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BAMBINI, VELIERI E BALENE

 

 

E chi non ha almeno un ricordo dei giochi della sua infanzia? Quelli più duraturi, penso, abbiano a che fare con ‘il sostituto d’affetto’, quell’orsacchiotto che ci faceva compagnia nel mistero della notte …; o col pensiero magico: come faceva – mi chiedevo bambino nelle ore imprigionate dei pomeriggi di fuoco – quell’aviatore nel suo aereo di latta a correre sul ciglio del tavolo e catapultarsi nel baratro fino ad ammaccarsi sul pavimento? Quasi sempre, è proprio un bambino a farceli tornare vivi e presenti!

Ieri sera in strada a prendere fresco, lì a pochi passi da casa: il parchetto di Lanera; beh, anche una sorta di sopralluogo sull’andamento del cantiere del ‘parco a tema’ sulla Balena Giuliana e l’acqua. Un parco nel parco; o un parco in sostituzione del precedente con tutta evidenza dedicato ai bambini, ai ragazzi e alle famiglie che lì trovano refrigerio e un minimo spazio protetto pur di uscire dalle quattro mura infuocate delle anguste abitazioni costruite in altra epoca e per altre necessità? Pochi minuti di sosta e sono arrivate l’una dopo l’altra due bambine – padre e madre al seguito; lo sguardo triste e le medesime domande: ma quando riapre, perché l’hanno chiuso? ma ripareranno i nostri giochi? perché il cavalluccio a dondolo l’hanno buttato lì, per terra? Noi vogliamo i nostri giochi, non il veliero!

Ecco, il primo degli errori commesso dai nostri amministratori è quello di non aver compreso il significato, il simbolo incarnato dai bambini in quei giochi – in tutti i giochi. Ci scommetterei: quegli amministratori non hanno mai avuto a che fare coi bambini; oppure, sono dei rozzi – non lo dico ai ruoli che rappresentano, questo no, ma al loro essere genitori …

È dall’inizio di questa vicenda minima che ripeto ossessivamente ai con-quartierini (non mi piace la definizione ‘borgatari’!) di guardarla con gli occhi dei bambini; come avrebbero dovuto anche gli amministratori, se solo consapevoli del valore della partecipazione degli abitanti di un luogo alle scelte e alle decisioni che li riguardano.

Questa ‘vicenda minima’, minima, in effetti, non lo è proprio: è metafora dello stantio che olezza da decenni in Città! Una città che ha perso la capacità e la voglia di pensarsi, di indicare ragionevolmente un futuro; che – dall’esaurirsi della lunga stagione del pensiero collettivo e dell’avvio del recupero prevalentemente abitativo e di qualità dei Sassi – non ha saputo far altro che tornare ad affidarsi alla politica del mattone e delle rendite che produce; o a quella – contigua e ‘ricevuta’- degli scampoli di turismo di massa contrabbandati come ‘turismo culturale’. E il commento che, in fondo, questo è stato il destino della gran parte delle cittadine del Mezzogiorno, non è neppure vero in assoluto: basti guardare a quanto sta accadendo nei centri della corona materana: la Città non ha voluto e saputo neppure mettersi in rete coi territori che la circondano, potendo così esplodere un peso socioeconomico e politico da area vasta! Con fortune ben più solide per giocare la scommessa della solidarietà tra i territori, invece che soccombere al becero gioco della competizione tra territori isolati e perciò perdenti …

L’ultimo, minimo tentativo – per quanto ne so – di rilanciare l’idea di una Comunità che guarda al proprio futuro fu avviato un paio d’anni prima dell’ultima tornata elettorale municipale: laboratori urbani, forum di settore raccoglievano pensieri, istanze, proposte nella città che intendeva progettarsi; nacque in quella temperie – tra i tanti – il laboratorio della “Città dei bambini”. Purtroppo, il sopraggiungere della tornata elettorale municipale ruppe gli argini dell’impegno di lunga lena connaturato allo sforzo di maturazione della consapevolezza partecipativa e attiva che avrebbe potuto ‘incrinare’, l’asfissiante egemonia del clientelismo. Prevalse, ancora una volta, la stupida illusione della scorciatoia elettoralistica e anche quell’ultimo tentativo franò nel pantano dell’opportunismo e delle clientele … Personalmente, ritengo che la via della partecipazion-attiva resti la scommessa vincente per non rassegnarsi alla straordinaria acutizzazione su scala planetaria della concorrenza, perché gli investimenti (e quindi il lavoro) andranno solo laddove c’è maggior attitudine alla corsa, a intensificare la velocità: tutto ciò che non serve (uomini, culture, paesi) viene buttato via, diventa spazzatura. Ogni sguardo veramente autonomo sul nostro tempo deve riuscire ad evadere dall’etnocentrismo della velocità, che pensa il mondo come lo farebbe un tachimetro, e partire dall’inventario delle forme di esperienza che esso mette fuori-legge e getta fuori dai finestrini. La lentezza, con la sua fantasia e i suoi spazi per la meditazione e l’elaborazione è un giudice lucido e durissimo dell’ingordigia e della velocità; ci aiuta a comprendere la terribile limitatezza del nostro mondo, perché è su questo lato che esso compie il gesto in cui più si concentra la sua violenza: scartare, rendere obsoleti e superflui, gettar via. Di qui si deve ripartire perché, prima o poi, e nei modi più impensabili, proprio a questi scarti si rivolgerà il mondo mandato in frantumi dal dispotismo della velocità. Ecco come riacciuffare, con la nostra identità “meridiana”, un’idea di futuro necessario che ci appartiene! Altro che le amenità di una cultura evenemenziale tutta luminarie, castelli di cartone e balene disneylandiane: a quale mortificazione culturale hanno portato gli appetiti di un turismo di massa d’accatto! E nonostante le vistose e prevedibilissime crepe della sua gestione improvvisata e spontaneistica, che annunciano tristi giorni a venire, gli incapaci continuano a pestare acqua nel mortaio …

L’idea della “Città dei bambini” è antica e sempre attuale; la mediammo dal progetto di Francesco Tonucci. Ha un preciso intento politico: il protagonismo infantile nel governo della città. Fare del bambino un parametro di cambiamento implica un ribaltamento di prospettiva per tutti gli attori sociali coinvolti, primi fra tutti i sindaci e gli amministratori locali. E nelle nostre intenzioni diveniva – e può ancora essere – metafora della città che si guarda e si progetta solidaristicamente.

Varie sono le città italiane che in questi trent’anni hanno aderito al progetto costruendo una Rete internazionale. Perché manca la nostra di cittadina in quella rete?

L’associazione del Quartiere Lanera ha tentato tutte le strade – tranne quella giudiziaria –per far comprendere a Sindaco e assessora alla cultura e al turismo che quel luogo compiuto che è il parchetto – nella sua semplicità e umiltà compositiva; nella nitidezza urbanistica che esalta il dialogo tra torre del Quartiere e campanile  della Cattedrale; nell’uso che ne ha addolcito originarie tecnicalità fuori luogo – non doveva essere stravolto  per farne luogo a tema a fruizione cultural-turistica. Perfino quelle famiglie di turisti che hanno voluto sottoscrivere l’appello a spostare quelle installazioni – oltre mille le sottoscrizioni in poche ore (inascoltate!) – hanno sbeffeggiato l’iniziativa municipale: “che c’entra un luogo vissuto dai bambini e dai ragazzi e dalle famiglie con un parco a tema ‘turistico’ come quello dell’acqua e della balena”? “E che c’entra una balena del pleistocene con il ‘veliero’ che ha navigato acque lontane nel XV secolo? “E acqua di plastica, poi!”

Sarebbe bastato leggere i risultati di una ricerca lontana dei ragazzi della media “Festa” (ancora i ragazzi!), per scoprire le congruenza tra la balena e l’acqua nel nostro Quartiere: La collina di Lanera è formata da argille e arenarie che permettono la formazione di falde freatiche. Nei secoli scorsi consentivano la presenza di orti e giardini lungo tutto l’asse sinistro. Sull’asse destro, invece, abbondavano frutteti, cereali, leguminose e vigneti.
L’acqua, presente in grande quantità durante gli anni di abbondanti precipitazioni, oltre a riempire i molteplici pozzi del posto, scendeva a valle riempiendo il “Lago di città” situato tra la chiesa del Purgatorio e quella di Sant’Eligio e riforniva tutte le cisterne situate tra il Palazzo della Provincia e Piazza Vittorio Veneto”.

Perché – in questi tempi di severa crisi climatica – quei soldi e altre  provvidenze specifiche –  non vengono spesi per re-incanalare le acque di falda, e così: mettere in sicurezza idrogeologica il quartiere; incrementare la raccolta e la distribuzione delle acque?

Realizzando – finalmente! – una utile azione culturale che evochi l’identità stessa della Città e le sue relazioni con l’acqua.

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