L’Europa e tutto il mondo occidentale dovrebbe evitare una vergogna storica per il tradimento operato ai danni del popolo curdo, cercando di bloccare la guerra a freddo scatenata nei loro confronti da Erdogan, dopo il via libera di Trump.

Perchè noi tutti abbiamo un debito enorme, non solo con i Curdi, ma con tutte le persone nel Rojava. Perchè sono quelli che hanno sconfitto l’Isis, pagando un enorme tributo di sangue con la perdita di circa 15 mila persone in quella battaglia fatta per  conto del mondo intero.

L’attacco turco al Rojava ha un obiettivo preciso, quello di mettere fine ad una esperienza unica in quell’area del mondo. Un modello di società democratica in cui convivono cristiani, musulmani, arabi, siriani e curdi. Una realtà basata sulla liberazione delle donne che abbiamo visto protagoniste anche sul campo ed in prima fila tra i combattenti contro l’Isis.

Un modello evidentemente  “pericoloso” per l’Isis e le forze reazionarie dell’area -in primis Erdogan- che evidentemente temono un effetto emulativo che scardinerebbe le proprie arcaiche organizzazioni sociali  e per questo hanno tutto l’interesse a cancellarlo (non a caso a fianco dell’esercito turco ci sono bande di miliziani irregolari vicini ad Al-Qaeda, si moltiplicano attentati dell’Isis ed è reale il rischio di centinaia di detenuti sempre dell’Isis che vengano liberati).

Ma quanto creato dall’amministrazione autonoma della Siria del Nord-Est, un modello di democrazia avanzata e compatibile con la realtà di quest’area, che dovrebbe, invece, essere sostenuto dall’occidente come soluzione al conflitto siriano. In tutto il medio oriente niente non c’è nulla che somigli al modo di vita europeo più dell’esperienza curda.

Erdogan sta aggredendo l’unica realtà di convivenza pacifica, di democrazia, di diritti delle donne realizzata da anni in quell’area.

Stare a guardare e lasciar fare tutto questo costituirebbe una delle pagine più vergognose della storia dell’umanità, oltre che una occasione mancata per favorire lo sviluppo di esempi progressisti in aree dominate da realtà di segno opposto.

In caso contrario, al di là delle chiacchiere e delle prese di posizione che lasciano il tempo che trovano, quella di Erdogan apparirà essere sempre più una sporca guerra fatta “per procura”, per nostro conto, per creare magari un’ampia area in cui deportare i tanti profughi siriani che noi non vogliamo accogliere.

Nel Kurdistan iracheno i profughi curdo-siriani sono 235 mila, ed è lì che stanno arrivando i prossimi. Sull’Europa incombe, effettivo, il ricatto dei profughi fatto da Erdogan. Ma proprio per questo l’Europa dovrebbe avvertire il compito di contribuire decisivamente a bloccare questa guerra e favorire il ritorno dei profughi alle loro terre, non a sostituire la gente curda nelle terre sue. “Aiutarli a casa loro”: anche in Siria, vuol dire aiutarli a ricostruirsi una casa, una vita, in una condizione di pace.

Non abbiamo alibi, la Turchia è membro della Nato ed utilizza armi fornite da noi, se si vuole lo si può bloccare.

Ma lo si vuole per davvero?

E noi tutti staremo solo a guardare, come fosse un film?

Nel frattempo giunge la notizia che tra le prime vittime c’è anche la segretaria generale del partito per il Futuro della Siria, Havrin Khalaf, che sarebbe rimasta uccisa nell’autobomba esplosa ieri a Qamishli, città curda presa di mira sia dall’Isis, che ha rivendicato l’attentato, sia dal fuoco turco.