. Codex Andr., ad. an. 1041, p. 43; di meo, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età, (= di meo, Annali), Napoli 1795-1815, voll. 12, qui, VII, p. 213.

33

Molti furono uccisi, mentre uno scudiero salvò Duciano che stava cadendo da cavallo, perché ferito a un piede-

34

Cfr. guilelmi appuli, I, vv. 301-322.

35

Idem, I, vv. 315-318; Codex Andr., ad. an. 1041, p. 43.

36

Cfr. Ignoti Civis Barensis, ad. an. 1041, p. 150; l. protospata, ad. an. 1041, p. 41; Cronaca Cavense, ad. an. 1041, p. 437; j.m. martin, La vita quotidiana nell’Italia meridionale al tempo dei Normanni. Traduzione di Maria Grazia Meriggi, Milano 1997, pp. 63-64.

37

Cfr. amato, II, 23.

38

Idem, II, 23; Ignoti Civis Barensis, ad. an. 1041, p. 150.

39

Cfr. leone ostiense, II, 57, ad. an. 1041, p. 389.

40

Cfr. Ignoti Civis Barensis, ad. an. 1042, pp. 150-151.

41

Cfr. l. protospata, ad. an. 1042, p. 43.

42

Cfr. amato, II, 23; Cronaca Cavense, ad. an. 1041, p. 437.

43

Cfr. Ignoti Civis Barensis, ad. an. 1041, p. 150.

44

Cfr. amato, II, 26.

45

Idem, II, 19.

46

Idem, II 26.

47

Idem, II 26.

48

Idem, II 26.

49

Idem, II 26.

50

Cfr. Guillelmi apuli, I, v. 326.

51

Idem, I, vv. 301-362.

52

Idem, I, v. 363-367.

53

Idem, I, vv. 355-401.

54

Cfr. malaterra, I, 10.

55

Idem, I, 10.

56

Cfr. Amato, II, 27.

57

Idem, II, 31; leone ostiense, II, 57, ad. an. 1042, p. 389.

58

Per ulteriori informazioni sulle famiglie normanne vedi l.r. ménager, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italie méridional et en Sicili (XIa-XIIa siècle), in CSNS, cit., I, Bari 1975, pp. 279-406.

59

Cfr. alessandro telesino, De Rebus Gestiis Rogerii Siciliae Regis Libri Quatuor, (= alessandro telesino). Introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto, F. Ciolfi Editore, Cassino 2003, II, 33; f. chalandon, II, p. 263.

60

Cfr. alessandro telesino, II 33.

61

Idem, II 36.

62

Cfr. falcone beneventano, Chronicon, in RIS, V (= falcone beneventano). Edizione Del Re, in Cronisti e Scrittori Sincroni Napoletani, vol. I, I Normanni, Napoli 1845, pp. 214-215.

63

alessandro telesino, II 37; romualdo salernitano, p. 11.

64

Cfr. falcone beneventano, p. 218.

65

Idem, p. 219.

66

Fu utilizzata anche durante gli assedi di Montepeloso del 1041 e del 1068.

67

Sui trasporti terrestri militari e sulla poliorcetica bizantina si vedano: e. cuozzo, Trasporti terrestri militari, in CSNS, (1995), XI, pp. 31-66, qui, 38-41; m. calia., Viaggio in una città di confine, cit., pp. 48-53.

68

alessandro telesino, II 41.

69

Idem, II 44.

70

Idem, II 45-46.

71

falcone beneventano, p. 243.

72

Idem, p. 240.

73

Idem, p. 243.

74

Idem, pp. 244-246.

75

Cfr. kehr p.f.-w. holtzmann, Regesta Pontificum Romanorum. Italia Pontificia, Gottingen 1962, voll. 10; qui, IX, p. 479, nn. 7-8; m. calia m., Irsina nella storia e nell’arte, Tipografia Tragni, Altamura (BA) 1998, p. 149.

76

Cfr. r. elze, Ruggero II e i papi del suo tempo, in CSNS (Bari 1979), cit., III, p. 31.

77

Cfr. falcone beneventano, p. 247.

78

Cfr. Amato, II, 11.

79

Idem, II, 20.

80

Cfr. leone ostiense, I, 59, p. 149.

81

Cfr. g. cherubini, I prodotti della terra: olio e vino, in CSNS, cit., VII, Bari 1987, p. 219, n. 243.

MICHELE CALIA

Nunzio Festa
Nunzio Festa

BREVE NOTA BIOGRAFICA

Nunzio Festa è nato a Matera, ha vissuto in Lucania, a Pomarico, poi in Lunigiana e Liguria, adesso vive in Romagna.

Giornalista, poeta, scrittore.

Collabora con LiguriaDay, L'Eco della Lunigiana, Città della Spezia, La Voce Apuana e d'altri spazi cartacei e telematici, tra i quali Books and other sorrows di Francesca Mazzucato, RadioA, RadioPoetanza e il Bollettino del Centro Lunigianese di Studi Danteschi; tra le altre cose, ha pubblicato articoli, poesie e racconti su diverse giornali, riviste e in varie antologie fra le quali: Focus-In, Liberazione, Mondo Basilicata, Civiltà Appennino, Liberalia, Il Quotidiano del Sud, Il Resto.

Per i Quaderni del Bardo ha pubblicato “Matera dei margini. Capitale Europea della Cultura 2019” e “Lucania senza santi. Poesia e narrativa dalla Basilicata”, oltre agli e-book su Scotellaro, Infantino e Mazzarone e sulle origini lucane di Lucio Antonio Vivaldi; più la raccolta poetica “Spariamo ai mandanti”, contenenti note di lettura d'Alessandra Peluso, Giovanna Giolla e Daìta Martinez e la raccolta poetica “Anatomia dello strazzo. D'inciampi e altri sospiri”, prefazione di Francesco Forlani, postfazione di Gisella Blanco e nota di Chiara Evangelista.

Ha dato alle stampe per Historica Edizioni “Matera. Vite scavate nella roccia” e “Matera Capitale. Vite scavate nella roccia”; come il saggio pubblicato prima per Malatempora e poi per Terra d'Ulivi “Basilicata. Lucania: terra dei boschi bruciati. Guida critica.”. Più i romanzi brevi, per esempio, “Farina di sole” (Senzapatria) e “Frutta, verdura e anime bollite” (Besa), con prefazione di Marino Magliani e “Il crepuscolo degli idioti (Besa).

Per le edizioni Il Foglio letterario, i racconti “Sempre dipingo e mi dipingo” e l'antologia poetica “Biamonti. La felicità dei margini. Dalla Lunigiana più grande del mondo”.

Per Arduino Sacco Editore “L'amore ai tempi dell'alta velocità”.

Per LietoColle, “Dieci brevissime apparizioni (brevi prose poetiche)”.

Tra le altre cose, la poesia per Altrimedia Edizioni del libro “Quello che non vedo” (con note critiche di Franco Arminio, Plinio Perilli, Francesco Forlani, Ivan Fedeli, Giuseppe Panella e Massimo Consoli) e il saggio breve “Dalla terra di Pomarico alla Rivoluzione. Vita di Niccola Fiorentino”.

Per Edizioni Efesto, “Chiarimenti della gioia”, libro di poesie con illustrazioni di Pietro Gurrado, note critiche di Gisella Blanco e Davide Pugnana.

Per WritersEditor, la biografia romanzata “Le strade della lingua. Vita e mente di Nunzio Gregorio Corso”.

Per le Edizioni Ensemble, il libro di poesie “L'impianto stellare dei paesi solari”, con prefazione di Gisella Blanco, postfazione di Davide Pugnana e fotografie di Maria Montano.

Per Bertoni Editore, il libro di poesie “Semplificazioni dai transiti sotto la coda di Trieste”.

Per Tarka Edizioni, il saggio narrativo “Ai piedi del mondo. Lunigiana e Basilicata sulle corde degli Appennini”.

Per BookTribu, il romanzo breve “Io devo andare, io devo restare”.

nunziofesta81@gmail.com.

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