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I piani del “Board of Peace” che spingerebbero alla “emigrazione volontaria” da Gaza voluta da Israele.

Si dice che i bulli siano stati a loro volta bullizzati. Ma qualcosa del genere è ciò che appare sempre più evidente in modo sconcertante nell’accanimento genocida degli ebrei sionisti al governo di Israele con la popolazione palestinese. Con una scientificità che si palesa anche nei programmi che si prevede di mettere in campo per la cosiddetta ricostruzione di Gaza da parte del cosiddetto “Board of Peace”, con effetti molto simili a quelle politiche di confisca dei beni degli ebrei attuate dall’ufficio diretto da Adolf Eichmann dopo l’annessione dell’Austria alla Germania nel 1938. E’ la lettura fortemente critica dei progetti elaborati per il futuro della Striscia di Gaza, in cui si sostiene che dietro le iniziative presentate come programmi di ricostruzione si celerebbe un più ampio processo di espropriazione delle proprietà palestinesi, trasferimento forzato della popolazione e riorganizzazione demografica del territorio, effettuata in un articolo pubblicato sul blog del ricercatore dell’Università di Torino Alessandro Ferretti che vi invitiamo a leggere integralmente. Nel parallelo storico tra le politiche di confisca dei beni degli ebrei attuate nel 1938 e gli attuali piani destinati a Gaza, emerge che -secondo l’autore- in entrambi i casi verrebbero offerte soluzioni solo apparentemente volontarie, che nella realtà finirebbero per privare le persone dei propri diritti fondamentali e delle loro proprietà. Al centro dell’analisi vi è uno studio pubblicato nel luglio 2026 dal Carnegie Endowment for International Peace e firmato dall’avvocata per i diritti umani Zaha Hassan, che esamina il ruolo del cosiddetto “Board of Peace”, organismo sostenuto dagli Stati Uniti e presentato come piattaforma per la ricostruzione postbellica. Secondo lo studio, infatti,  il Consiglio rappresenterebbe invece uno strumento attraverso il quale verrebbero ridefiniti gli assetti territoriali ed economici della Striscia, favorendo il progressivo allontanamento della popolazione palestinese dalle proprie terre. L’articolo di Ferretti, passa quindi in rassegna i principali progetti allo studio. Il primo è il “GREAT Trust”, elaborato da dirigenti della Boston Consulting Group e del Tony Blair Institute che prevede un’autorità temporanea che amministri le terre pubbliche di Gaza e, potenzialmente, anche quelle private, conferendole a un trust internazionale. Ai residenti verrebbe proposta un’alternativa: attendere per anni un alloggio sostitutivo rinunciando ai propri diritti di proprietà oppure accettare un incentivo economico per trasferirsi definitivamente all’estero. Un meccanismo che configurerebbe una pressione economica tale da favorire l’emigrazione permanente della popolazione palestinese. Il secondo progetto è il “Project Sunrise”, promosso da Jared Kushner, che punta alla valorizzazione della fascia costiera di Gaza attraverso investimenti internazionali, nuove infrastrutture, poli commerciali e strutture turistiche. Secondo il documento, questa trasformazione richiederebbe l’espropriazione definitiva delle aree costiere oggi appartenenti ai palestinesi, con il conseguente trasferimento dei proprietari e la conversione della costa in un’area destinata agli investimenti esteri. Il terzo elemento riguarda la realizzazione di campi umanitari temporanei nell’area di Rafah, destinati ad accogliere decine di migliaia di sfollati. L’accesso ai campi sarebbe subordinato a verifiche sull’identità delle persone e sui loro diritti di proprietà. Secondo l’autrice dell’analisi, questa impostazione contrasterebbe con il diritto internazionale umanitario e consentirebbe di svuotare progressivamente vaste aree della Striscia, lasciando la popolazione di fronte alla scelta tra vivere a tempo indeterminato in strutture controllate oppure rinunciare alla protezione umanitaria. Nello studio, viene evidenziato come il fatto che gran parte degli abitanti viva oggi in tende o rifugi di fortuna e con la distruzione delle abitazioni accompagnata dalla perdita di documenti catastali e registri di proprietà, renderebbe estremamente difficile dimostrare la titolarità dei beni, favorendo processi di espropriazione. Vengono inoltre richiamate indagini di Forensic Architecture e immagini satellitari che, secondo l’autrice, documenterebbero la prosecuzione delle demolizioni e della trasformazione del territorio anche dopo il cessate il fuoco. Pertanto, sul piano giuridico, il testo sostiene che i progetti esaminati presentino numerosi profili di incompatibilità con il diritto internazionale umanitario. Tra gli aspetti maggiormente criticati figurano la confisca delle proprietà senza adeguata compensazione, il possibile trasferimento forzato della popolazione e l’ipotesi di registrare i titoli di proprietà attraverso sistemi blockchain, trasformandoli in strumenti finanziari negoziabili. Secondo l’autrice, ciò potrebbe compromettere definitivamente i diritti dei legittimi proprietari in un contesto in cui molti documenti risultano distrutti o irreperibili. Severe le critiche anche alla comunità internazionale. In particolare, viene contestato il ruolo attribuito al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e agli altri soggetti che dovessero sostenere i progetti del “Board of Peace”, ritenendo che possano concorrere a legittimare un sistema basato sulla progressiva acquisizione delle terre palestinesi. Secondo il documento, il diritto verrebbe utilizzato non come garanzia di tutela, ma come strumento di controllo politico e territoriale. Nelle conclusioni, il testo sostiene che le iniziative prospettate per il dopoguerra di Gaza non sarebbero orientate principalmente alla ricostruzione e al ripristino dei diritti della popolazione civile, bensì a una profonda trasformazione economica e demografica della Striscia e che digitalizzazione delle proprietà, campi di transito e nuovi modelli di gestione del territorio configurerebbero un sistema destinato a modificare in modo permanente l’assetto di Gaza, con il rischio di compromettere il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione, al ritorno nelle proprie case e alla conservazione del proprio patrimonio. In sostanza la realizzazione del progetto iniziale di annullamento di qualunque ipotesi di una nazione Palestinese, tenuto conto della completa esautorizzazione di suoi rappresentanti in questo processo. Insomma “i piani proposti dai consiglieri del Board of Peace, che sembrano influenzare le attività sul campo, suggeriscono che l’organismo – guidato dal presidente statunitense Donald Trump – potrebbe creare deliberatamente le condizioni per lo sfollamento forzato e il reinsediamento all’estero dei palestinesi. Quella che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha eufemisticamente definito “emigrazione volontaria” è l’obiettivo auspicato sia dal governo israeliano che dalla seconda amministrazione Trump. E fin dalla sua istituzione, questo obiettivo ha ossessionato i palestinesi come l’onnipresente ronzio dei droni su Gaza. “

Vito Bubbico
Vito Bubbico
Iscritto all'albo dei giornalisti della Basilicata.
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