mercoledì, 28 Settembre , 2022
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BREVE STORIA TRISTE DEL PARCO DELLA MURGIA MATERANA

Un articolo di Vanni Saponaro

Il sistema turistico materano e il parco della murgia materana

Per anni i numeri del turismo a Matera sono cresciuti in maniera progressiva, nel generale disinteresse delle istituzioni, fino a raggiungere numeri consistenti che sono apparsi alla popolazione enormi, ma che in realtà non lo sono se raffrontati con altre realtà turistiche italiane minori. Giusto per fare un esempio, il museo dell’auto a Torino conta circa 700.000 visitatori annui, più o meno come i visitatori di Matera nel suo boom legato a ECOC 2019. Parliamo comunque di numeri incerti perché nel frattempo non si è stati in grado di creare un sistema certo di conteggio dei visitatori; comunque 700k è un numero sovrastimato rispetto a quelli ufficiali medi che si attesterebbero a circa 500k.

Di questo “sistema” turistico materano fa parte anche il parco Murgia, un parco istituito con tutti i crismi da persone che sapevano cosa stava facendo; che poi sono state messe da parte per fare largo alla mala gestione politica materana, che oltre a non portare a termine il meritorio lavoro dei fondatori, ha utilizzato il parco per i fini tipici dell’attuale politica, con cui oramai siamo abituati incredibilmente a convivere.

 

Nel frattempo una parte del parco, quella prospiciente i Sassi di Matera, è rientrata in quello che viene chiamato Sito Unesco (32 ettari su circa 90k), traguardo che ha ulteriormente incrementato il numero dei visitatori ma che non ha prodotto, come è già successo per il parco, gli strumenti regolatori previsti. A oggi il Comune di Matera non ha redatto ancora il piano di gestione a trent’anni dalla istituzione del sito Unesco, con il risultato che al suo interno ognuno fa quello che gli pare, compreso scavare nuove grotte e passaggi sotterranei per affacci mai esistiti.

 

In questo ultimo lustro di turismo non gestito, o meglio gestito da privati o a fini politici, la gestione è finita di fatto nelle mani di operatori privati che hanno creato un loro sistema secondo quelle che erano le loro aspettative e il loro tornaconto, non dovendo tener conto né di norme di tutela, perché inesistenti, disattese o inapplicate.

Così tour operator locali, nazionali e internazionali, guide turistiche e chi più ne ha più ne metta, hanno riversato in decenni milioni di persone nell’area del sito Unesco del parco, distruggendo la caratteristica superficie rocciosa che costituiva parte integrante del suo patrimonio. Da parte sua l’Ente Parco non ha messo in campo un centesimo per la salvaguardia del patrimonio, riversando gran parte delle risorse acquisite in attività ludico creative che poco hanno a che fare con un parco naturale, storico e archeologico.

Si arriva oggi all’assurdo di ritrovarsi una manifestazione di protesta degli operatori turistici, contrari alla regolamentazione degli accessi a motore nel parco. Il motivo è semplice, uno dei must del sistema turistico da loro creato prevede di scarrozzare i turisti a farsi i selfie al tramonto sul belvedere di Murgia Timone, con pullman, moto-carrozzelle e mini van neri per finti vip, con tanto di vetri oscurati, naturalmente tutti a motore endotermico.

Nel frattempo il circuito cittadino delle chiese rupestri, cioè quelle del Comune che ricadono all’interno dei Sassi è sostanzialmente abbandonato da un decennio e reso inaccessibile, quindi non visitabile. Oggi le poche chiese aperte nei Sassi sono gestite dalla diocesi.

A questo quadro parziale ma già abbondantemente desolante e disorganizzato, si devono aggiungere le iniziative dell’Ente Parco che negli anni, va detto, è riuscito a frenare alcuni appetiti speculativi che si sono affacciati all’orizzonte, ma che nel frattempo ha prodotto una serie di iniziative di dubbia pertinenza ed efficacia se non proprio disastrose.

Una di queste è stata la realizzazione di un ponte tibetano, anche qui in spregio alle regole di buon senso, per permettere di guadare il torrente Gravina e salire a piedi sul prospicente altopiano di Murgia Timone. L’idea del ponte per quanto discutibile nei modi con cui è stata realizzata, di per sè non è necessariamente una cattiva idea. Un ponte come è facile immaginare permette un passaggio, la costruzione di un ponte crea sempre nuovi sviluppi e nuovi scenari, questo l’uomo lo sa dalla notte dei tempi, ma al parco evidentemente non ci hanno pensato. Poteva essere una risposta all’ invasione dei mezzi a motore del belvedere, se solo la cosa fosse stata gestita in modo normale, cosa che non è stata fatta né dall’Ente Parco né dal Comune.

Si sono invece, come era facile immaginare, generati ulteriori problemi. Il primo è stato creato ad arte da un sedicente ambientalista/disaster manager (da me ribattezzato disaster maker). Questo, prendendo a pretesto la caduta di un concio di tufo dal muretto di contenimento della scala che porta al guado, per ricicciare la sua balzana idea di occuparsi di disgaggio massi lungo tutte le gravine di Matera, ha piantato un enorme casino, senza considerarne naturalmente le conseguenze, pur essendo messo in guardia. Grazie all’intervento di questo genio dell’ambientalismo nostrano, oggi ci ritroviamo delle reti metalliche di contenimento lungo la strada che porta al guado, uguali a quelle che potete ammirare agli svincoli autostradali! All’interno di un parco, in cui la roccia e le pareti del canyon sono considerate il bene più prezioso da preservare, secondo il piano stesso del Parco.

Come ulteriore conseguenza, anch’essa abbondantemente prevedibile, il ponte ha provocato incidenti cui hanno dovuto far fronte i pompieri con l’elicottero. Il guado infatti si trova circa 80 metri più in basso rispetto all’ingresso che si apre su via Madonna delle Virtù, e non è facile raggiungerlo per via della forte pendenza del versante.

Da quell’accesso, non essendo in nessun modo presidiato, molti dei 500k visitatori che annualmente visitano Matera si sono avventurati per andare a curiosare dall’altra parte. Vi lascio immaginare cosa è successo quando qualcuno ha provato a scendere con scarpe non adatte se non in alcuni casi addirittura con i tacchi. Non ci vuole certo uno scienziato per valutare che il rischio intrinseco legato a qualsiasi escursione naturalistica, aumenta con l’aumentare degli escursionisti, soprattutto se privi delle informazioni e dei requisiti minimi per affrontare una discesa all’interno di una forra, in qualsiasi condizioni metereologica.

Anche qui, in camera caritatis, è intervenuto maldestramente l’Ente Parco che ha provato a gestire l’accesso al ponte con i soliti sistemi “aum aum”, indicando una serie di associazioni come gestori temporanei dell’accesso, senza naturalmente prevedere un bando. Evidentemente accortisi di avere gli occhi puntati addosso hanno desistito, in attesa di tempi migliori che gli consentano – forse – di piazzare qualche loro sodale, in questo che potrebbe essere un altro business non da poco.

La ciliegina sulla torta a questo disastro è stata messa da Matera 2019, che prima ha provato a insidiare il parco con le sue idee circensi, volendo imporre in tutti i modi l’installazione di una rete metallica agganciata con chiodature importanti e non si sa cos’altro, da una parte all’altra del ciglio della gravina, per poter permettere ai turisti di farsi una passeggiata su di essa o addirittura di campeggiarci sopra.

Anche questa idea assurda è stata bloccata grazie alla ferrea resistenza opposta dai soliti appassionati e cultori della Murgia, che però nulla hanno potuto quando è entrato in gioco il  plenipotenziario sindaco del tempo, che ha affidato a Invitalia il compito di distruggere definitivamente Murgia Timone e probabilmente l’ultima parte dei Sassi che era miracolosamente ancora riconoscibile come sito rupestre.

L’intervento del Parco della Storia dell’Uomo e Civiltà Contadina è stato avallato senza colpo ferire anche dall’ente Parco, che non si è nemmeno presentato alla Conferenza di servizi decisoria, avendo addirittura inviato il giorno prima il famoso parere positivo a prescindere. Evidentemente l’Ente non si è neanche reso conto che con il cambio del nome, il nuovo parco lo avrebbe espropriato del bene di cui dovrebbe essere il gestore.

E’ quello che è successo. E i danni che questo scellerato progetto ha prodotto sono sotto gli occhi di tutti e sono pubblicati integralmente sul sito dell’associazione Codice 21. Sono stati anche sviscerati e analizzati da una commissione consiliare ad hoc che ha messo nero su bianco la posizione unanime del Consiglio Comunale di Matera, rispetto ai lavori effettuati a Murgia Timone.

A oggi i luoghi non solo non sono fruibili ma sono parzialmente già da risistemare. Naturalmente manca il piano di gestione e non è stato fatto nessun bando. Sono emersi ieri i problemi su chi deve gestire cosa e come, sempre a opera della politica che inutilmente e inopportunamente occupa gli scranni (alcuni a pagamento) del consiglio direttivo dell’Ente.

La tragedia non finisce qui ma si arricchisce anche di ulteriori elementi di suspense. Attualmente sono ancora in corso di realizzazione i lavori del suddetto progetto Civiltà Contadina, che presto svelerà al mondo i suoi effetti, ma che in sordina ha già prodotto strane manovre al suo interno.

Il progetto di recupero, quello affidato a un raggruppamento di imprese che si occuperanno della parte materiale, dei restauri e di quanto attiene alla sicurezza dei luoghi, doveva essere funzionale a un’idea progettuale e culturale che era parte integrante del progetto che aveva vinto la gara di Invitalia.

L’improbabile progetto redatto dal noto architetto materano d’adozione, Pietro Laureano, a quanto pare è stato messo da parte per un intervento d’imperio, non si sa bene orchestrato da chi.

Secondo quel poco che si è appreso dalla stampa, una commissione composta da un antropologo, dal plenipotenziario Prof. Osanna, dal Prof. Mirizzi e non so da chi altro, ha stabilito l’inadeguatezza di quel progetto di Laureano e di fatto sembra l’abbia cassato.

Prescindendo dal merito, su cui non si può che essere pienamente d’accordo considerata l’assurdità del progetto vincitore, una domanda sorge comunque spontanea: come è potuto succedere che un progetto vincitore di concorso possa essere stato cestinato da un organismo che non si capisce da chi è stato pensato, con quali poteri e perché?

Soprattutto, se si considera che il Sindaco di Matera “in primis” ha sempre sostenuto, durante le proteste sui lavori in corso a Murgia Timone, che il progetto, poiché vincitore di concorso, non era in nessun modo modificabile, nè arrestabile. Cosa è cambiato nel frattempo? Le norme, mi pare, siano sempre le stesse. Il sindaco deve a questo punto spiegare.

In questo quadro fosco, di incapacità gestionale, opacità istituzionale e prevaricazione di ogni regola, il Sindaco di Matera, dimentico delle promesse fatte in campagna elettorale, vorrebbe metterci una pietra sopra, in nome di una esigenza di gestione impellente, ignorando tutto quello che è successo, compreso nel suo consiglio comunale?

Al Sindaco vorrei ricordargli che ci sono altre impellenze che attendono da decenni il suo intervento e che Murgia Timone rappresenta un problema enorme che non può essere derubricato a mero problema gestionale.

Tutto questo è incredibile, a me sembra di vivere un incubo a occhi aperti.

 

 

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