Caro Assessore putativo (chè, quello effettivo alle attività produttive – di recente nomina – non mi pare si sia impegnato punto, neppure in tema di Innovazione & Ricerca,

t’ho ascoltato in quella confusa iniziativa Quale Industria 4.0 per la Grande Lucania?, organizzata – l’ho scoperto poi – essenzialmente come un primo tentativo per assommare un po’ di sigle politiche, di centro si sarebbe detto ancora un lustro fa, da offrire poi a un più accreditato competitore nella imminente campagna elettorale regionale. Sono rimasto, per capire qualcosa in più della piega che va prendendo la rivoluzione dell’industria anche nelle nostre contrade. L’unico che ne ha parlato, in effetti, sei stato tu.

Tu dici, caro Assessore, che non si sfugge al destino. Sei convinto che la quarta rivoluzione industriale rappresenti la chiave dello sviluppo economico del nostro Paese, storicamente vocato al manifatturiero.

Che anche la Basilicata e la provincia di Matera, pur tra mille difficoltà, dispongono di un tessuto industriale che può giocare un ruolo importante a livello internazionale. Digitalizzando i propri processi produttivi, le nostre imprese potranno ripensare la strategia industriale e le policy di sviluppo in chiave di Industria 4.0.

Che la quarta rivoluzione industriale non si basa più solo sull’elettronica, ma fa leva sull’uso di sistemi totalmente digitalizzati, creando catene interamente interconnesse o interattive; in una parola, nuovi modelli di business.

Che la Regione Basilicata, d’altra parte dimostra di essere al passo coi tempi e con oltre 7 milioni di euro offre alle aziende lucane gli strumenti per diventare più competitive nei mercati internazionali, affiancando al Piano Nazionale Industria 4.0 un bando “di sicuro appeal” – come ha dichiarato l’assessore regionale al ramo.

Sì, lo so. Come tu dici caro Assessore, la quarta rivoluzione industriale è cominciata anche in Italia, con qualche rischio e molte opportunità. Le nuove tecnologie digitali, avranno un impatto profondo nell’ambito di quattro direttrici di sviluppo: la prima riguarda l’utilizzo dei dati, la potenza di calcolo e la connettività. La seconda è quella degli analytics: una volta raccolti i dati, bisogna ricavarne valore. Oggi solo l’1% dei dati raccolti viene utilizzato dalle imprese, che potrebbero invece ottenere vantaggi dalle macchine che perfezionano la loro resa “imparando” dai dati via via raccolti e analizzati.  La terza direttrice di sviluppo è l’interazione tra uomo e macchina. Infine c’è tutto il settore che si occupa del passaggio dal digitale al “reale” e che comprende la manifattura additiva, la stampa 3D, la robotica, le comunicazioni, le interazioni machine-to-machine e le nuove tecnologie per immagazzinare e utilizzare l’energia in modo mirato, razionalizzando i costi e ottimizzando le prestazioni.

Caro Assessore, ti sei fatto coerente interprete in queste contrade delle grandi aspettative tra gli operatori economici,  delle eccitazioni nei Governi e degli affanni di competizione tra i sistemi nazionali che la fase di accelerazione delle tecnologie digitali, ormai pervasive e sorrette da notevoli investimenti nelle infrastrutture, sta creando.

Pur se viene riconosciuto che l’attuale crisi sia generale, a carattere epocale e strutturale e pertanto richieda soluzioni in profonda discontinuità con le ricette che l’hanno provocata, si può verificare come la ricerca del mondo industriale si stia indirizzando prevalentemente fino a concentrarsi sulla pura efficienza e maggior velocità delle connessioni delle elaborazioni e delle esecuzioni materiali, che prescindono dall’utilità sociale dei prodotti. Lasciano inalterata la divisione del lavoro, ne incorporano nel macchinario la residua autonomia, estendono la loro potenza organizzativa all’intero tempo dell’esistenza umana.

Caro Assessore, continua cioè a prevalere in ambito economico e politico la speranza di superare – ostinatamente in un orizzonte rischiarato da una improbabile crescita – il duro avvitamento di una società in cui degrado di natura, limiti alla democrazia, perdita di diritti sono ormai emergenze irrisolvibili, ma, nello stesso tempo, il frutto di scelte maturate nel modo di produzione e di consumo ormai insostenibile per una società che usufruisca del diritto alla pace.

Gli stessi scompensi che hanno accompagnato il recente modello industriale e dei servizi, quello che oggi indichiamo a mo’ di release 3.0 già caratterizzato dall’egemonia persino culturale del privato e dell’impresa, rischiano solo di accentuarsi quando una nuova pretesa di strategia industriale – la 4.0 per semplificare – si autoproclama globale solo perché mette al centro l’impresa come punto di riferimento della mondializzazione e ribadisce obiettivi squisitamente limitati ad un particolare mondo politico ed economico, ma – come dite voi entusiasti – assunti istituzionalmente come: “la finalità è quella di reagire in tempi più brevi alle specifiche del mercato”, “ il risultato dev’essere quello di ridurre l’intervallo di tempo necessario ad un’azienda per soddisfare una richiesta del cliente” e, ancora, “opereremo per creare connessioni tra computer, attuatori e sensori plasmando un mondo dotato di intelligenza propria” o, addirittura, di istruire “un sistema misto cyberfisico dove i macchinari interagiscono direttamente tra di loro e gli operatori economici”.

Caro Assessore, sono scomparsi qui lavoro e natura, per Marx le due uniche fonti della ricchezza. Nel nuovo sistema essi sarebbero surrogati da un’organizzazione della produzione che satura a livelli mai conosciuti il tempo di sfruttamento del lavoro e consuma la natura a velocità relative elevatissime, incompatibili con la rigenerazione e la conservazione di quella che  papa Francesco ha chiamato “casa comune”, solo per essere subordinata al raggiungimento della più alta competitività industriale. Il che – si ammette negli stessi documenti parlamentari – “potrebbe comportare uno stravolgimento sociale”.

Preoccupati dalla distanza ormai abbacinante tra economia reale e finanza, dalla vulnerabilità di quest’ultima e dalla esposizione alla speculazione, i governi nazionali (e a cascata e mi pare acriticamente i poteri locali) state tutti facendo ritorno ad un impegno di politiche industriali. Tutti – o quasi – coll’intento di superarsi o specializzarsi nella competizione globale, di risolvere il problema dei differenziali del costo del lavoro, di promuovere occupazione anche quando strutturalmente la si contrasta (saranno oltre sette milioni i posti di lavoro che andranno perduti se l’innovazione sarà applicata in modo perverso), di limitare i danni all’ambiente sopperendo all’entropia dei processi reali con un ipotetico minor spreco di energia, a seguito della disponibilità di informazioni alla velocità della luce e di algoritmi che simulano la realtà mediante modelli virtuali (ma anche il complesso ed esteso sistema di digitalizzazione richiede energia e non si può espandere illimitatamente consumandola).

Certamente sono venuti in soccorso di questa ondata di ritorno alla manifattura un’interpretazione e un’applicazione delle nuove scienze che sconvolge l’idea di spazio-tempo-velocità-controllo del precedente capostipite della organizzazione scientifica del lavoro: quello taylorista, mai accantonato, come vedremo, ma assolutamente vivo nei suoi principi antichi di mantenimento della divisione del lavoro, nella sottrazione di autonomia al lavoratore, nell’ipotizzare di poter allargare all’infinito le potenzialità della produzione, sostituendo oggi illusoriamente energia e materiali con l’informazione e surrogando le sequenze naturali dei tempi con una quasi contemporaneità di esecuzione.

Caro Assessore, l’Italia coniuga il modello 4.0 e concentra – in modo originale, ma anche obbligatorio – la sua attenzione sulla struttura delle PMI e delle Start-up e vi aggiunge un’accelerazione sull’estensione della banda larga ed una strategia energetica che mantenga per il tempo di transizione il più lungo possibile l’asse del rifornimento energetico sul gas fossile. C’è di più. E’ possibile affermare che in una fase storica così drammaticamente esposta e a tal punto dotata di risorse tecnologiche e di ricchezza sequestrata nelle mani di pochi, pur di promuovere la competitività industriale, si salta di netto il cosa e quanto diventa sempre più necessario produrre e consumare, per focalizzare ad ogni costo (quindi con il soggetto lavoro ininfluente) attorno alla velocità, alla connettività “simultanea” della fasi e delle filiere produttive, l’eventuale fortuna dell’industria e dei servizi futuri.

Caro Assessore, insomma, questa 4.0 è un’accelerata di un vecchio bolide, guidato dagli stessi piloti, che non vuole aver niente a che fare con un progetto di qualità della vita e di sopravvivenza, cui l’umanità in questo stadio potrebbe aspirare solo se rende protagonista il lavoro vivo e le masse contadine nel segno di una biosfera rinnovabile! Questa distanza cruciale risulta evidente quando si legge in un documento approvato in sedi istituzionali che: “Le tecnologie nuove non sono più affiancate al lavoratore, ma sono un paradigma che sostituisce l’uomo e ne amplifica la produttività al lavoro”.

C’è nella proposizione di questo sistema la predisposizione di una pericolosa intelligenza propria del sistema artificiale, distinta, programmata, estranea all’esperienza e perfino al diritto della persona che interagisce a valle. Una concatenazione di strumenti hardware e software che tende a sostituire l’intervento e la decisione di chi è al lavoro e che conserva una propria autonomia con algoritmi predeterminati e non contrattati. La tradizionale divisione del lavoro sostanzialmente non muta, viene semplicemente portata a termine in diversi luoghi, in contesti spaziali più ristretti e tra di loro indifferentemente vicini o lontani. Se ne persegue tuttavia l’efficacia attraverso la connessione in linea con intelligenze artificiali scorporate dal lavoratore e che rendono possibile allontanare e sparpagliare in luoghi separati chi prima comunicava attraverso il linguaggio, il volantino, la bacheca, l’assemblea.

Un sistema particolarmente attrattivo per il capitale in quanto non lo si dovrà usare solo come paradigma manifatturiero ma lo si dovrà adattare nella sua funzione alienante persino alla “sanità, all’energia e ai trasporti”, cioè laddove il lavoro a più elevata professionalità, le autonomie locali e le lotte per la difesa dei diritti universali si sono saldati per contrastare le scelte liberiste e le privatizzazioni degli anni più recenti.

Caro Assessore, esimi entusiasti dell’Innovazione purchessia, le caratteristiche emergenti dalle nuove tecnologie digitali offrirebbero alle persone in carne ed ossa che le utilizzano un potere nuovo di manipolazione. Poiché l’energia è ampiamente trattata non più solo come potenziale erogatrice di lavoro, ma sempre più come informazione, questo potere sembrerebbe anche in grado di rendere più sostenibile i processi artificiali e più curabile la natura, potrebbe risultare indispensabile per protrarre la durata della specie umana intelligente e potrebbe aprire vie convenienti anche per impostare, preservare e valorizzare il futuro del lavoro. C’è solo un modo per limitare il danno quando si attua una trasformazione e si compie lavoro: estrarre dalla quantità di informazioni a disposizione il contributo di conoscenza che si conserva e che sostituisce in parte la ricchezza dissipata. Mantenere cioè più ordine possibile ed evitare sprechi.

In fondo, il modello 4.0 e i proclami per andare verso una società della conoscenza, dovrebbero basarsi, più o meno inconsciamente su queste ultime considerazioni. Ma può la ricchezza immateriale delle informazioni e delle idee, che costituisce l’economia della conoscenza, sostituire l’accelerazione dell’impoverimento della ricchezza naturale e la distruzione del lavoro perpetrata nel sistema capitalistico sotto la forma dello spreco e della massimizzazione del profitto, in modo da consentire la sopravvivenza della biosfera? Come faremo evolvere il binomio energia-informazioni per assicurare nuove generazioni a questa civiltà?

Caro Assessore lo ripeto: non trovo questo obiettivo nel sistema 4.0 in esame. Addirittura, con l’estromissione del lavoro dalla conoscenza, ottenuta con l’ormai totale incorporamento di questa nel macchinario – costituito da sistemi di assemblaggio automatico, controllato da algoritmi programmati all’esterno, verificato con dispositivi che trasmettono alla velocità della luce si rischierà la scomparsa irreversibile di donne e uomini dal processo produttivo. Oggi il settore manifatturiero occupa 4 milioni di addetti e 2 milioni collegati: in tutto più di 500.000 imprese prevalentemente di piccola taglia. E con settori più in vista nell’automotive, farmaceutica, edilizia e alimentare. Difficile pensare ad un aumento di creatività che contrasti l’automatizzazione nei settori così come sono, a meno di immaginare prodotti socialmente e sostenibilmente desiderabili, che rispondano alle emergenze ed al miglioramento non dei profitti, ma della qualità della vita.

Caro Assessore, non vorrei però neppure sovraccaricare tutti voi di responsabilità che non vi competono. Qui, bisogna dirlo, manca totalmente la politica, che spesso si genuflette ad una tecnocrazia orientata al successo dell’Impresa e meno frequentemente al Bene comune e non approfondisce affatto le risorse che anche il pensiero scientifico può offrire alla soluzione delle emergenze e ad una partecipazione democratica al riscatto sociale. L’errore è continuare a sostenere che sia “un circolo virtuoso quello che collega innovazione a produttività e a crescita del modello produttivo”. Non si può pensare che senza indirizzi politici netti e senza una politica economica che si concentri su disuguaglianze nella società e diritti nel lavoro, ci si possa affidare alle PMI e alle start up tra loro connesse per fare massa critica per un modello che ricalca quello oggi in declino.

Caro Assessore, concludendo, la via italiana a 4.0 sembra non fare abbastanza i conti con la soluzione delle emergenze, con l’invecchiamento della popolazione, con l’estensione degli orari di lavoro e la riduzione di tempo proprio, con una riappropriazione di conoscenza e di un rapporto permanente tra scuola e lavoro che consentirebbe realisticamente una redistribuzione della produttività mai prima d’ora raggiunta. Ho il timore che la filosofia a cui la centralità dell’impresa si possa ispirare non possa prescindere da un’idea di crescita continua come se non fosse stata smentita nei fatti. In fondo, se si affida la velocità relativa dei nostri processi alla velocità della luce senza rendersi conto dei riflessi sulla vita e la biosfera di questa asincronia temporale e se si pensa che la realtà digitalizzata, ridotta a numeri, può anch’essa come i numeri nel loro insieme crescere all’infinito trovando posto nei cloud dove si accatasta tutto ( ma occorre energia per mantenerli!), si porta avanti un’illusione che il deperimento della società, della natura e del lavoro mostrano in tutta la sua unilateralità.

Caro Assessore, cari amici che avete promosso quella iniziativa-minestrone sull’Industria 4.0, dunque, pensate ancora che le critiche mosse a voi siano oscurantistiche nostalgie di ‘terrapiattisti’? Non è che dovreste esser voi a uscire dall’implicito (perché ormai religione dei nostri tempi!), ma illusorio e oramai retrò paradigma neoliberista dello sgocciolamento dei benefici dell’impresa a tutta la società? Ancora non vi è sufficiente la scoperta che – in fondo – solo l’1% governa il restante 99% del mondo? E che non è un caso che non si parli più di Industria, ma soltanto di Impresa 4.0?

Caro Assessore, non è che i ‘terrapiattisti’ – cioè, nel caso di specie, coloro che acriticamente perseverano nell’illusione che l’economia fondata sulla ‘crescita lineare indefinita’, sulla primazia dell’impresa sulla società e sulla natura – stanno proprio nelle vostre file?