“Quando un capo di governo invita a boicottare il voto previsto dalla legge su diritti e sicurezza dei lavoratori dipendenti, nonché sul diritto di cittadinanza, io ci vedo della fifa e del disprezzo per l’intelligenza dei cittadini.” E’ il commento di Gad Lerner a proposito dell’uscita infelice di Giorgia Meloni durante la manifestazione del 2 giugno a Roma e di cui ci siamo già occupati per l’appunto ieri (https://giornalemio.it/cronaca/lossimoro-della-meloni-andro-a-votare-ma-non-ritirera-la-scheda). Ma sembra essere sfuggito un dettaglio: in Italia questo è anche un reato. Infatti, è tutt’ora in vigore una norma che recita così: “chiunque investito di un pubblico potere o funzione civile o militare, abusando delle proprie attribuzioni e nell’esercizio di esse, si adopera ….ad indurli (n.d.r: gli elettori) all’astensione, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da lire 600.000 a lire 4.000.000.” Incredibile, ma vero. Trattasi dell’art. 98 del Testo Unico delle leggi elettorali del 1948 che deve essere evidentemente ignorato anche dal Presidente del Senato e dalla Presidente del Consiglio, altrimenti mica sosterrebbero questa incitazione degli elettori a disertare le urne in occasione dei referendum dell’8 e 9 giugno. O no? Lo farebbero lo stesso, dite voi? Certo che in questa Italia di oggi in cui si sta slabbrando tutto sempre più, e che gioca su questioni così importanti come il diritto/dovere di voto, può apparire persino assurdo. Ma, una volta il voto era considerato una cosa seria. E non solo la propaganda all’astensione da parte di uomini e donne delle istituzioni o di pubblici ufficiali era (ed è, non essendo mai stata modificato questa norma) considerato un reato penale (esteso poi nel 1970 -art.51 della legge 352- anche all’induzione all’astensione in un referendum), ma anche il dovere di voto, nei primi decenni della Repubblica era così altamente inteso da essere addirittura sanzionato (sanzioni blande, certo, ma c’erano e vennero cancellate solo nel 1993) chi non lo esercitava. Infatti, il cittadino che non si fosse recato alle urne in occasione di elezioni politiche o amministrative, aveva l’obbligo di giustificarlo in Comune e la non partecipazione al voto veniva segnalata nel certificato di buona condotta. Insomma, una sottolineatura etica di quell’art. 48 della Costituzione in cui si proclama il voto come un dovere. Con una sorta di disapprovazione conseguente: non sei un buon cittadino. Preoccupazioni etiche che, come vediamo, non sfiorano nemmeno lontanamente le coscienze dei momentanei occupatori delle poltrone istituzionali della Repubblica. Da cui sembra, invece, giungere in proposito un sonoro: “ma chi se ne frega“. Ricorderete che fu Bettino Craxi il primo ad invitare gli elettori a non andare a votare per i referendum sulle leggi elettorali e ad “andare al mare“. All’epoca gli italiani capirono che quell’invito all’astensione era un trucco a loro danno e si recarono in massa alle urne. L’invito all’astensione è sostanzialmente una frode alla Costituzione, aggravata dal furbesco voler sfruttare il non voto di chi regolarmente non va a votare, sommandolo a quello di chi vuole che i referendum falliscano. Che fare? Nessuna costrizione per nessuno, per carità, sia chiaro. Ma sicuramente si rendono necessarie modifiche per la efficacia dell’istituto referendario. Abolendo il quorum o rapportandolo al numero dei votanti alle ultime elezioni politiche nazionali e, magari, introducendo anche il voto da remoto. Nel frattempo bisogna augurarsi che, nonostante tutto, i referendum dell’8 e 9 giugno suscitino una attenzione adeguata alla loro importanza a sufficiente al loro successo. Sarebbe il miglior modo per ossequiare la Repubblica (nata proprio da un referendum) e difendere la Costituzione. Oltre che contribuire a riaprire una nuova stagione sui diritti del lavoro.
Io voto SI, io voto NO….oppure mi astengo! I malati di quorum nella terra dei cachi!

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