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”Fino all’ultimo respiro” al ”Guerrieri” ricordando la Nouvelle Vague

Se ne avete sentito parlare o vi incuriosisce cosa hanno fatto, lasciato i maestri del cinema francese alla fine degli anni ’50, con quel bianco e nero essenziale, protagonisti e storie narrate, sulle tracce dell’avventura, dell’insofferenza e della libertà e allora non potete perdervi la proiezione del film di Jean Luc Godard ” Fino all’ultimo respiro”, emblema della rivoluzionaria del cinema francese della Nuovelle Vague (La Nuova Ondata), in programma l’8 aprile al cinema comunale ”Guerrieri” per la rassegna dell’associazione ”Cinergia”. Un film dall’adrenalina costante, con un ritmo ben dosato e che riserva improvvise accelerate e frenate che fanno riflettere. Buona visione.

Mercoledì 8 APRILE NOUVELLE VAGUE – FINO ALL’ULTIMO RESPIRO
Cinema: Cinema Guerrieri Matera
Data: Mercoledì 8 APRILE
-Film:NOUVELLE VAGUE
Orari:17.30 – 21.30
-Film:FINO ALL’ULTIMO RESPIRO
ORE: 19.30
Biglietto singolo film € 6,00
Biglietto due film € 10,00
Informazioni
RECENSIONE – NOUVELLE VAGUE
1959. La nouvelle vague impazza a Parigi e i primi film girati dai suoi esponenti François Truffaut e Claude Chabrol raccolgono un plauso unanime. Manca solo a Jean-Luc Godard di passare dietro la macchina da presa, ma si convince a farlo e trova l’aiuto del produttore Beauregarde. Ne nascerà ‘Fino all’ultimo respiro’, film-simbolo della nouvelle vague, destinato a cambiare per sempre la storia del cinema. Chi pensa che Richard Linklater sia solo un regista texano con un penchant per il romanticismo avrà modo di ricredersi con questo appassionato omaggio a un momento-chiave della storia del cinema. La cinefilia di Linklater, onnivora e maniacale, è d’altronde stata la spinta primigenia del suo debutto da regista indipendente, e il nostro se ne ricorda nel ritratto di un altro esordio, quello prototipale e indimenticabile di Godard con ‘Fino all’ultimo respiro’, delizia di ogni ‘film buff’ degno di questo nome. Girando per la prima volta in francese e con un cast quasi interamente transalpino, Linklater si dimostra a suo agio nel vestire i panni del narratore asettico, interessato innanzitutto a intrattenere, con garbo e humour, senza mai pontificare. La ricostruzione dell’atmosfera di quegli anni è meticolosa e irripetibile, rispettosa della materia trattata ma umile nell’approccio, senza voler inseguire discorsi concettuali o sperimentalismi, come sarebbe potuto avvenire nelle mani di uno dei molti emuli di Godard, che del maestro hanno ereditato solo l’egocentrismo. Linklater passa in rassegna i volti noti e meno noti di quel mondo – Claude Chabrol, François Truffaut, Jacques Rivette, Robert Bresson, Agnès Varda, fino a Rossellini, Bresson e Melville – affidandone il ruolo ad attori poco conosciuti e talentuosi, che insistono sulla mimesi interpretativa senza mai eccedere. Il volto più noto è quello di Zooey Deutch, che rende bene le contraddizioni di Jean Seberg e prova a uscire dall’idea che abbiamo di lei, alimentata dal suo tragico epilogo. Qualche semplificazione è inevitabile, così come qualche ripetizione ad uso e consumo di un target che potrebbe conoscere poco o nulla della storia raccontata – la trimurti Godard-Truffaut-Chabrol enunciata pedissequamente a ogni occasione, i giochi di parole su ‘dégolas’ – ma è un piccolo compromesso, necessario per poter gestire l’equilibrio tra alto e basso e rivolgersi ai non iniziati. La sceneggiatura ribadisce più volte come immaginare senza vedere alimenti il desiderio e il mistero e infatti Linklater costruisce un film intero sul fuoricampo, su ciò che non si è visto, e che presumibilmente è avvenuto, sul set di All’ultimo respiro. Tra una scena e l’altra, in momenti strappati alla quotidianità, che restituiscono a Godard e Truffaut una natura umana e non agiografica, quella di due amici sinceri, seppur non immuni da gelosie e invidie. Linklater si limita a raccontare una storia esemplare nel più naturale dei modi possibili, senza inseguire cerebralismi o sperimentazioni, cercando di cogliere quella leggerezza di spirito che era propria della nouvelle vague originaria, assai più del “manzonismo degli stenterelli” che si è protratto fino ai giorni nostri. Ma il far sembrare questa operazione più semplice di ciò che non sia è indice della grandezza del narratore, anziché di suoi presunti limiti.

RECENSIONE:FINO ALL’ULTIMO RESPIRO
Michel Poiccard ruba un’automobile a Marsiglia e poi uccide un poliziotto che lo stava inseguendo. Arriva a Parigi e rivede Patricia, una studentessa americana di cui è innamorato e con cui vorrebbe condividere la sua vita spericolata. Intanto le forze dell’ordine gli danno la caccia e lui capisce che gli stanno alle costole dopo che la sua foto compare su “France Soir”. Cerca di così di fuggire cercando di portare con sé la ragazza in Italia. Patricia però decide di non seguirlo e alla fine lo denuncia alla polizia. Ci sono film nella storia del cinema che segnano una svolta decisiva e restano immortali. ‘Fino all’ultimo respiro’ è uno di questi. Considerato il manifesto della Nouvelle Vague, realizzato un anno dopo ‘I 400 colpi’, ‘Hiroshima mon amour’ e ‘Il segno del leone’, nato da un soggetto di François Truffaut, ha messo in gioco tutta la passione cinefila dei critici dei Cahiers di cinéma passati dietro la macchina da presa (oltre Godard, anche Truffaut, Rohmer, Chabrol e Rivette) e la loro ribellione alle regole e alla tradizione. Jean-Paul Belmondo, con cappello in testa, sigaretta e occhiali da sole già è un’icona così come Jean Seberg con la maglietta bianca con la scritta “New York Herald Tribune” e le copie del giornale in mano. La loro immagine può essere immortalata in un film, in una foto, in un dipinto, raccontata in un libro, essere al centro di una canzone. Per questo ogni visione di ‘Fino all’ultimo respiro’ ha lo stesso effetto di quando si va a rivedere una mostra di Picasso o un concerto dei Rolling Stones dove si aspetta che cantano I Can’t Get No (Satisfaction) o You Can’t Always Get What You Want. Per il primo lungometraggio di Godard avviene la stessa cosa. Ci sono delle battute che diventano ancora una canzone che negli anni è ancora più bella: “Se non vi piace il mare, se non vi piace la montagna, se non vi piace la città…”. Entrano in gioco l’amore per il noir e il poliziesco americano nella vicenda anche nella destrutturazione del genere, nell’inseguimento disperato e romantico di Michel che per sfuggire alla polizia si fa chiamare László Kovács che è lo stesso nome del personaggio interpretato da Belmondo in ‘A doppia mandata’ di Chabrol e, profeticamente, quello di uno dei più importanti direttori della fotografia della New Hollywood. Ci sono Preminger (il manifesto di ‘Il segreto di una donna’ con Gene Tierney e Richard Conte) e soprattutto Bogart con la locandina di ‘Il colosso d’argilla’ che è proprio l’ultimo film del grande attore statunitense e che in ‘Fino all’ultimo respiro’ è anche fantasma che accompagna il protagonista verso la morte. Poi c’è il linguaggio rivoluzionario: gli sguardi in macchina di Michel e Patricia che creano una sospensione narrativa e, idealmente, vogliono far entrare dentro il film lo spettatore con cui dialogano; l’utilizzo della luce naturale della fotografia di Raoul Coutard; i jump-cut, irregolare stacco di montaggio nella parte centrale dell’inquadratura; il dialogo in una stanza dei due personaggi principali che potrebbe proseguire all’infinito. È stato realizzato 61 anni fa, poteva essere girato anche ieri. Una danza dove entrano in gioco citazioni dirette, dalla ragazza con i Cahiers du cinéma a Le palme selvagge di Faulkner, al disco di Bach alla musica di Mozart. Compaiono il regista Jean-Pierre Melville nei panni dello scrittore Parvulesco e lo stesso Godard, improvvisa apparizione hitchcockiana, nei panni di un passante che ha riconosciuto Michel e fa la spia alla polizia. Si può continuare a fare critica cinematografica anche dopo che si è diventati registi. E viceversa. Per questo ‘Fino all’ultimo respiro’ resterà per sempre libero e rivoluzionario con Godard che ha lo stesso impatto di una rockstar.

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