Non è uno scherzo. Ma a Matera, sì proprio a Matera (in via San Biagio, nei locali dell’ex ospedale San Rocco), l’unico capoluogo d’Italia in cui la ferrovia dello Stato è ancora una chimera, ieri pomeriggio si è tenuto il vernissage di una mostra dal titolo: “C’era una volta il treno“, dell’artista potentino Giovanni Scioscia.

Battuta (d’obbligo) a parte, l’iniziativa è particolarmente interessante in quanto non si tratta di una mostra di soli quadri ma, per espressa scelta dell’onirico artista, essa incorpora  e fonde una speciale performance degli alunni della classe III F (scuola media, tempo prolungato) dell’I.C.Pascoli della Città dei Sassi.

Una performance che ha come comune denominatore una “farfalla” e colonna musicale  composta dall’alunna Antonella Cataldo che si svolge con la declamazione di brevi versi poetici, commenti e storie, degli alunni di questa classe della Pascoli su temi d’ attualità quali l’immigrazione, l’inquinamento, lo sfruttamento del lavoro.

Dunque una esposizione concepita come il viaggio di un sognatore sul treno dei ricordi. E così, tra voli di farfalle e scatole magiche, gli alunni si muovono in un percorso nel tempo, tra sogno e realtà.

A guidare in scena il gruppo di artisti in erba, l’eclettico Scioscia, che ha inteso fondere le sue emozioni con la creatività interpretativa dei suoi giovanissimi “collaboratori”. Una attività che ha necessariamente conosciuto una fase preparatoria con la classe a cui hanno attivamente collaborato le docenti Angela Festa e Palma Valente.

Per chi si fosse perso l’esordio di questa originale mostra itinerante ricordiamo che la stessa rimarrà visitabile sino all’11 novembre 2018 e che la performance (di una mezz’oretta circa) con gli alunni della Pascoli verrà ripetuta ogni sabato dalle 17,00 – alle 19,00.

 

Per conoscere meglio Giovanni Scioscia pubblichiamo, a seguire, uno scritto del collega Rino Cardone curatore di una precedente esposizione delle opere dell’artista.

HO VIAGGIATO IN LUNGO IN LARGO,
PER CONTEMPLARE UNA GOCCIA DI RUGIADA.

“Ho viaggiato in lungo in largo, alla ricerca dei tesori
che la vita poteva offrirmi, mi sono fermato a contemplare
una goccia di rugiada appoggiata in un filo d’erba,
e vi ho trovato l’infinito”. (Stephen Littleword, Aforismi)

” È stato detto ed è stato anche scritto che l’artista viaggia su “frequenze intellettuali” che sono diverse dalla massa. E che possiede una “percettibilità delle cose” differente rispetto all’individuo comune. È proprio così. L’artista è una sorta di “diapason della storia” che con i suoi lavori attraversa il mondo, allineando le esperienze altrui alle sue “frequenze interiori”. E che, nello stesso tempo, emette e riceve delle “vibrazioni spirituali”: sia dall’”universo metafisico” e sia dalla “dimensione metempirica” che corrono paralleli alla realtà fisica del mondo, circoscritta dalla natura. Egli occupa il tempo e percorre lo spazio come un nomade, come un eterno viaggiatore.

L’artista, insomma, è colui che spazia, attraverso la sua fantasia e la sua creatività, nei territori effimeri e puri della seduzione e della fascinazione (ambedue intesi come beni immateriali, dell’universale fantastico) come conferma, del resto, l’espressività, un tantino “trasognata” e “sognante”, e a tratti, addirittura, “svagata” e “transeunte” (nel senso delle interpretazioni che sono date alle “dinamiche percettive” del paesaggio) della pittura di Giovanni Scioscia.

Nei suoi dipinti si percepisce un’aura di candido sbalordimento nei confronti della dimensione del sogno, ma anche di sottile ammaliamento della realtà (come quella che proviene dalla fiaba, dalla favola, dal mito, dalla leggenda e dalla tradizione fantastica trasmessa per via orale) e di sorpresa, stupore, incanto e meraviglia nei confronti della “molteplicità semantica” che è offerta dal linguaggio artistico tout court. Queste sono le stesse condizioni che “presero dentro” peraltro scrittori come Jules Verne e come Emilio Salgari, i quali fecero del loro “immaginario espressivo/individuale” il naturale prolungamento dei propri desideri e delle proprie intime passioni.

E fu così che – con la fantasia – viaggiarono, viaggiarono, viaggiarono; talvolta in luoghi mai raggiunti fisicamente; talaltra in spazi dei quali avevano contezza per sentito dire, intendendo il viaggio come un’esperienza che si può compiere anche solo con l’immaginazione e l’ingegno, senza spostarsi da una latitudine all’altra del globo terrestre.

Viaggio, dunque, inteso come una “metafora subliminale” della vita (che interiorizzi senza accorgertene) e come una “allegoria del sogno” traslata – in questo secondo caso – nella realtà. In questa maniera il viaggio, la dimensione itinerante, si trasformano – come accade nella pittura di Giovanni Scioscia – in una sorta di “esperienza circolare” che parte o da un’idea, o da una lettura, o da una sollecitazione verbale, o da uno stimolo visivo, per proiettarsi, poi, in maniera fantastica e creativa – in un secondo tempo – o su un foglio di carta, o su una tela, o su una sequenza filmata, o su una sequela di scatti fotografici, che rimandano, a loro volta, all’incipit di tutto e cioè al punto di partenza, che ha generato la “pulsione creativa” di quella medesima “realizzazione immaginativa”.

Giovanni Scioscia si muove, insomma, attraverso la sua pittura, in quei luoghi della bellezza e persino, anche, dei valori morali (che appartengono alla “Kalokagathia” della cultura greca antica) con deciso piglio onirico, a tratti ludico e costantemente fantastico. La sua ricerca pittorica è scandita da forme e da figure che appartengono alla natura delle “rievocazioni nostalgiche” della memoria e ai “flashback neutrali” della mente: che sono generati – a loro volta – dalla “funzione mnemonica” dell’intelletto. Ne deriva una sorta di “flusso visuale” e di “scorrimento narrativo” nel quale immagine dopo immagine, si costruisce una “impalcatura lirica” e una “intelaiatura elegiaca” che svincola la mente, dal contesto della realtà. Riuscendo in questa maniera a far sognare lo spettatore, così come riesce a far sognare ogni richiamo, ogni riferimento e ogni citazione della realtà: come nel caso di un “quadro dentro il quadro” (dicasi meta pittura) e come nel caso di una “striscia filmica” che in un tempo – non molto lontano da noi – era impressa nei “chiaroscuri luminosi” della pellicola di celluloide.

Ed ecco allora che i quadri di Giovanni Scioscia “vivono”, si sviluppano e “palpitano” di una serie di “sequenze fantastiche”: intese non come una catena di “immagini replicate” ma come una progressione di forme, di segni, di colori e di figure, la cui “gerarchizzazione semantica” s’inscrive nelle diverse sfere del grande “universo immaginativo” e fantastico. E che sono riconducibili, a loro volta, con le dimensioni dell’intimistico, dell’indefinito, del crepuscolare e dell’onirico, del linguaggio più generale dell’arte.”

BIOGRAFIA

Giovanni Scioscia nasce a Potenza il 27 Giugno 1946.
Dopo la maturità artistica, frequenta la facoltà di Architettura e successivamente si diploma all’Accademia di Belle Arti di Napoli in pittura, allievo dei Maestri Brancaccio e Spinosa.
Completa la propria formazione seguendo un corso di scenografia all’Accademia di Brera a Milano.
La sua carriera artistica inizia nel 1969 con la partecipazione a diverse collettive ed estemporanee, alle quali si sono succedute numerosissime personali sull’intero territorio nazionale.
Negli ultimi anni intenso anche l’impegno per la realizzazione di numerose scenografie per spettacoli teatrali e di danza, nonchè per una singolare collaborazione artistica con gli ospiti della Casa Circondariale di Melfi. Tra le opere più recenti spiccano i quadri realizzati con la tecnica del 3D .
Vive e lavora a Pignola.