Pietro Simonetti (Cseres) mette la mano (come Muzio Scevola) sulla stufa fredda con tanto di software a legna…del Centro informatico di elaborazione dati, che serve tutte le strutture della Regione Basilicata a cominciare dalle Aziende sanitarie, e tira fuori le ceneri della superficialità di quanto ha procurato danni e da tre giorni ai cittadini. Nessun hacker russo, come è prassi nelle pseudo attribuzioni occidentali pro Ucraina da guerra ibrida, o legato al ”buco” ravvisato nella rete Asm del passato, ma quel condizionatore rotto e non solo che avrebbe dovuto raffreddare la stufa del Data center. Scarsa manutenzione, assenza di monitoraggio e, quello che è peggio, è la prassi dell’accentramento di strutture e funzioni in quel di Potenza. Buon senso avrebbe voluto che una struttura parallela, un gruppo di continuità o per farla breve ”il gruppo elettrogeno” per il data center fosse localizzato altrove. A Matera, per esempio, in modo da avere una alternativa concreta sul campo per rimediare alle emergenze. E adesso chi paga? Si hanno le competenze per reimpostare in maniera efficiente e sicura il sistema?”Ciò che la nostra ricerca documentale mette impietosamente a nudo -scrive Simonetti-è una gestione strutturale non sana: da tempo questi appalti vitali vengono trascinati anche in un regime improprio fatto di proroghe infinite e di una progressiva frammentazione delle competenze, frutto di una singolare riorganizzazione interna”. E Simonetti rimette le mani sulla stufa…Ora tocca alla Regione farlo, visto la Basilicata è finita al freddo.

Tilt informatico in Basilicata: quando un sevizio importate
si liquefa per un condizionatore rotto e non solo.
All’esito di una lunga e approfondita ricerca documentale, svolta consultando autorevoli esperti di informatica e architetture di sistema, siamo giunti a una ricostruzione di quanto sarebbe accaduto. Un quadro tecnico e amministrativo del tutto probabile.
I cittadini lucani dovrebbero sapere come si sia riusciti nell’impresa di spegnere un’intera regione con un semplice colpo di calore. Manco fossimo un anziano colto da insolazione a mezzogiorno in piena estate.
Zero hacker russi o di altri Paesi col passamontagna davanti allo schermo. Zero pirati del dark web. Nessun riscatto milionario preteso in bitcoin dai sotterranei di chissà quale potenza straniera. La realtà è molto più terra terra, nel nostro stile più autentico e deprimente: la faraonica architettura digitale della Regione Basilicata si sarebbe semplicemente liquefatta perché l’impianto di aria condizionata ha deciso di tirare le cuoia. Fine della trama da film d’azione, inizio dell’ennesima sceneggiata nostrana.

Da persone che queste vicende le monitorano da decenni, siamo abituati a spulciare delibere, capitolati d’appalto e voragini di spesa pubblica senza farci incantare da comunicati generici, confezionati ad hoc per non dire o per dissimulare. Davanti a uno sfacelo simile non sappiamo se basti l’indignazione o se si debba passare direttamente a chiedere i danni per conto della collettività.
La domanda che rimbalza da giorni tra gli uffici e nelle piazze di Potenza e Matera è una sola: cosa è accaduto davvero?
È accaduto che le macchine su cui transita l’intera esistenza amministrativa, sanitaria e civile di questa regione si sarebbero spente all’improvviso per non fondere fisicamente il silicio. È probabile, dicono i tecnici e chi sa come funzionano questi sistemi.
Spieghiamolo in parole povere: immaginate una stanza blindata, stipata di armadi metallici contenenti decine di computer potentissimi che macinano dati giorno e notte. Quei marchingegni producono un calore enorme. Se non vengono inondati di aria gelida 24 ore su 24, la temperatura sale in pochi minuti a livelli da altoforno. A quel punto i sensori staccano la corrente prima che i circuiti prendano fuoco. Il tanto decantato Data Center Unico Regionale, il «cervellone» che doveva centralizzare e modernizzare ogni servizio lucano, si è trasformato di colpo in una stufa muta. Tenebra elettronica. Schermi neri da Policoro a Maratea.

E qui casca l’asino, aprendo la seconda questione: perché è successo?
Perché siamo in Basilicata. Una terra dove si firmano convenzioni milionarie per la digitalizzazione, ci si sciacqua la bocca nei convegni con parole roboanti come resilienza, transizione e innovazione, e poi ci si dimentica della manutenzione elementare di un frigorifero industriale. Chiunque abbia un briciolo di cognizione in materia di infrastrutture sa che una sala macchine strategica non può dipendere da un unico punto di rottura (single point of failure). Se si guasta il circuito primario, deve subentrare all’istante il secondario; se cede pure quello, devono scattare sistemi d’estrazione d’emergenza monitorati secondo per secondo. Qui invece un’anomalia termica avrebbe fatto crollare l’intero apparato come un castello di carte. Un collasso totale innescato da un termostato o da una ventola grippata. C’è da ridere per non piangere, soprattutto sapendo chi paga il conto finale: sempre e solo i contribuenti.
Veniamo al terzo punto, il più doloroso: cosa ha comportato questo disastro per i cittadini?
La paralisi assoluta. L’Azienda Sanitaria di Matera è stata costretta a inseguire l’emergenza diramando bollettini che parevano comunicati di guerra, spiegando che le prenotazioni dei Cup erano evaporate, i referti medici bloccati nei server inaccessibili e i punti di accettazione rallentati, lasciando medici e infermieri a fronteggiare la rabbia degli utenti armati solo di carta, biro e una dose disumana di pazienza. Ma non si è fermata alla sanità: il virus dell’inefficienza ha travolto in pieno l’Università degli Studi della Basilicata, con il portale oscurato, immatricolazioni e servizi paralizzati, e l’Unibas ridotta a dover allestire in fretta e furia una pagina web di fortuna per non sparire dalla rete.
Nel frattempo, nelle stanze dei bottoni, il gruppo che si definisce dirigente ha colto la palla al balzo per fare quello che gli riesce meglio: rinviare e non dire. Persino la seduta del Consiglio regionale è saltata per blackout informatico. Bandi pubblici congelati, scadenze prorogate perché imprese e cittadini non riuscivano a trasmettere un solo documento. Una regione tenuta in scacco da una condotta d’aria. Pensate a un lavoratore, a un disoccupato che deve presentare una domanda a uno sportello telematico, all’azienda che rischia di perdere un finanziamento, al paziente che attende da mesi un controllo: tutti fermi, a guardare una clessidra che gira a vuoto sullo schermo.

È mai accaduto qualcosa di simile altrove?
I guasti capitano ovunque, le macchine non sono eterne né in Lombardia né in Germania. Ma un collasso di questa portata, con tutti i servizi vitali concentrati in un unico punto senza un paracadute operativo immediato, è un capolavoro di negligenza che raramente trova eguali. Altrove, quando una sala server principale va fuori uso, scatta nel giro di pochi minuti il disaster recovery: un centro dati gemello, dislocato a distanza di sicurezza, che prende in carico l’infrastruttura ed evita di spegnere ospedali e uffici pubblici.
Da noi si è centralizzato tutto in nome del risparmio, ma la continuità operativa è rimasta confinata nelle brochure dei convegni. Se inciampa il nodo centrale a Potenza, affonda l’intera Basilicata.
E ora la domanda decisiva: quando si tornerà alla normalità e cosa occorre fare ora?
I tecnici stanno lavorando senza sosta, e a loro va la nostra solidarietà vera. Tuttavia, le notizie che trapelano indicano che per ristabilire una reale piena operatività e la sincronizzazione di tutti i database servira’tempo
Per garantire la funzionalita’ e la sicurezza da qui in avanti serve una rottura netta. Ciò che la nostra ricerca documentale mette impietosamente a nudo è una gestione strutturale non sana: da tempo questi appalti vitali vengono trascinati anche in un regime improprio fatto di proroghe infinite e di una progressiva frammentazione delle competenze, frutto di una singolare riorganizzazione interna.

Non si può continuare a gestire la tecnologia critica come spesa ordinaria da prorogare ad libitum. Servono tre azioni immediate:
1. Verifiche ispettive indipendenti sulla gestione e sui contratti del sistema informatico;
2. Penali severe per i fornitori in caso di mancata ridondanza degli impianti fisici e mancata continuità dei servizi;
3. L’obbligo inderogabile di rendere operativo un polo di continuità geografica esterno, testato sul campo e non solo certificato sulla carta.
Infine, e non per ultimo, occorre urgentemente la creazione di una vera tecnostruttura pubblica, così come hanno fatto molte altre Regioni. Un soggetto forte che veda l’inserimento diretto degli attuali tecnici e operatori che lavorano sul campo da anni, finalmente sollevati da intollerabili precarietà contrattuali, di inquadramento e di ruolo, sotto la guida di un management colto, autonomo e competente.
Il sistema informatico regionale nacque negli anni Novanta. Da lì vennero i primi servizi telematici, il progetto “un computer in ogni casa” e le prime infrastrutture. Poi sono arrivati i continui cambi di appalto, i subappalti a cascata, i lunghi e costosi contenziosi amministrativi che hanno polverizzato risorse ed esperienze.
Il futuro incalza e reclama servizi efficienti, lavoro qualificato e non precario, con una direzione che non sia affidata al caso o alla solita spartizione occasionale per sistemare il fedele di turno. Finché la gestione della cosa pubblica tratterà le infrastrutture strategiche come appendici invisibili da ignorare fino al guasto, continueremo a pagare consulenze e proroghe d’oro per ritrovarci con i servizi essenziali spenti dal caldo. La sicurezza tecnologica, intesa come priorità strategica e diritto di cittadinanza, rientra prepotentemente in questo percorso.
Cseres
Pietro Simonetti
