Siamo il Paese in cui “la famiglia” è la parola di cui ci si riempie la bocca un giorno si ed un’altro pure da parte della Chiesa, del mondo politico e associazioni varie che si dicono “in sua difesa” ad oltranza.

Sta di fatto che dopo decenni di governi prima a guida della cattolicissima DC e poi di varianti varie, ma tutte che giuravano di avere al centro della propria preoccupazione la “famiglia”, ci si ritrova con un welfare che la riguarda ridotto ai minimi termini e assolutamente inadeguato alle esigenza di una società che cambia (con nonni che magari non possono aiutare, ritmi di vita diversi e soprattutto questo clima di profonda incertezza sul futuro).

Insomma, una enorme contraddizione tra il dire e il fare che si è tradotta nella drammatica situazione attuale in cui si registra una conclamata acuita minore propensione a mettere al mondo figli e, per contro,  la odiosa costrizione alla scelta tra il lavoro e la cura dei propri bimbi.

E’infatti l’ISTAT, nel suo report del 25 novembre scorso, a dirci che: “Continuano a diminuire i nati: nel 2018 sono stati iscritti in anagrafe 439.747 bambini, oltre 18 mila in meno rispetto all’anno precedente e quasi 140 mila in meno nel confronto con il 2008.”

Con la specificazione che : “Il persistente calo della natalità si ripercuote soprattutto sui primi figli che si riducono a 204.883, 79 mila in meno rispetto al 2008.” E che:Il numero medio di figli per donna scende ancora attestandosi a 1,29; nel 2010, anno di massimo relativo della fecondità, era 1,46. L’età media arriva a 32 anni, quella alla nascita del primo figlio raggiunge i 31,2 anni nel 2018, quasi un anno in più rispetto al 2010.

Così come è un’analisi dell’Unione europea delle cooperative (Uecoop) su dati dell’Ispettorato del lavoro a dirci che in Italia conciliare figli e lavoro è difficilissimo al punto che “un genitore su tre (36%) si licenzia dal posto di lavoro per incompatibilità fra i propri impegni di lavoro e le esigenze dei figli“. Che ci sono stati “oltre 49mila papà e mamme che nel 2018 hanno deciso di dare le dimissioni per l’assenza di parenti di supporto (27%), un 7% per i costi di assistenza al neonato fra asilo nido e baby sitter  e il 2% per il mancato accoglimento dei figli al nido“.

Una carenza strutturale colmato solo in parte dall’intervento dei privati, spesso grazie ad accordi aziendali nei quali (secondo un’analisi di Uecoop su dati Assolombarda) “ai primi 4 posti dei servizi più richiesti ci sono proprio quelli che riguardano la scuola e l’istruzione dei figli (79%), la salute (78%), l’assistenza (78%) e la previdenza (77%)” .

E’ persino banale rilevare come una politica seria dovrebbe avere l’occhio fisso all’andamento demografico e legare tutta la propria programmazione per ampliare i servizi alla persona ed in particolar modo a quelli legati all’infanzia (negli asili nido italiani c’è posto solo per 1 bambino su 4), per il loro ruolo strategico nell’assicurare una conciliazione tra attività professionale e vita familiare.

Senza sottovalutare l’esigenza di riportare al centro delle politiche la persona (uscendo fuori dalla subordinazione culturale della politica e dei governi alla religione del “dio profitto”) con l’obiettivo principale del miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini, con il superamento della attuale precarizzazione selvaggia del lavoro e la conseguente restituzione di un orizzonte sereno per programmare la propria vita, mettere su una famiglia, mettere al mondo dei figli.

Ma a chi interessa per davvero tutto ciò? Quando si parla ad esempio di MES, di bilancio dello Stato  e quant’altro riguardi vincoli e direzioni da prendere per il futuro, si pensa a queste cose concrete e centrali per l’esistenza stessa di un Paese?