Essere o non essere… e con un William Shakespeare sempre di moda, soprattutto oggi che i massacri criminali in corso a Gaza e in Ucraina, con tanto di responsabili che meritano la corte marziale senza appello, e di irresponsabili che allineati e coperti ( ci sono anche Il BelPaese ed Europa) hanno favorito finora con silenzi -assensi la lunga scia di sangue approdata anche nel dibattito sui temi generali della Biennale del cinema di Venezia. La cultura non dovrebbe essere strumentalizzata, ma cosi fa a tacere e a ripetere che ‘’Lo spettacolo deve continuare’’?. E allora ‘’il suo nome era Amleto’’ del regista German Sadcherikov apre al beneficio del dubbio su esistenza e resistenza, tra buoni sentimenti e l’irruenza di quanto c’è dentro di noi e fuori di noi. Armando Lostaglio, ormai parte integrante della storia del festival del cinema di Venezia, ce ne traccia una sinossi di impronta teatrale, visti gli spazi ristretti in cui si muovono gli attori, e con riferimenti cinematografici felliniani di un 8 e mezzo in bianco e nero. E il dilemma continua…

Il suo nome era Amleto (Ego zvali Gamlet) del regista German Sadchenkov
di Armando Lostaglio
In concomitanza con la 82. Mostra Internazionale del Cinema di Venezia viene proiettato il film Il suo nome era Amleto (Ego zvali Gamlet) del regista German Sadchenkov. Il lavoro è una produzione cinematografica dell’Uzbekistan, la BWG Blue White and Green Production di Ruslan Saliev. E’ un’opera ambiziosa, dunque: cimentarsi con i classici, reinterpretarli in chiave contemporanea è operazione apparentemente rischiosa, ma se girati bene possono approdare a letture innovative quanto persino didattiche. Gli attori sono ben diretti, Ofelia (Nastasya Kerbengen), lo spirito di Ofelia (Marifathon Umarova), Orazio (Tatiana Grigorieva) si muovono in spazi claustrofobici con cromatismi cangianti, spesso caravaggeschi, volti a sottolineare latenti angosce ed una ricerca di affermazione che riflette il transfert da Amleto (Mikhail Safronov) al regista del film. Il protagonista è appunto un regista teatrale in crisi creativa, dal richiamo vagamente felliniano di “8 1/2”. Le opere innovative restano complesse ed inesplicabili per un pubblico comune e non trovano più riscontri. E tuttavia, il protagonista si imbatte con un mondo artistico che tende alla deriva, scarsità di idee originali dove “non ci sono eroi in carne e ossa, veri cattivi o sentimenti autentici”. Pertanto, la sceneggiatura evoca i classici, tange Platone e chiude con il dantesco “riveder le stelle”. Un gioco delle parti che il protagonista induce, con lo spettatore, ad immergersi nelle profondità del proprio inconscio. Venezia, nella sua lunga e gloriosa storia, si è anche cimentata con Amleto: nel 1990 vinse il Leone d’oro Rosencrantz e Guildenstern sono morti (Rosencrantz and Guildenstern are dead) una commedia dal sapore amaro, legata al teatro dell’assurdo e all’esistenzialismo, scritta e diretta dal commediografo inglese Tom Stoppard. Presidente di Giuria era il grande Gore Vidal, che impresse un tenore forse fin troppo intellettuale alla Mostra, raramente replicata nelle edizioni successive.
