La situazione è seria ma non grave al momento, fortunatamente. I numeri della pandemia in questa ultimi giorni di questa sua fase autunnale, sebbene possano preoccupare, se letti correttamente (vedi prospetto al termine dell’articolo) consentono di vedere la situazione con freddezza e senza farsi prendere dal panico. E questo è necessario per affrontare una situazione che è destinata a durare, forse, almeno per un annetto.

Insomma, dobbiamo imparare a convivere con questo convitato non voluto e non gradito ma che intende comunque tenerci compagnia. E non possiamo conviverci in un clima di permanente emergenza ne con negazionisti dell’evidenza, ma nemmeno con l’incombenza dei cecchini del lockdown sempre in agguato. Non possiamo stare fermi per tutto il tempo che servirà. L’abbiamo fatto, quando siamo stati presi alla sprovvista, ed abbiamo fatto bene. Ma non si può pensare che questa sia la madre delle strategie. Certo, rimarrà la estrema ratio. Ma bisogna cercare di evitarlo, facendo meglio ciò che già abbiamo capito che è utile, imparando dagli errori.

Dunque, convivere con il covid19 significa fare ammenda della parentesi estiva in cui in tanti -troppi- si sono illusi di averla svangata definitivamente (aiutati in questa falsa deriva anche da medici e politici poco coscienziosi) e ricordarsi che ad oggi la scienza di questo virus non ci ha capito ancora granché su come curare con certezza chi ne è colpito. E men che meno sperare a breve in un miracoloso vaccino che, al di là di annunci che colpevolmente vengono fatti un giorno si ed uno no, ci venga a togliere le castagne dal fuoco.

Forse anche in qualche stanza di governo nazionale e locale si è sperato, durante la tregua estiva, che le previsioni di una recrudescenza d’autunno non arrivasse. Altrimenti non si spiegherebbero i ritardi che si sono accumulati in alcuni settori e che ora rischiano di pesare in modo eccessivo, come una palla al piede, in questa ulteriore delicata fase della pandemia.

Parliamo dei ritardi nell’adeguamento delle strutture sanitarie sul territorio per gestire questa seconda ondata sia in riferimento ai contagiati covid19 (strutture, percorsi dedicati, aumento adeguato di capacità di test) e sia per assicurare parallelamente la gestione quotidiana delle altre patologie che non possono continuare ad essere considerate secondarie, quando tali purtroppo non sono. E su questi aspetti sta emergendo con evidenza una pesante responsabilità del livello regionale, come ad esempio la mancata messa in funzione dei respiratori loro forniti dal governo per incrementare i posti nelle terapie intensive.

Così come una pesante responsabilità in capo alle stesse regioni  e comuni, nonchè alla Ministra dei Trasporti emerge chiaramente per il non aver lavorato a trovare soluzioni al trasporto pubblico in vista dell’apertura delle scuole. Possibile che non era possibile prevedere ciò che sarebbe potuto accadere ed è accaduto?

E questo mentre la Ministra Azzolina veniva messa sulla graticola un giorno si ed un’altro pure per la sua determinazione ad assicurare l’avvio dell’anno scolastico in sicurezza, con tanti che scommettevano sul suo fallimento. Invece, a questa missione lei (insieme agli altri livelli di responsabilità sottostanti) ha adempiuto in modo molto soddisfacente se è vero come è vero che le scuole ora sono i luoghi più sicuri per i ragazzi, come è stato certificato dall’infinitesimale tasso di contagi riscontrati tra alunni e personale.

E allora, certo che fa incazzare quando -per la incapacità di regioni e comuni- ad attrezzare trasporti pubblici adeguati alla situazione si pensa di richiudere le scuole. Così come ha fatto De Luca in Campania, dichiarando il proprio fallimento. Ma davvero pensiamo che lasciando i ragazzi per strada essi stiano in condizioni di maggiore sicurezza?

Certo questo sarebbe vero in caso di  lockdown perchè sarebbero obbligati a stare a casa. Ma nessuno dice di volerlo. E allora?

E allora non ci resta che aiutarci tutti insieme, perchè non c’è nessun altro che possa aiutarci. Ne le disposizioni dei tanti vituperati DMCP (specie se non le rispettiamo) e nemmeno un sistema parcellizzato tra Stato e Regioni (che sta mettendo in luce tutta la sua fallacia) in cui spesso le seconde remano contro il primo, o vanno per proprio conto dimostrando spesso la loro incapacità e non riuscendo a garantire dalle Alpi alla Sicilia gli stessi diritti spettanti a tutti i cittadini.

E allora cominciamo ad utilizzare rigorosamente e quotidianamente le pratiche, i protocolli già sperimentati (magari affinandoli ulteriormente) sia nella vita privata che in quella lavorativa. Limitiamo quegli aspetti della vita non propriamente prioritari se costituiscono rischio di contagio.

Solo in questo modo, forse, potremmo ambire a non fermarci, a continuare a far marciare seppure più lentamente (ma più in sicurezza) la vita di tutti i giorni, le attività lavorative, la scuola, garantire le cure a chi ne ha bisogno.

Non è facile, ma una soluzione diversa non ce l’ha in tasca nessuno. Sia chi governa, sia chi gli urla contro ogni giorno a prescindere da cosa faccia, invece che unirsi allo sforzo collettivo di non far affondare il Paese.

Dobbiamo provare a tenere a bada questo maledetto cavallo nero, evitare che si impenni, portarlo al trotto insieme a noi fino a quando, speriamo quanto prima, deciderà di andarsene o fino a quando troveremo della biada che lo renda mansueto, innocuo.

(NB: per ieri è da intendersi il 17 ottobre 2020)