Matera- Osaka andata e ritorno. E’ stato il viaggio di molte imprese lucane che hanno animato lo stand Basilicata al padiglione dell’Expo Osaka (Giappone) 2025, l’esposizione universale in cui ogni Paese ha potuto presentare il mondo delle imprese, dell’artigianato e della tecnologia al mercato nipponico.
E’ stato così anche per Damiana Spoto, dinamica imprenditrice di origini siciliane trapiantata a Matera dove vive e lavora nel suo colorato spazio creativo (lequadre.com), nella centralissima Piazza Sedile.
Damiana, unica artista materana a partecipare in presenza al progetto della Regione, nella vetrina giapponese ha esposto i suoi pregiati tessuti frutto del progetto “I boschi lucani in fibra di latte” che raccontano il territorio attraverso stampe artistiche e visioni simboliche.
L’avevamo incontrata qualche giorno prima della partenza euforica e indaffarata a preparare il materiale.
“E’ un viaggio che intraprendo a cuore scalzo, ci aveva detto. Non ho idea di quanto e se la mia creatività mediterranea possa piacere agli orientali, ma è un’opportunità che voglio cogliere al volo ponendomi in una posizione di osservatrice curiosa delle cose belle del mondo”. E così è stato. Ma non solo. Al suo ritorno la rincontriamo nel suo laboratorio di Piazza Sedile mentre crea con gli acquerelli, nuove combinazioni cromatiche che, pennellata dopo pennellata, raccontano una nuova storia. Lei ha trasformato un viaggio in esperienza, un’esperienza in nuove visioni e nuove visioni in interessanti progetti che costruiranno concretamente quel famoso ponte che accorcia le distanze e genera nuovi mercati.
Quali sono stati gli elementi essenziali del tuo lavoro che hai portato in Giappone e perché?
Ho portato i miei amati boschi lucani, essenza di questa terra che qualche anno fa mi ha accolta. La Lucania dal nome arcaico “lucus” bosco sacro e terra di luce. In particolar modo, questo mio studio paesaggistico del bosco è iniziato a partire dalla pandemia, quando si poteva fare poco e fortunatamente in quel poco mi incamminavo insieme alle guide del CAI, in zone limitrofe della zona del potentino, dove vivevo, per addentrarmi appunto in queste selve meravigliose. E lì si iniziava veramente a respirare. Lì capivo dopo mesi di chiusura, se non anni, l’importanza della natura che rigenera. L’energia stessa che riesce a sprigionare un ecosistema felice, che è quello della natura con i suoi colori magnificenti.

Ma anche la tua terra d’origine è una terra di tanti colori che troviamo nelle tue creazioni.
Sono nata e cresciuta in Sicilia, ai piedi del vulcano dell’Etna. Lì abbiamo una luce particolare, il nostro sole ha un battito quasi africano. La mia è una terra dove anche il colore del mare è di un blu diverso è un blu ancora più blu. I suoi abissi difficilmente li dimentichi per anni ammirati durante le lunghe estati della mia infanzia a Favignana, mentre sognavi la battaglia che si consumava tra romani e cartaginesi durante la guerra Punica. In Sicilia, il cielo stesso è di un azzurro ancora più luminoso. E’ la terra dell’ “EXTRA”, dove anche gli stessi dolci sono più zuccherati del normale. Ossia, ecco, amiamo essere tanto. È chiaro che porto con me questo vedere, sentire, vibrare con i colori in una maniera più ricca, più rigogliosa. Quindi dovunque vada porto con me il saper osservare i colori, quelli del Mediterraneo, intensi, vibranti, che sono stati l’inizio del mio lavoro che ha poi sposato i colori più chiari, quieti e polverosi di Matera. Per questo all’Expo ho scelto di portare ciò che rappresentava la punta di diamante delle mie collezioni perché l’expo è la vetrina dell’ optimum. Quindi ho portato la pelle d’arancia, che riguarda ancora le mie origini siciliane perché viene proprio da Paternò, dagli scarti delle arance di Paternò, la pelle di cactus, la fibra di latte e la seta, come base per i boschi lucani sovrastati dal blu del cielo della Basilicata quindi l’insieme dell’alto e del basso, cioè degli alberi e delle loro radici che regalano sempre un linguaggio sottile, universale oserei aggiungere.
In che modo l’expo giapponese ha influenzato la tua visione del design e della sostenibilità?
Sicuramente ero “tutta occhi, tutta orecchie”, perché non ero mai stata nella terra del Sol Levante anche se lo avevo tanto studiato nei libri di storia dell’arte, di storia della moda, ma chiaramente esserci e vedere e interagire comunque con i tantissimi passanti, 12.000 giapponesi che ogni giorno facevano visita al Padiglione Italia è stato aggiungere un tassello alla mia capacità conoscitiva. E quindi nella mia valigia ho portato la curiosità, l’attenzione con la quale mi soffermo nei singoli dettagli, forse anche lo sguardo di un bambino, e quello profondo di un visitatore. Sì, direi proprio l’attenzione che mi contraddistingue quando mi soffermo su quei “piccoli niente”, direbbero i francesi, che però rendono speciali i momenti della mia vita, perché questo fa parte della mia attitudine. Quindi ho portato anche il saperci stare, il saper stare nelle cose in quel momento. Ho portato il mio garbo, l’umiltà di quando si interagisce tra esseri umani. Quindi la mia semplicità, il mio essere semplicemente e autenticamente ciò che sono. Non molto di più e non molto di meno.

E che cosa hai imparato?
Ho imparato, o meglio ho avuto la riconferma, che essere se stessi è un grandissimo dono. E’ sempre l’apripista per avere rapporti sinceri, qualunque sia la provenienza, qualunque sia la cultura, qualunque sia l’attitudine dei popoli. Perché appunto l’incontro, la capacità di incontrarsi con l’altro, entrare sempre in punta di piedi nel mondo dell’altro, fa nascere scintille di piccole relazioni. In questo caso, lo scambio dei carteggi, che sia un email, che sia un whatsapp, che sia un messaggio sui canali social con dei visitatori della mostra, con i quali siamo molto brevemente entrati appunto in contatto. Questo per me è bagaglio, questo per me è arricchimento ed espansione personale. Porto anche con me, da un punto di vista creativo e artistico, quindi non solo personale, anche se le due cose vanno di pari passo, la commovente bellezza della mostra sui kimono del 1600, che ho potuto visitare a Kyoto. Lì ho compreso meglio ulteriori aspetti della cultura nipponica e, osservando questi metri di seta dipinti a mano, ricamati da mani di fate, ho parzialmente compreso cosa significhi vivere una cultura talmente diversa dalla nostra. Faccio un esempio, tra le grandi rivoluzioni artistiche abbiamo avuto il periodo impressionista, dove ci si doveva rifare ai colori della natura, al fine di recuperare l’azzurro delle ombre poiché il nero in natura non esisteva. Abbiamo avuto altre avanguardie artistiche, l’espressionismo antinaturalistico ove l’occhio si rivolge al sé interiore, traducendo i propri conflitti interiori, i turbamenti dell’animo umano, attraverso turbinii cromatici, pennellate robuste, deformanti dai tratti grossolani: i colori aggressivi, violenti, che portavano con sé un moto di ribellione, di contrasto, perché comunque per noi in Europa, o comunque in Occidente, è sempre stato molto importante l’atto del “tirare fuori” far emergere i fremito che ci agita dentro.. Ecco perché trattasi di colori molto vivi, sanguigni, forti, perché sono tante le emozioni che ci agitano, sospese.
In Oriente è ben diverso, e l’ho capito meditandoci sù, a distanza di giorni dalla visita di questa mostra meravigliosa dei kimono, perché loro riescono a bilanciare i contrasti cromatici, riescono a “mettere insieme”, a tenere insieme, in relazione pacifica anche gli opposti facendo coesistere più valori cromatici. Una capacità che viene dalla loro disciplina, dal loro rituale zen, che li obbliga a far coesistere dentro di loro il bianco con il nero, quindi in quei teli sublimi, in quel kimono di 4 metri dipinto a mano, appunto coesisteva nello stesso spazio un insieme di colori veramente improbabili da far dialogare insieme, però lì, l’opera tessile risultava essere perfetta, compiuta: i giapponesi sanno gestire le ombre e le luci simultaneamente, una volta che le hanno introiettate, metabolizzandole in un’armonia assoluta. La loro maestria ti restituisce un mistero già risolto, con estrema grazia e controllo attraverso la millenaria disciplina, noi il conflitto lo “ tiriamo fuori” dalle viscere, con magnificenza. Loro te lo consegnano già risolto, ma liricamente risolto -e risolto per sempre.

Quali colori ad esempio?
Immagina un verde pino, profondo e saturo, rilevante per la cultura zen, coesisteva, riviveva insieme a degli albicocca glacé, degli aranci e dei malva antichi raffinatissimi.
Ripenso a quei lilla, a delle sfumature del rosa, del fiore del pruno meravigliosi. Tutto questo ha scatenato in me grande entusiasmo. Quasi mi animasse. Mi veniva da piangere tanto mi sono sentita scossa di fronte a quei secoli di storia, bellezza, disciplina, perché non avevo mai assistito a tutto ciò, non ero mai stata di fronte a questa lezione di vita, di equilibrio e gestione delle forze cromatiche in un unico spazio di 4 metri , 4 metri di seta senza lotta, alcun contrasto solo perfetto bilanciamento e PACE diffusa. Se pensiamo quindi, che “tu fai ciò che sei”, loro sono esattamente questo: bilanciamento di ombre e luci, di forze interiori. Questo concetto è la base di tutto. Riuscire a mettere in equilibrio il colore diventa una metafora di vita, non è una utopia. E’ la via per la crescita e l’evoluzione personale.
Come si traduce questa idea di contaminazione?
Sicuramente con un nuovo approccio, una nuova attitudine alla riflessione. Riflettere su ciò che per noi è nero, mentre per loro è bianco, sul senso del rispetto che in realtà noi l’abbiamo un po’ offuscato e che forse dovremmo lucidare. In Giappone ho avuto chiaro e lampante cosa fosse la condizione del rispetto verso l’ambiente e più in generale del rispetto dell’altro. Quando parli non interrompono mai, aspettano sempre che sia tu a finire, ti guardano negli occhi, sono molto diretti e concreti, ti dicono sempre quello che pensano anche quando devono dire una cosa scomoda trovano sempre il modo migliore per farlo con schiettezza e dignità.
La parola per loro è come se avesse un peso non è detta perché lo richiede la situazione. Ho trovato persone molto franche, assolutamente diretti e molto molto garbate. Meno apparenza e più sostanza.
Nel tuo atelier-studio, in questo bellissimo spazio creativo ed espositivo hai spesso clienti orientali. Hai mai pensato di confezionare un articolo dedicato solo a loro, oppure se dopo l’Expo hai pensato di farne uno?
Sì, ci sto lavorando perché il mio obiettivo è quello di creare un ponte con Kyoto, per via di questi nuovi contatti che sto coltivando fine di acquisire maggiori conoscenze sulla loro arte, per apprendere lezioni di stile, di colore, di forme tipicamente nipponiche. Sto approfondendo con dei libri che ho acquistato, sto studiando molto perché l’obiettivo è quello di creare una commistione con i colori miei mediterranei, quelli polverosi e più caldi da quando vivo a Matera e quelli nipponici. Sto studiando non tanto per lavorare sulle contaminazioni ma per raggiungere quell’aspetto prospettico evolutivo più inglobante legato alla coesistenza perché l’obiettivo è quello sia di creare qualcosa per il mio spazio materano ma soprattutto quello di ritornare a Kyoto per una mostra. Ci sto lavorando.
In conclusione se dovessi riassumere in una parola questo tuo viaggio e soprattutto l’impatto sulla tua estetica che parola sceglieresti.
Sceglierei l’aggettivo evolutivo. Sì, questo viaggio è stato molto evolutivo ma è stato anche una scossa. L’obiettivo è di alimentare questo seme, coltivarlo perché crescano nuovi boschi, nuovi ciliegi, nuovi innesti.
Info:
Damiana Salvatrice Spoto si forma tra Roma, Firenze e Parigi nell’ambito della moda e dello studio delle macro-tendenze, con onore.
Dopo aver disegnato collezioni per John Richmond, Gucci, Pianura Studio e Alysi, nel 2015 fonda in Basilicata il marchio Le4uadre, con il preciso intento di generare bellezza attraverso l’uso consapevole di forme, colori e simboli.
Le sue creazioni, come borse e foulard in fibre naturali, sono vere e proprie opere visive, ispirate ai “boschi lucani” all’arte rupestre e alla cultura del Mediterraneo interno. Le4uadre non sono solo oggetti, ma viaggi vertiginosi dentro il colore: visioni di alberi, fondali marini, progressioni geometriche che si fondono e si scontrano. È nelle sfumature dei boschi lucani, nell’intensità della luce e nella sincerità dei rapporti umani che la stilista trova ispirazione per descrivere l’affascinante complessità del mondo femminile.
Nel 2024 è docente in Storia della Moda presso l’ Accademia Costume & Moda di Roma. Nello stesso anno progetta “Ammiska”, una nuova maschera apotropaica contemporanea ispirata al Carnevale di Teana, come atto di salvaguardia e reinvenzione culturale.
Nel 2025 è selezionata per rappresentare la Basilicata all’Expo Universale di Osaka, dove espone presso il Padiglione Italia con il progetto “I boschi lucani in fibra di latte” raccontando la sua terra attraverso stampe artistiche e visioni simboliche.
Da undici anni insegna anche ai master presso la Modateca Deanna di Reggio Emilia, contribuendo alla formazione di nuove generazioni di designer.
Ad ogni suggestione corrisponde un colore, una forma. A noi farle risuonare dentro.

Giornalista freelance . Tra le collaborazioni, Il Quotidiano della Basilicata, Avvenire, Il Fenotipo (periodico dell’Avis Basilicata), Fermenti (periodico Diocesi di Tricarico), Infooggi.