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Liliana Segre dovrebbe vedere NAZA! Tutti dovremmo! E guardare il fondo in cui si è caduti.

Dopo non essere riusciti (perchè soldout), lunedì sera, ad assistere alla proiezione di NAZA in programma al Cinema Il Piccolo di Matera, abbiamo optato il giorno dopo, per il Red Carpet (dove è in programmazione sino a questa sera). Mentre guardavamo quelle immagini piatte dei palazzoni e del traffico di Tel Aviv in cui scorreva tranquilla la vita di ogni giorno ed ascoltavamo le parole terribili pronunciate dagli intervistati, mi è venuta in mente la Senatrice Liliana Segre e il suo appello ad approvare unitariamente una legge -prospettata per essere da contrasto all’antisemitismo, ma di fatto utile ad impedire le critiche allo Stato di Israele. E mi sono chiesto se davvero -dopo aver visto questo documentario e ascoltato quelle testimoniane di israeliani in parte protagonisti non pentiti della strage e distruzione in corso a Gaza- continuerebbe (per ciò che ha vissuto in gioventù e ci ha testimoniato) a rinnovare quell’invito e a continuare a non prendere le distanze dall’operato del governo israeliano. E che, se continuasse a pensarla ancora nello stesso modo, sarebbe davvero terribile. Come terribili sono quelle testimonianze che lasciano sgomenti. Per la naturalezza con cui questi agenti dei servizi riferiscono di aver eseguito (ed eseguono tutt’ora) nelle loro brave otto ore di lavoro, a tavolino dinanzi a monitor e Joy stick, uccisioni di intere famiglie e distruzioni di interi quartieri a Gaza, per poi tornarsene nelle proprie case a rilassarsi non prima di aver  consumato un aperitivo al bar o aver giocato a tennis. E con quale indifferenza o addirittura eccitata soddisfazione ammettono di aver ucciso persone disarmate e di come abbiano assistito in diretta alle immagini di cani che sbranavano i resti dei bambini appena uccisi dalle loro stessi. Essi spiegano in dettaglio come sceglievano i bersagli e consideravano normali le vittime collaterali (ovvero quelli che non erano armati, familiari di obiettivi che non centravano nulla) che ne sarebbero derivate. Al punto da non chiamarle più come tali, ma definirle con un acronimo: NAZA, per l’appunto. Dobbiamo eliminare un militante di Hamas mentre con lui sono nella casa mogle, figli, genitori, fratelli? No semplicemente il bersaglio e tot Naza! Quindi se tra voi che state leggendo c’è chi pensa di conoscere abbastanza l’argomento (magari con i rapporti di Breaking The Silence, l’associazione fondata da ex militari israeliani che raccoglie le confessioni dei soldati dell’Idf; o piuttosto le inchieste di +972 sui programmi di intelligenza artificiale utilizzati per individuare gli obiettivi da bombardare, aspettando che tornassero a casa per uccidere con loro anche moglie e figli e tirar giù l’intero appartamento, l’intero palazzo, l’intero quartiere; oppure dei bambini uccisi dai cecchini con un colpo alla testa o al cuore, degli affamati trucidati per divertimento ai punti di distribuzione del cibo), sappiate che non avete visto ancora niente.
Perché Naza non è solo un docufilm sul genocidio, ammesso candidamente dai militari israeliani intervistati («Sì, certo che è un genocidio, certo! Sparavamo a tutti, anche ai bambini, alle donne. Anche se erano disarmati? Ma certo, certo, erano TUTTI disarmati! Credo di aver visto solo una volta un palestinese armato, ma ne abbiamo uccisi a centinaia ogni giorno…»), ma è un documento su chi lo giustifica, su chi lo normalizza. Un film certo sulla società israeliana resa “normalmente” disumanizzata. Ma è anche su ciò che siamo divetati noi. Cittadini di questo Occidente che sostanzialmente asseconda tutto questo. Naza è un film che fissa la macchina da presa su un mondo che continua a girare nella sua normalità: innaffia le piante, fa la spesa, va al bar, dà da mangiare al cane e si sdraia sul divano a fine giornata per guardare la tv nel mentre -a pochi chilometri di distanza- i divani esplodono con le case e le  famiglie dentro, con i cani che mangiano i cadaveri dei bambini. Un film che sbircia di notte i grattacieli di Tel Aviv e i vetri degli appartamenti dove i soldati tornano a giocare alla play station dopo aver distrutto le case di persone che non conoscono e che non considerano più come esseri umani.
«Stavamo bene. Eravamo contenti. Era divertente», spiegano i militari intervistati. «In che senso? Uccidere era divertente? Anche i bambini? Anche se erano disarmati? Intere famiglie?» «C’era uno psicologo. Volendo, potevamo andarci. Non ci andavamo perché stavamo bene». «Era divertente. Era come un videogame». C’è uno che è molto specifico: «C’era l’unità che combatteva contro il terrorismo e quella che combatteva contro la pace». «Contro la pace». Contro la Corte Penale Internazionale, contro i giudici che denunciano i crimini di guerra. Inducendo (con il ricatto) le vittime che avevano presentato denuncia a ritrattare. E specifica: «La mia era un’unità d’Elite. Individuavamo i palazzi da far saltare in aria con tutte le famiglie che ci stavano dentro. Abbiamo distrutto interi quartieri. Abbiamo distrutto tutto il Nord della striscia perché non dovevano restare in piedi case alle quali tornare. Abbiamo dato fuoco ai ricordi, alle foto, ai libri, a tutto. Riempivamo le case di gas e davamo fuoco, oppure radunavamo i cuscini al centro del salone e davamo fuoco a quelli: la lana brucia bene, in un attimo andava a fuoco tutto l’appartamento. Era un’unità composta da giovani di sinistra, la mia. Ragazzi dell’alta borghesia di Tel Aviv. Noi non odiamo gli arabi. Lo facevamo perché andava fatto».
«Io l’ho chiesto al mio ufficiale: “Cosa ne pensi di quello che stiamo facendo qui?” E lui mi ha detto: “Che è giusto”. “Dici?” “Tu devi solo fidarti del sistema”».  Basta eseguire un ordine. Non serve farsi domande, non serve pensare, basta fare: «Facciamo quello che la società israeliana vuole che facciamo. Se ti dicono che devi radere al suolo Gaza, tu devi radere al suolo Gaza».
Sembrano il copia ed incolla dei racconti dei nazisti e dei fascisti, delle loro giustificazioni, del loro stesso distacco, quel pensare di meritarsi una medaglia e la stessa capacità di tornare a casa dai propri figli dopo aver sterminato i figli degli altri. Non dicevano, infatti, «Ho solo eseguito gli ordini» per giustificarsi i due gerarchi nazisti Hermann Göring e Adolf Eichmann?
Nel film c’è anche qualcuno attraversato da qualche pur labile dubbio: «Io sono andato in Polonia a visitare i campi di concentramento e continuo a credere che i nazisti fossero nazisti», dice un soldato che ammette di aver ammazzato centinaia di civili disarmati: «Solo, mi domando cosa sono io». Bella domanda a cui non è in grado di dare risposta.
In Naza non si parla del fanatismo religioso che pur pervade il sionismo e la convinzione del diritto su una terra loro promessa da Dio. E’ più potentemente: un film sulla banalità del male. Quello compiuto per apatia, obbedienza cieca, tornaconto a tutela del proprio stile di vita agiato a scapito di popoli ritenuti inferiori. Senza farsi domande, essendo stato il tutto legalizzato dal proprio Stato.
Naza è pertanto un film che ci riguarda tutti, perchè riverbera la malattia di noi occidentali: quella di pensare di essere sempre nel giusto a prescindere. Del confondere il potere con il buon senso e la forza con la ragione. Senza mai interrogarsi sulle conseguenze delle proprie azioni e relative responsabilità. Del pensare che sia sempre qualcun altro a causare i problemi. Che noi siamo i buoni e gli altri sempre i cattivi (l’ayatollah, il dittatore nordcoreano, il terrorista islamico  o l’oligarca russo). Mica noi che chiudiamo gli occhi sul genocidio palestinese e facciamo affari con Israele come se nulla stesse accadendo, che ubbidiamo a uno che bombarda mezzo mondo e  rapisce i capi di stato per accaparrarsi le loro riserve petrolifere, che affama da decenni-solo perchè non si sottomette al suo Paese- una piccola isola nel suo cortile di casa. Insomma, Naza è un film su di noi che ci voltiamo dall’altra parte. Sul livello pericoloso della nostra perdita di empatia ed umanità.  Sulla apatia che ci porta ad affidarci ciecamente e pigramente del sistema costituito, invece di combatterlo quando è palesemente ingiusto. Andate a vederlo, cerchiamo di preservare quella umanità che solo può salvarci prima di cadere definitivamente nel baratro. Cacciare via dal nostro orizzonte la guerra deve essere la priorità assoluta. Per non farci degradare nella disumana normalità di quegli uomini che vedrete in Naza.  Non si può rimanere umani e crearsi nemici da combattere e sterminare. Dalla visione del film si esce con l’amaro in bocca e la ulteriore convinzione che ad alimentare l’antisemitismo sia proprio questa disumanità che viene praticata incredibilmete in modo così deliberato proprio da chi, storicamente, non avrebbe mai dovuto. E pensavamo, potuto!

Vito Bubbico
Vito Bubbico
Iscritto all'albo dei giornalisti della Basilicata.
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