Per tempo, l’aria fresca del mattino, mi sono arrampicato su per la stradella che porta a Murgia Timone. Nelle narici l’odore prevalente dell’ultimo timo ancora in fiore, negli occhi la luce incomparabile dei nostri cieli.
Il modo migliore per cogliere il paesaggio è sedervisi dinanzi facendo altro: leggere, immergersi nei pensieri, fantasticare. Insomma distrarsi. Poi alzare gli occhi e guardarlo all’improvviso, così da cogliere la natura alla sprovvista, «vederla prima che abbia modo di cambiare aspetto». Solo così si riesce a comprendere quello che gli alberi, gli arbusti, la gariga, bisbigliano tra loro e a intravedere senza veli il paesaggio stesso: il suo mistero che appare e subito scompare.

Ero salito, ancora una volta, per verificare lo ‘stato dei lavori’ dei cantieri ritagliati in tanti francobolli attorno alle cosiddette ‘chiese’ del posto: San Falcione, Madonna della Croce, Madonna delle Tre porte; al Villaggio trincerato. Spingendomi fino a quei siti del Parco anch’essi soggetti a prossimi lavori di riqualificazione.

Per la prima volta in vita mia non ho più sentito mio quell’ambiente!

Il paesaggio non è infatti «solo quella porzione di natura che si mostra ai nostri occhi», quanto piuttosto un luogo invisibile in cui il mondo interno e il mondo esterno, natura e psiche, s’incontrano e si confondono, «inaugurando nuovi confini». Lingiardi nelle ultime pagine di Mindscapes, da cui sono tratte queste parole, scrive: «Il paesaggio è la nostra psiche nel mondo». Bene!, come faccio a raccogliermi nell’intimità del mio paesaggio, della mia terra d’origine – mi son detto -, se sta diventando un altro paesaggio; di quelli incontrati sovente nei percorsi degli ultimi trent’anni di vita, standardizzato dalla prevalenza degli interessi turisticizzanti di massa; e per quanto ci riguarda da vicino, dall’arroganza di una cultura notabiliare che, mascherata da elitarismo provinciale, ritiene arrogantemente ‘colta’ l’esperienza che connota il nostro tempo, quella dello spaesamento, vale a dire smarrimento, perdita di contatto con il paesaggio interiore ed esteriore? Ora, si fa strada in me la medesima impressione che provo dinanzi a un’Italia che crolla.

C’è una crescente disattenzione per l’interesse collettivo e la manutenzione del suolo e del paesaggio. Oggi non si aiuta più il territorio a resistere alle avversità climatiche. E questo diventa anche un preoccupante problema democratico, come testimonia la protervia di alcuni poteri centrali o locali quando, spinti da interessi particolari o “superiori”, rifiutano di dare la parola alle popolazioni interessate su progetti di opere che stravolgono i luoghi.
Ben altra cosa rispetto al pensiero generativo di Pontalis, secondo il quale, per avere qualche speranza di essere davvero noi stessi, dobbiamo avere molti luoghi dentro di noi e che siamo legati, per vari e complessi motivi, ai luoghi stessi: per amore, per rancore, per nostalgia, per malinconia. I luoghi sono al plurale, quasi mai al singolare. Noi siamo plurali, e per questo abbiamo bisogno di molti luoghi. E’ finita l’epoca monoteistica dell’unico luogo. Abbiamo tante patrie, reali, ideali o immaginarie, tanti paesaggi interiori da coltivare per sopravvivere, per mantenerci in equilibrio, per sognare e immaginare al di là di noi stessi. Proprio per questo, dunque, non possiamo omologare anche il nostro luogo d’origine, il paesaggio della memoria alla monocultura del turismo di massa, allo snaturamento dei luoghi solo per far cassa subito – e poi, chi vivrà vedrà!

I luoghi sono come le persone. Bisogna volergli bene, rispettarli e curarli quando occorre.

Ma dobbiamo dircelo con crudele chiarezza: vi sono evidenti responsabilità delle istituzioni e dei progettisti; ma anche dei cittadini, che hanno perso il gusto della cura di ciò che hanno intorno, abbagliati da uno stile di vita individualista e consumistico. Di conseguenza occorrerebbe rafforzare le politiche pubbliche di governo del territorio, destinarvi più risorse e chiamare anche i privati ad una maggiore cooperazione nella difesa del suolo e del paesaggio, educando alla cura e alla solidarietà, ad una visione collettiva e pubblica del patrimonio territoriale, verso una ritrovata coscienza dei luoghi. La cura del territorio, con la manutenzione di quello che già c’è, è la vera grande opera di cui avrebbe bisogno l’Italia. Forse, però, è proprio per evitare questo che si cancella la partecipazione!

E invece, anche noi, qui nelle nostre terre – e dobbiamo dircelo, non da ora: per esser precisi, da quando siamo usciti dal cono d’ombra dell’abbandono storico – abbiamo dismesso sobrietà, cura, autonomia; sia pure necessitate e spesso miserabili.

Oggi, concorriamo anche noi, appassionatamente, all’affermarsi di un’economia basata sulle catastrofi, sulle devastazioni del paesaggio, sull’inquinamento, sul cinismo e sul senso degli affari di costruttori, cementificatori, imprenditori, cricche.

In fondo, scene irrisorie da un incompreso Apocalisse, son anche quelle che si ripetono in questi giorni/settimane su, a Murgia Timone; e che dopo le ferie si moltiplicheranno in decine di altri cantieri ‘francobollo’ sparsi in tutto il Parco.

Un sindaco infoiato nel proprio patologico narcisismo degenerativo (lo dico con la franchezza che si deve ad un amico!), non contraddetto da una genia prenditora istituzionale e mattonara e barbara e silente e connivente perché si sente nobilitata dall’ombra del suo Notabile, trova ‘naturale’ che si manometta un’area che fu vincolata a parco proprio perché custodisce – anzitutto – le tracce degli insediamenti neolitici materani.

Com’è ormai consuetudine, le associazioni ambientaliste, Italia Nostra, FAI, i movimenti civici, sono venuti a conoscenza degli interventi – alcuni, vere e proprie manomissioni di luoghi ricchi di testimonianze -, a cose fatte: praticamente, nell’imminenza dell’apertura dei cantieri! Tutto impacchettato e giustificato inter nos! Inattaccabile sul piano formale, soprattutto perché abbondantemente scaduti i termini per qualsiasi opposizione.

Possibile che la Città sia ‘cosa loro’? Che debba esser tenuta all’oscuro, e soprattutto resa estranea ai fatti di gestione della cosa pubblica, del bene comune? “Questa volta non riuscirete ad ottenere un bel niente!”, è stato lo sguaiato grido di vittoria di un Dirigente municipale coinvolto nell’impresa.

Non m’intendo di codicilli che potrebbero far pencolare i cantieri e preoccupare i manutengoli. So che i tecnici, abnegati volontari, messi in campo dai movimenti incontrano grandi difficoltà. Ma una cosa non riesco proprio a mandarla giù: com’è possibile che un’area con evidenti tracce storiche preziosissime, possa esser manomessa senza prima accertarne scientificamente la consistenza, il loro valore per la memoria futura; anzi, compromettendone, a causa dei lavori progettati – definitivamente – ogni possibilità? Poi, a danno fatto, verranno retoriche profezie, rituali sterili, commemorazioni poco convinte.

Ci sarebbe stato bisogno, da parte pubblica, di memoria del passato, di attenzione alla storia e ai segni dei luoghi, di capacità di ascolto, di opere di prevenzione, cura, messa in sicurezza rispettosa dei luoghi. Invece, il ‘presentismo’ reclama targhe ricordo, miti narcisistici; prefigura requisizione di beni comuni a vantaggio di Fondazioni Ad perpetuam ‘ei’ memoriam!

Come scrive Codice 21 nella peraltro interessantissima memoria (tradita proprio dal sindaco De Ruggieri), pubblicata sul sito omonimo, si sta realizzando il “Parco della storia di un uomo”, non dell’uomo!

Io, a questo punto e per necessità logiche, mi sono costruito una teoria su questo accidenti (e su quelli che stanno per irrompere sulla scena materana): tutt’uno per trovare risorse finanziarie, scongiurare resistenze intestine al ménage amministrativo ‘milazziano’, disarmare opinione pubblica e movimenti ecosociali, allineare finalmente la città agli standard turistici (non certo quelli di qualità) e nascore ancora per un po’ la crisi socioeconomica quasi irreversibile del suo territorio, Sindaco, Maggioranza, Maggiorenti (tra cui annoverare ormai anche Invitalia) – con la solerte mediazione dell’Assessore alla cultura presso il Ministro competente, di cui sembra ancora stretto collaboratore e presso le silenti sottordinate Sovrintendenze – in zona Cesarini, hanno imposto il ‘paccotto’: qualcosa si farà, finalmente. Aspettando l’approvazione dell’elettorato nel prossimo settembre!

Hanno iniziato con la Vela della ancora desertissima stazione FAL; ci si intestardirà – sempre nascosti dietro l’archistar – con il Parco che circonda la Stazione. Ora, la manomissione della Murgia. E l’elenco non è finito….

Opere e lavori pensati (sich!) quando i segnali dell’Apocalisse erano difficili da scorgere; preferendo gli occhiuti portafogli orientati all’affare e alla rendita; o il paternalismo culturale propenso al buonsenso comune piccoloborghese.

Ma, l’inevitabile errore di De Ruggieri e delle istituzioni della società e della politica locale coinvolte, è stato, soprattutto, quello di non aver saputo vedere i segnali dell’Apocalisse che s’annunciava e che, da ultimo in ordine di tempo, ha indossato l’abito della pandemia (e magari neppure l’ultima).

In questo nostro tempo pandemico, su questa specie di complicato crinale della storia, tra passato e tradizione, modernità e futuro, si può prevedere anche ciò che sembra imprevedibile? Il Sapiens ha abituato la storia a scarti inattesi, con la sua capacità di pensare l’impensabile, di costruire miti inossidabili, fondere sacralità e religione; immaginare Apocalissi.

In pochi mesi, è maturata la consapevolezza del superamento conclamato di un lungo periodo di illusioni e di presunte onnipotenze; è crollata l’illusione diffusa che il benessere ci avesse emancipati dal rischio di guerre, pestilenze e fame.

Insomma, le rovine, le calamità, le catastrofi non costituiscono una sorpresa, un incidente, ma vengono preannunciate, attese, temute, minacciate, fanno parte integrante di quello che la tradizione occidentale pensa di se stessa” scrive Teti.

E dire che il senso di queste considerazioni in tanti l’abbiamo suggerito per tempo a De Ruggieri, nello scorso autunno; e poi all’inizio del lockdown: ma, il nostro Municipio – non ha voluto, non ha compreso, non ha saputo convertire i propri risparmi, le risorse a disposizione – comprese quelle destinate alla manomissione della Murgia, ecc. – per priorità diverse da quelle decise precedentemente: che salvaguardassero la scuola, l’assistenza sociale, la capacitazione dei suoi cittadini in estrema difficoltà.

Se una qualche possibilità di previsione esiste, non bisogna forse guardare al futuro ma piuttosto al passato, alla storia, alle memorie scritte e orali, al paesaggio. Da interrogare, interpretare, pur “senza inautentiche nostalgie“. Persone come De Ruggieri, i sopravvissuti del bel tempo andato, non vogliono capire!

Io temo che tutto questo affaccendarsi attorno a una vecchia idea di sopravvivenza della Città, dei suoi luoghi – la città dell’immagine culturale e del turismo senza regole – sia controproducente. Anche per questo, mi pare ancora possibile ripensare in radice il Piano triennale comunale privo di alcuna vera strategia, pervicacemente ‘gestito’ in regime di prorogatio. Mi pare possibile – tra l’altro – riorientare il progetto di riqualificazione nel Parco, suggerendo ai Sovrintendenti un loro sacrosanto dovere-diritto: non si muove pietra se prima non è stata condotta la ricerca scientifica, archeologica sul sito interessato. Naturalmente, a spese dell’impresa che effettua i lavori!