“Chi non ha ricordi, non ha passato e nemmeno domani…” La frase, tradotta dalle opere della breve vita del giovane drammaturgo napoletano Annibale Ruccello, è un po’ la pietra angolare di un lungo, intenso e avvincente racconto del “maestro” e musicologo Pietro Andrisani, sul passato vissuto nella sua Montescaglioso. Un percorso ludico ed educativo tra riti di iniziazione alla vita, insieme ad altri adolescenti, fatti di sfide e di prove abilità in giochi ormai scomparsi e di approccio alla conoscenza, costruite mattone su mattone, con la malta del paziente silenzio di futuri liberi muratori. E lungo i filari, le colonne, i bordi di strade utilizzati per divertirsi e per crescere sono rimasti i segni di quanti, come Pietro Andrisani, hanno lasciato una traccia indelebile lungo gli itinerari del fare costruendo, saltando oltre l’ostacolo e con il colpo d’occhio di chi sa dove vuole arrivare, lasciando sul percorso una pietra miliare. Come quella scolpita in pietra lavica a ricordo di Antonio Lenzi, che il nonno del nostro maestro Francesco Salluce- libero muratore- fece erigere con il contributo di altri in sua memoria. Non è il solo ‘segno’ che Andrisani indica nel lungo racconto del passato, partendo dal gioco della ‘guerra francese’ per descrivere portali, colonne, fregi del “Tempio’’ e di quanti si nutrirono alla foglie di acacia del sapere e della conoscenza. E questo fino al 1945 quando, come conclude Pietro Andrisani, si diedero gli addii alla diletta Scuola-palcoscenico di piazza Santa Maria della Platea di Montescaglioso. Rimpianti felici che meriterebbero, e lo invitiamo a farlo, a tirare fuori altri pagine di quel percorso. Ma questa volta per un libro da lasciare in eredità alla sua Montescaglioso e a quanti vi hanno giocato, sono cresciuti, diventati famosi in Italia e all’Estero. Perché il futuro, e questa è una verità inconfutabile, è legato alle radici del passato e al fuoco della conoscenza.

Montescaglioso
Da piazza Santa Maria della Platea
ad una stele angolata di lavica del Vesuvio

Pietro Andrisani
(Chi nun tene ricorde, chi nun tene passate,
nun tene manco dimane! Annibale Ruccello)
Desidero ricordare a me stesso e raccontare a te la storia di cerimonie di iniziazione a carattere etico-ludico di preadolescenti che avvenivano in piazza Santa Maria della Platea della Montescaglioso di tanti anni fa. Vi partecipavano anche dei tuoi familiari.Eravamo tra il 1939 e il ’44. Il periodo coincide, pressappoco, con gli anni del secondo conflitto bellico mondiale.Quella zona, ormai divenuta desolato parcheggio di automobili, con qualche sdraiaccia che onora beoni stravaccati, adusi allo sghignazzo, allora risultava una sfavillante palestra-palcoscenico per vivacissimi ragazzini, sulla quale insistevano diversi agoni, campi di competizioni giocose, istruttive e fraternizzanti. Tuttavia, non mancavano pretestuose dispute litigiose di compagni capricciosi.Ad ognuno di noi veniva cucito addosso un soprannome derivato quasi sempre dalle peculiarità (bravura, astuzia, bontà,) espresse nei giochi. Fra i venti, i trenta e i trentacinque competitori di quell’epoca, divisi in operazioni diverse, i più assidui e specialisti ricordo Francesco Salinari, (‘Ngischin Mascagnh) suadente nei suoi racconti; Domenico Quarato, fine dicitore; Giovanni Appio, il velocista; Isaia Martiello, il barzellettiere; Ninì Contuzzi, il trasognato; Dino Ciannella-Andriulli, il dinoccolato; Antonio Simmarano, astuto nei giochi della fionda, espertissimo nei richiami vocalizzati e modulati alla jodelr tirolesi.I giochi: alla cerbottana, alla fionda, a pizzi in grilli, a cavallo-sotto, alla staccia, ossia, alla mattonella, a sottomuro, al cerchio (alla carròzzola), a spaccastrùmmolo, detto anche, alla trottola, ‘a stasced, spatola in legno rettangolare con impugnatura trapezoidale, ed infine,
ALLA GUERRA FRANCESE.
I competitori dei primi giochi citati erano prevalentemente di uno contro uno o contro due; alla Guerra francese si partecipava con due formazioni in competizione, ognuna, di solito, composta da sette preadolescenti e con una propria gerarchia dei ruoli. Il ragazzo che intendeva fare parte in una di queste formazioni doveva osservare la consueta cerimonia di iniziazione con rituali prove soprattutto di memoria, di destrezza manuale, di abilità ginnica (prove che nessuno falliva); nel rispetto delle regole e dell’antagonista, doveva mostrare di sapersi orientare senza remore e a suo vantaggio e della squadra, nelle contingenze delle prove che affrontava: lesto a sorprendere l’avversario profittando di un suo momentaneo lato debole. Ardua prova era il superamento di una corsa a piedi nudi e ad occhi bendati, muovendosi a zig zag, tra la filiera degli alberi della famiglia delle acacie che allora adornava quella piazza, senza mai sfiorarne il tronco.Campo della Guerra Francese era un immaginario Tempio basolato coperto di cielo, con a Meridione la citata filiera di alberi; a Settentrione la chiesa di Santa Maria della Platea, la casa degli Artuso e due alberi ancora della famiglia delle acacie; ad Ovest le Colonne d’Ercole: la Jonica (Jakin) rappresentata dalla ex casa del fratello Francesco D’Alessio, la dorica (Bohaz) dal palazzo del fratello Carmelo Lenzi. Al di là delle due Colonne, la Sala dei Passi Perduti (l’odierna via Dante Alighieri) che aveva ed ha ingresso nei pressi della palazzina del fratello Luigi Casella.
Dalla parte opposta, cioè, da Oriente, il lunghissimo corridoio che conduceva al Tempio: partiva dall’abitazione del fratello Biagio Nicotra; alla sinistra del primo Sorvegliante, sotto la virtuale figura di Venere, insisteva ed insiste il medievale sagrato. Alle spalle dello sgabello del segretario di loggia troviamo il piccolo portone titolato dell’abitazione dei germani Aldo e Silvestro Gallipoli, componenti anche delle formazioni impegnate nel gioco bellico. Difficile sapere a quale epoca potesse risalire questo speciale gioco tra gli alberi di acacia in piazza della Madonna della Platea di Montescaglioso. Sono state avanzate tante congetture. Qualcuno ha sostenuto che poteva essere stato introdotto da uno dei tre ordini monastici o dalle famiglie dei feudatari presenti in paese fin dall’epoca normanna ed oltre, specie dai Del Balzo, giunti nel Regno di Napoli, dalla Provenza; altri, hanno avanzato l’idea che quel gioco poteva ricordare la cruentissima battaglia di Largo Monterone, combattuta da un Marco Terenzio Varrone.Probabilmente quella gara si riferiva ad un ipotetico evento eccezionale di sottile natura latomistica della zona, risalente a tanti secoli fa e, col passar del tempo, riportato di generazione in generazione, ritoccato nella forma ed infine, sedimentato in un peculiare gioco di preadolescenti. Un’attenta ricerca di studiosi potrebbe giungere o, almeno avvicinarci alle radici di quel gioco assai singolare.
Mio nonno materno, Salluce Francesco, nato nel 1873, coetaneo dei fratelli Liberi Muratori di cui si è già accennato, da preadolescente aveva preso parte a quel gioco speciale. Egli, unitamente a un suo cugino, Luca Venezia, al futuro ebanista Nicola Morano, frequentava le famiglie dei Liberi Muratori citati, prevalentemente quella dei Lenzi. Nel 1911, egli era negli Sati Uniti quando apprese della prematura dipartita per le Valli Celesti del suo compagno di quei giochi d’infanzia, il trentanovenne Antonio Lenzi, sommo oratore quaresimale e direttore spirituale al Seminario Diocesano di Matera. Mio nonno non potette essere presente alle onoranze funebri dell’amico ma, consapevole della magra finanza di casa Lenzi di quei tempi, di là, si adoperò per la raccolta di fondi occorrenti alla costruzione di un emblematico cippo ideato dal prof. Carmelo Lenzi quale segno tangibile sulla zolla cimiteriale ove era stato sepolto l’estinto.Carmelo che verrà iniziato solo tre anni dopo quella data nella loggia massonica sotto il titolo “La più grande d’Italia” n. 214 all’Oriente di Napoli, aveva concepito l’idea di materiare gli elevati pensieri edificanti dell’insigne oratore quaresimale in una stele di nobile valenza simbolica.Su un’area quadrata venne descritta un’aiuola di fiori e di erbe sempreverdi. Dal centro della quale sorgeva la base di un monumento realizzato in pietra lavica del Vesuvio. La scelta della pietra aveva un significato raffigurativo, come a dire: urna immortale nella quale veniva eternato “il flusso del fuoco sacro da cui la vita e l’anima dell’estinto erano state agitate”.

A squadrare e molare materialmente la pietra grezza vesuviana venne chiamato il latomista Gaetano (Taniello) Chiaromonte, autore, tra l’altro, delle superbe sculture del giurista, musicista e politico lucano, Emanuele Gianturco e di due esimi fratelli Liberi Muratori: Giovanni Amendola e Leonardo Bianchi.In quel 1911 Taniello Chiaromonte era reduce da New York e da Caracas dove aveva realizzato la statua di Cristoforo Colombo e il monumento ai caduti per l’Indipendenza del Venezuela con uno stile ispirato dalla raffinatezza dell’Art Nouveau, detta, a volte, anche Stile Liberty; sotto il sommoportico del Vittoriano di Piazza Venezia, a Roma, aveva scolpito una concettosa statua simboleggiante una delle sedici regioni italiane dell’epoca, la Campania. Nel 1912, a Montescaglioso, egli venne a scolpire una emblematica “pietra angolare molata con i profondi pensieri e la elevata opera oratoria di Antonio Lenzi”. Questa era la consapevole idea sostenuta dal suo germano, Carmelo. Ancora oggi anche il passante distratto, pur non conoscendo nulla della sua storia, si sofferma ad osservare quella stele per ammirarla e, non di rado, qualcuno s’interroga sul suo significato recondito.Non so se Don Antonio Lenzi, come i suoi germani Vincenzo e Carmelo, fosse stato iniziato alla Libera Muratoria. È certo che nei suoi sermoni interpolava concettosi versi dei Sepolcri di Ugo Foscolo, delle Odi barbare di Giosuè Carducci, dei Merici di Edmondo De Amicis e significativi motti di altri rispettabili Liberi Muratori. Ai lati dei tre primi gradini della scala del palazzo dei Lenzi di Montescaglioso, troviamo due colonne assai simili a quelle a latere della porta dei nostri Templi. A dodici metri di distanza da quelle colonne, ancora oggi, fa bella mostra di sé il già ricordato sagrato di Santa Maria della Platea, sul quale verso sera, col calar del buio, qualvolta anche nelle sere del coprifuoco, quindici, venti di noi preadolescenti, cantavamo in coro canzoni riferite alla raccolta delle olive, alla mietitura, alla vendemmia, a feste popolari e religiose, quasi tutte su intonazioni di gamme (scale) greche. Inoltre, intonavamo eccitanti marziali celebrativi inneggianti i novelli Littori e, su marziali motivi popolari intonavamo strofette apprese dai fumetti di propaganda del regime che ci passava Don Pierino Contuzzi: la più ricorrente: Per paura della guerra Re Giorgetto d’Inghilterra, Chiede aiuto e protezione al ministro Ciurcillone. Nei primissimi anni ’40, cantavamo melodiose canzoni sudamericane: Alma llanera, Arriva la corriera, Besame mucho).. A turno, si raccontava fiabe, favole, si scimmiottava su ingenue invettive di ordine satirico contro sconosciuti cittadini di nostri paesi confinanti; si narravano storielle apprese alla quarta e alla quinta elementare e, principalmente, ci raccontavamo eventi di millenaria storia paesana imparate intorno al braciere, al camino delle nostre case o di quelle più confortevoli dei vicini più ospitali. (Quasi sempre si camminava a piedi nudi o calzavamo zoccoli di legno; indossavamo indumenti rivoltati, già usati da parenti o da amici e vicini generosi. Eravamo poverissimi ma ricchi di idee e di tante belle speranze e progetti).


A volte quelle narrazioni riportavano personaggi illustri che solo molti anni dopo si è appreso che alcuni di loro si erano nutriti anche di foglie di Acacia. Naturalmente parlo di Carmelo e Vincenzo Lenzi, Biagio Nicotra e suo cognato Francesco D’Alessio, Luigi Casella, i sacerdoti Don CiccioPaolo LaMoscia e Don Michele Tricase ed in ultimo nel tempo, Vincenzo Contangelo, iniziato nella Domenico Cirillo n. 201 all’Oriente di Napoli. Anche loro, partendo dal Gabinetto di riflessione, avevano intrapreso i quattro viaggi della via iniziatica.Noi sosteniamo che quei viaggi simboleggiano il viatico, la scorta che accompagna il “profano dalle tenebre dell’ignoranza iniziatica” alla conoscenza di dottrine recondite incarnanti virtuosi valori eterni.
Questo è quanto tu sei venuto a chiedere nella casa della Libera Muratoria.
Oltre un secolo fa, come te, loro sono stati condotti accanto all’ara dove battendo i tre simbolici colpi di martello sulla pietra grezza è cominciato il lavoro di levigazione della medesima per condurla verso livelli della emblematica pietra angolare. Molti sanno che vive uno stretto rapporto fra la pietra e l’anima. La pietra è la materia passiva, ambivalente: se su di essa viene esercitata la sola attività materiale, essa, si svilisce: se, al contrario, è l’attività celeste e spirituale che viene esplicata su di lei, al fine di farne una pietra tagliata, essa si nobilita.Uno strumento musicale se non suonato da provetti maestri produce melodie inascoltabili, strazia l’udito, inasprisce lo spirito; il medesimo strumento affidato ad un Orfeo emette melodiosi suoni con una efficacia espressiva atta ad allietare l’afflitto, a muovere a pietà finanche i Caronti degl’Ìnferi. Ogni tanto, (di notte o di giorno) quando avrai felici spazi di tempo libero e gioviale disposizione d’animo, chiedi un virtuale appuntamento ad un certo Quinto Orazio Flacco. Incontralo a mente serena, con aria trasparente e a viso aperto: raccoglierai esortazioni vòlte a costruire una comunanza di profondi pensieri per le rifiniture del tuo spirito. Virtù che lui modulava con lo stilo e con lo strumento musicale più perfetto dell’universo: la vox umana.
In mattinata la piazza Santa Maria della Platea era un vastissimo stenditoio dove le nostre mamme portavano i panni ad asciugare. A quell’ora noi ragazzini eravamo a scuola o ad imparare un mestiere presso bottega di falegname, di sarto, di calzolaio, di fabbro; qualcuno faceva il manovale col papà, altri portavano a pascolo la propria capra o capre, animali indispensabili per il latte necessitante in famiglia.
Ad una speciale Olimpiadi, Domenico Quarato avrebbe vinto ogni gara al traprsc’k, ossia, alla fionda: centrava la testa di un falchetto o di un serpente a dieci, quindici, venti, trenta metri di distanza: la cilecca non era nel suo modus operandi; portava le tasche piene di piccolissimi lapilli sferici che, dopo un temporale, raccoglieva tra i detriti di rigagnoli, facendone previdente incetta.

I partecipanti ai giochi di Piazza della Madonna della Platea (più conosciuta come Piazza Madonna delle Grazie): Andrisani Pietro di Rocco Luigi e fu Salluce Maria; Andrisani Pietro di Vincenzo e di Vittoria Contangelo; i germani Andriulli Dino e Pinuccio di Salvatore e della Signora Maestra, Nunzia Ciannella; Appio Giovanni di Biagio e di Maria Michela Ditaranto (’Ndustaried); Belmonte Annibale (Nannin); Bianchi Meluccio di Paolo (‘o sorvegliante) e di Margherita Vinzi; Bianculli Luigi… di Rocco Luigi?; i germani Burdo Pasquale e Agostino (Cascited); di Giambattista e di Addolorata Lospinuso; Calamita Giuseppe (Peppe); Contuzzi Michele di don Vito e di donna Lucrezia Fiore; Contuzzi Vincenzo, detto Ninì, di Domenico (don Minguccio) e di donna Rosina Nobile; Dipierro Angelo di Nicola e di Carmela Malizia; Dipede ? ? ?; i germani Esposito Rocco e Luca (Luca-Luca); Giuseppin Fasc Sec; Roccuccio? Fini di Nicola e di Rosina Burdo; Lillino ? di Peppino ‘o Terzarulo e di Cheluccia ‘a Naplutan; i germani Gallipoli Silvestro e Aldo di Francesco e di Giulia (Pepparied) Suglia; Garbellano Giuseppe di Serafino e di Maria Lucia Locantore; Lacanfora Rocco fu ? e di Anna (‘a latta latt) Pietromatera; Leone Francesco (‘Ngischin) di Rocco e di Maria‘a Mhntagnöla; Lomonaco Michele e Vito di Daniele? e di Maria Maddalena Martiello; Marchitelli Rocco (è stato sindaco di Montescaglioso) di Angelo e di Barbara; Martiello Isaia di ? ? (è stato sindaco di Montescaglioso); Monteleone Lorenzo; Montemurro Tonino di ? e di ? Mutinati Gino di Marco e di Rosina Morano; Oliva Arturo di Vito Antonio e di Vita Maria Potenza; Padula Giuseppe e Domenico di? e di?; Panico Rocco di Giuseppe (pizzuolo); Parisi Alberto di Alfredo e di Irene Baiocco; Pepe Domenico di Rocco e di Rosina ; Quarato Domenico
(ad una speciale Olimpiadi avrebbe vinto ogni gara al traprsc’k, ossia, alla fionda)
di Antonio e di Vita Venezia; Raddi Nicola (‘u föhrnascialh) di ? e di?; Raddi ? di Pepperad e di ?; Salinari Francesco di Giovanni e di Marietta Modugno; Salluce Giuseppe di Nunzio e di Carmela Nocente; i germani Santamaria Rocco e Pasquale (Cascited); Simmarano Antonio di ? e di? ; Venezia Luca di Nunzio e di Vita Diprimo; Emanuele (‘a Gnor)…
La prova della cerbottana (‘u zammhück, nel dialetto di Montescaglioso). Il ragazzo doveva recarsi nel boschetto fuori Porta San Michele Arcangelo, recidere un ramo di sambuco dal quale, dopo averne estratto il midollo, doveva farne una propria cerbottana. La quale veniva lestamente azionata inserendo un proiettile di cartapressata umida o di legno durissimo, per centrare un bersaglio di trenta centimetri di diametro circa posto a trenta metri di distanza.
La prova della fionda. Nello spazio di tre ore il ragazzo doveva saper costruire una fionda (trapesc’k = tira pietre) mediante un ramo a forma di ypslon e una molla (elastico) di trenta centimetri circa consegnategli unitamente a tre piccoli lapilli sferici del diametro di un centimetro circa. Azionando quest’arma il ragazzo era pronto a centrare un piccione o un falchetto a venti, trenta metri di distanza.
Pizzi in grilli. Il ragazzo doveva spiccare il salto della cavalletta su di ognuno dei compagni (4-5-6) messi in fila, di lato, curvati col palmo delle mani poggiate sulle proprie ginocchia. Dopo aver saltati tutti, uno dopo l’altro, egli si affiancava all’ultimo della fila, curvato, con le mani sule ginocchia. Intanto il primo della fila, appena il compagno l’aveva superato col salto, immediatamente lo imitava. Giunto all’ultimo salto, anche lui, curvato, con le mani sule ginocchia, si disponeva al lato del compagno. Per ogni salto errato vi era una penalità. Il gioco terminava con la vittoria di colui che aveva meno penalità. Le parità venivano decise col sorteggio.
La gara della Carròzzola o del cerchio. Il ragazzo mediante un’asta con la parte inferiore terminante ad elle con la ritorta arcuata che era da guida al cerchio ruotante

Alla trottola o spaccastrùmmolo. Il nostro rudimentale strùmmolo era costruito in legno duro, modellato a forma di cono un po’ schiacciato con la punta di ferro all’estremità, sagoma che dotava il giocattolo di simmetria rotazionale. Attorno allo strùmmolo veniva avvolta una cordicella formando una spirale che iniziava dalla punta in metallo fino alla parte più larga. Il brevissimo prolungamento della cordicella veniva fissata alla mano. Il ragazzo lanciava la trottola con destrezza su di un piano permettendo di farla mulinare per inerzia. La prova dello spaccastrùmmolo. Prima parte: Due ragazzi in competizione lanciavano, in sincrono, ognuno la propria trottola. Vinceva colui che la faceva ruotare più tempo. Seconda parte: il perdente lanciava la sua trottola, appena si metteva a ruotare, il vincitore lanciava la sua con l’intento di colpire l’avversaria mentre ruotava, e spaccarla o, almeno, lesionarla. Se ci riusciva aveva in premio la punta di ferro della trottola lesa; Se il lancio falliva si invertivano le parti. Veniva dichiarato vincitore colui che col lancio della sua trottola bloccava l’avversaria anche se non era giunto a romperla mentre ruotava; a gioco fermo, egli era autorizzato a ferire la perdente colpendola con la punta di ferro (con pizzicocche) del proprio strùmmolo. (Quando la propria trottola veniva lesa o distrutta correvamo a via XX settembre, alle officine del tornista, il Castlanetano e del fabbro, Pietro Ciannella, detto la sferra, dove, per qualche centesimo o, offrendo un servizio manuale da garzone di bottega, il primo, al torno, ci riproduceva una nuova trottola, l’altro vi aggiungeva la punta di ferro).
‘A stasced. Nome che non so tradurlo in lingua italiana. Comunque gioco che richiedeva tatticismi, buone capacità fisiche ed una forte concentrazione nella tecnica dei colpi sia di piatto che di taglio (di taglio per fare leva sul tronchetto con le due punte a sfera). Somigliava un po’ alle competizioni del baseball e assai vicino al tennis. Similmente al gioco del tennis, vedeva opposti due o quattro giocatori. la competizione poteva svolgersi in uno contro uno (incontro singolare) o due contro due (incontro doppio). Il campo da gioco era più o meno rettangolare, non munito di rete centrale. Similmente ai tennisti muniti di racchetta e pallina, in questa competizione ogni giocatore aveva una stasced con i due lati a taglio ed un tronchetto di legno lungo otto – nove centimetri con le due estreme a punte sferiche. Come il tennista che lancia la pallina all’avversario mediante racchetta così in questo gioco, si lanciava il tronchetto in campo avverso mediante la stasced. Colui che lanciava diceva zock, rispondeva mock il giocatore che riceveva. Si poteva dire: sciucuam ‘a stasced o a zock e mock. Il giocatore anche quando col taglio della stasced fendeva un colpo su di una delle due punte sferiche del tronchetto sollevandolo di circa un metro esclamava: zock; in quel attimo e, pronunciando mock, con un colpo della medesima, lo si indirizzava verso l’obbiettivo voluto dalle regole del gioco. Se l’obbiettivo veniva centrato si guadagnava il massimo dei punti che decrescevano sino al nulla e alla penale, con l’aumento della distanza dal medesimo obbiettivo in cui giungeva il tronchetto. Oggi questo sport che richiede fisico armonioso, abilità, prontezza di riflessi, risoluta concentrazione, ferma capacità di coordinazione, squisito intuito, forse potrebbe non sfigurare in una competizione popolaresca dei Giochi Olimpici.
Assai difficile trascrivere la pronuncia in dialetto montese dei sette ruoli dei ragazzi componenti la formazione partecipante al gioco della Guerra Francese. Comunque foneticamente corrispondevano un po’ alla terminologia dei numerali di lingua greca: protagonista, deuteragonista, tritagonista, tetragonista, pentagonista, esagonista, eptagonista (primo dell’agone, secondo dell’agone, terzo dell’agone, etc.). Quando nel distribuire la gerarchia dei ruoli non c’era accordo tacito fra i ragazzi, si tirava a sorte.
Altre prove: a) Quella del 9 (sette esercizi a tre cifre da svolgere in un quarto d’ora); b) La prova dei venti riguardava nel saper individuare la direzione dei venti: da quale Nazione giungevano e l’atmosfera che potevano portare o provocare: pioggia, neve, nebbia, freddo, temporale; c) la luna: le sue posizioni crescenti e decrescenti e quali preavvisi di futuri eventi atmosferici si poteva trarre dalla luna aureolata; d) individuare il suono delle campane dei campanili di ogni chiesa del paese.
Il Signore Saverio Artuso, unitamente alla sua gentile consorte, dall’uscio della sua casa, spesso, assisteva alle nostre gare, alla fine delle quali premiava con caramelle, cioccolatini e frutta di stagione i più veloci, i più verecondi, i più fedeli alle regole dei giochi.
Sulla sacra gradinata, a fine gara di Guerra francese, la formazione vincitrice si disponeva nella parte più alta, dove, in ordine gerarchico e a turno, i componenti le due formazioni narravano soprattutto fiabe e favole di esplicito valore simbolico e con modalità didattiche relative al giusto comportamento ed al lieto intrattenimento. (tra una narrazione e l’altra non mancavano innocenti strali satirici diretti ad ignari cittadini dei paesi confinanti col nostro: i materani e i bernaldesi erano i più bersagliati).
Blasonetto marmoreo sul quale si distingue un felino con la zampa destra anteriore alzata, in atto di reggere una sfera (palla o mappamondo?)
una targa posta in quel Largo, posta dalla Pro Loco locale, a firma del compianto professore Giuseppe Matarazzo, attento storico del posto, recita: “a ricordo del presunto passaggio della Legione romana comandata da Terenzio Varrone”. Altre ipotesi poco convincenti ma da verificare o accettarle senza convinzione: per l’esiguo numero dei protagonisti la gara potrebbe riferirsi alla Disfida di Barletta (13 febbraio 1503) e, per l’aggettivo “francese” alla battaglia di Cerignola (28 aprile 1503).
“Nel 1911,Don Antonio Lenzi attendeva appunto a predicare la Quaresima nella sua nativa Montescaglioso. Nella Settimana santa, dopo la predica dell’Addolorata nella chiesa conventuale di Sant’Agostino, si mise a letto tormentato da acerbi dolori su tutta la persona. Volle però, così infermo, condotto al braccio sul pergamo [della Chiesa Madre], predicare Le tre ore di Agonia del Venerdì santo e la Resurrezione nella domenica di Pasqua. Ma nel pomeriggio del lunedì seguente una febbre violenta lo costrinse di nuovo a letto, dove, in quattro giorni, fu finito da inesorabile polmonite. Precedentemente aveva avuto il conforto della speciale Benedizione del Santo Padre e suo Arcivescovo, Mons. Don Anselmo Pecci O. S. B. Le sue ultime parole: Signore, ricevi il sacrificio della mia vita in espiazione dei miei peccati, per l’incremento della Pia Unione. Pag. 6 del libro alla nota n. XV”
AADD. In Memoria del Sac. ANTONIO LENZI, Napoli, Tipografia Batelli e Perri, via San Sebastiano, n. 3, MCMXIII.
La Latomia era una cava di pietre nella quale venivano messi a lavorare gli schiavi, questa attività di scavo è l’analogia con cui si definisce l’attività massonica di scavo segreto nella realtà tesa a sollevare, elevare, ristabilire.
Gaetano (Taniello) Chiaromonte (Salerno, 19 marzo, 1872- Napoli, 7 novembre, 1962), scultore versatile per aver plasmato ogni tipo di materia: marmo, terracotta, gesso, bronzo. Per la sua lunga carriera artistica di scultore venne paragonato a Luca Giordano (Napoli, 1634-1705). Operò in molti Paesi delle Americhe ed europei. È autore della statua della Madonna del Rosario del Santuario di Pompei, a Sapri del monumento a Carlo Pisacane (1933); a Salerno troviamo i monumenti ai Martiri salernitani a Roberto il Guiscardo, a Papa Gregorio VII e gli altorilievi in bronzo significanti La Fertilità della Terra. Nel 1926 inizia ad insegnare alla Real Accademia delle Belle Arti di Napoli.
Giorgio Amendola (Napoli, 1882–Cannes, 1926) martire politico, giornalista e accademico italiano.
Leonardo Bianchi (San Bartolomeo in Galdo, 1848–Napoli, 1927), Neurologo, psichiatra, accademico e rettore universitario, Ministro della Pubblica Istruzione.
Sul cornicione superiore del sommoportico del Vittoriano di Piazza Venezia, a Roma, in corrispondenza di ogni colonna, sono scolpite statue celebrative ritraenti, quali personificazioni allegoriche, le sedici regioni di quella Italia: la scultura simboleggiante la Campania è opera di Gaetano Chiaromonte.

Il portale di casa Lenzi di Montescaglioso ha valore simbolico e rappresentativo. Si compone di due colonne con capitelli di ordine corinzio, sopra le quali, un delizioso balconcino col ripiano sostenuto da tre mensole (gattucci): la centrale esprime uno stemma raffigurante una colonnina che ha di rimpetto un orsetto (?) rampante.
Tra le più ricorrenti La Canzone dei sommergibili; un mesto cantico Caro papà; la marzialissima Campo Dux al campeggio (unghelì ungheà, qui si va di male in peggio, unghelì unghelà…); la bellicosa Vincere. Vincere veniva intonata in coro soprattutto in Piazza San Giovanni Battista quando in determinate ore pomeridiane, dall’altoparlante color grigio a imbuto coricato, fissato a metà altezza del campanile dell’orologio, dall’emittente EIAR, mediante la voce di Mario Appelius, venivano comunicati incoraggianti bollettini di guerra, nei quali si rifilava vittorie dell’Asse, talvolta inventate.
Alla fine degli anni ’30 e durante il decennio successivo l’altoparlante collegato al grammofono del bar del signor ’o Terzarülo, in via del Corso n. 39, al lato dell’Arco ‘a Jam, nel tardo pomeriggio deliziava gli avventori, nonché i passanti di ogni età, trasmettendo musica, soprattutto nuove canzoni sudamericane: Caminito, Baїa, Besame mucho, Frenesia, Granada, Laggiù nel rancho grande, Maria Elena, Perfidia, Arriva la corriera, Te quiero dijiste, Voglio amarti così; fra le canzoni italiane ricordo Amor di pastorello, di Emanuele Nutile e Libero Bovio e Addio Juna, di Astro Mari e Costante Falpo. L’ultima, del ’40, malinconica canzone, accorato grido di dolore e di speranza per tutte le donne che, forzatamente sole, vivevano in timorosa attesa dei propri compagni o dei figli impegnati sull’insidioso e perfido fronte bellico. Per la sua dolce e pacata tristezza, Addio Juna, metafora di un’avventura obbligata verso l’ignoto, in quel 1940, divenne lestamente popolarissima, il successo, a dir poco, fu clamoroso, veniva eseguita in ogni dove da gente di ogni età e di ogni ceto sociale. La sua smisurata popolarità mise in seria preoccupazione il Governo di Roma che decretò di farla mutilare dell’ultima strofa col testo annunciante un allarmante presagio di morte; ed oggi, per dovere di cronaca, la trascrivo: “Juna, tu preghi ancora tra le lacrime \ ma quell’infido, grande mare \ t’ha rubato il primo amore \ e mai più ritornerà.” Ad Addio Juna, sintesi della condizione di trepidante attesa nella quale allora viveva l’Italia, facevano eco e sponda Tango del Mare e Serenata Messicana. Quest’ultima identificandosi in un Milite Ignoto che intonava:….\ Stella d’argento che brilli nel ciel \ forse il mio amore morirà di nostalgia \ il mio gran tormento lo sai solo tu \ stella d’argento, non splendere più. Nel ’45, al termine del conflitto bellico, le June italiane, malinconicamente allegre potevano cantare: Sola me ne vo per la città, \ passo tra la folla che non sa, \ che non vede il mio dolore \ cercando te, sognando te che più non ho.\ Ogni viso guardo e non sei tu, \ ogni voce ascolto e non sei tu, \ dove sei, perduto amore? \..…
In quel 1945, con la travolgente popolarità di una canzone ricca di identificazioni, “In cerca di te” di Eros Sciorilli e Gian Carlo Testoni, davamo principio agli addii alla diletta Scuola-palcoscenico di piazza Santa Maria della Platea di Montescaglioso. Sopra un carro traballante, con un liso sacco colmo di fiduciose speranze, ci mettemmo in viaggio verso mete diverse, dove, ognuno di noi portava con sé i casti ricordi di una proficua fanciullezza maturata nella lauta miseria del tempo.
Dei due sacerdoti si diceva della loro appartenenza alla Libera Muratoria ma non ho trovato riferimenti documentabili.