E le proiezioni dei film ”Union Town” di Barbara Kopple e Un bon petit soldat”di Stephane Brizé, visti e analizzati, da Armando Lostaglio alla mostra del cinema di Venezia sono la conferma che l’attualità e la capacità di analisi vanno oltre gli stereotipi, i luoghi comuni e, purtroppo, il comune sentire su Paesi e società coperti dalla grigia patina guerrafondaia che affonda diritti, libertà che annienta o nasconde tante situazioni di cui vergognarsi. E’ il ruggito del Leone di Venezia, che avanza baldanzoso dal red carpet della laguna alla savana dei tanti teatri e piazze di conflitti e non solo di guerra.

Union Town di Barbara Kopple
di Armando Lostaglio
Non è vero che ci sia solo l’America delirante quotidianamente raccontata dai media, quella di un folle avido di potere e tutto quello che ne consegue. C’è un’altra America, che forse non fa notizia, ma che grazie al buon cinema (e a chi lo mette in luce, come Venezia) sa cercare di restituirsi dignità, a partire dal mondo del lavoro che cambia, che produce nuovi modelli di sfruttamento, cui si frappongono solidarietà e forza sindacale.
“Il mio percorso nel cinema è iniziato con il tema del lavoro. Poco più che ventenne, ho avuto la straordinaria opportunità di vivere per due anni accanto ai minatori in sciopero della contea di Harlan, nel Kentucky, e di documentarne la lotta. Sono rimasta profondamente colpita da quelle persone, disposte a mettere a rischio il proprio sostentamento in nome della dignità e della giustizia. Le loro storie erano ignorate dai media tradizionali: erano gli invisibili, coloro che, con il proprio lavoro, sostenevano la promessa americana di uguaglianza e prosperità per tutti, pur restandone esclusi.”
Dopo Harlan County U.S.A. e American Dream, il film Union Town completa la trilogia di Barbara Kopple dedicata ai diritti dei lavoratori. Il film segue il settore delle consegne dell’ultimo miglio a New York, mettendo in luce il ruolo fondamentale di chi vi opera in un momento di straordinaria rinascita del movimento sindacale nella più grande metropoli degli Stati Uniti. Attraverso le lotte sindacali all’interno di UPS, Amazon e della rete di rider delle piattaforme digitali, Union Town restituisce un ritratto del lavoro contemporaneo e delle nuove forme di organizzazione collettiva.
Un bell’esempio di fare cinema dal basso, dagli ultimi, dai trascurati e invisibili. Scuola Ken Loach.

>> Un bon petit soldat”di Stephane Brizé
>> Il lavoro come violenza nel mondo contemporaneo
Di Armando Lostaglio
“La rabbia dei film precedenti ha lasciato soazio al disgusto, di fronte ad un sistema che ignora la sofferenza dei lavoratori”. È un duro attacco alla spersonalizzazione da lavoro il film in concorso a Venezia “Un bon petit soldat” diretto con estrema maestria dal francese Stephane Brizé. Il regista ha alle spalle 14 film da regista e da sceneggiatore, 6 da attore, 15 premi e 30 nomination. È un profondo conoscitore e indagatore del mondo del lavoro francese, che ha portato sul grande schermo gia in precedenza. E dunque continua nella sua brillante e meritoria vivisezione con questo suo ultimo “Un Bon Petit Soldat”.
Lo psicanalista Christophe Dejours ha dedicato gran parte delle sue ricerche ai meccanismi di assoggettamento nel mondo del lavoro. Descrive
il luogo come un ambiente colmo di regole; la protagonista, è una donna che lavora instancabilmente, e che riesce a eccellere malgrado la poca fiducia in se stessa. E forse proprio per questo la sua condizione di assoggettamento nasce in parte dalla sensazione di non essere pienamente legittimata nel ruolo che ricopre, nonostante il suo talento e la sua capacità di lavoro.
La protagonista è Alba Rohrwacher, una eccellente interpretazione in un francese impeccabile (sebbene resti immutabile il suo atteggiamento facciale), capace quindi di fondere nel suo tormento la madre separata di un bambino alle elementari, e il ruolo responsabile di risorse umane in un importante istituto assicurativo. Il film ha un ritmo di grande efficacia, interpretato da attori di livello. Il lavoro com’è, rimane il solo veicolo per sopravvivere, ma spesso è motivo di malessere e di alienazioni nel mondo contemporaneo. Per una donna, poi, alle prese con la propria femminilità, con il suo essere madre e moglie, questo sistema la induce a ulteriori perversioni, nella obbedienza ad un mondo sempre più vorace, cattivo, e nel quale la protagonista mutua la sua predominanza dall’ufficio alla famiglia. Un disfacimento di valori e di umanita, insomma. È quanto prevedeva qualcuno, in ottiche diverse due secoli fa?
