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Berlinguer al cinema. Ma nella realtà, oggi, veri segretari di partito nemmeno l’ombra!

Giovedì 31 ottobre è la data in cui verrà distribuito nel sale italiane il film di Andrea Segre dedicato ad Enrico Berlinguer, indimenticato segretario del partito comunista italiano, dal titolo: “Berlinguer. La grande ambizione.” Della pellicola, comunque, se ne parla già tanto essendo stata presentata in anteprima alla apertura della Festa del Cinema di Roma (16-27 ottobre). Chi l’ha visto, ha scritto che la pellicola inizia con una citazione del fondatore del PCI, Antonio Gramsci: “Di solito si vede la lotta delle piccole ambizioni, legate a singoli fini privati, contro la grande ambizione, che è indissolubile dal bene collettivo”, quanto mai adatta ad introdurre la tensione ideale e morale di Berlinguer ma, purtroppo, anche tremendamente attuale al cospetto delle miserie in cui è precipitata la politica che ci circonda, anche in ambito locale. Con la vicenda comunale di Matera ad esempio (ma non solo e solo in ordine di tempo) che vede essenzialmente l’esaltarsi proprio di quella “lotta delle piccole ambizioni, legate a singoli fini privati“, a fronte di un completo azzeramento di qualsiasi ambizione verso il bene comune. Una deriva ineluttabile dopo la colpevole rinuncia consumata nel tempo, anche dagli eredi di quella epopea berlingueriana, a mantenere in vita e radicato sul territorio quello strumento (non a caso previsto nella Costituzione) di partecipazione, elaborazione politica e culturale, capace di selezionare vere classi dirigenti che era il “Partito“. E quando cerano i partiti veri, avevano a capo anche segretari (di sezione, provinciali, regionali e nazionali) veri. Che contavano davvero, perchè loro rappresentavano quella comunità che si riconosceva nei valori e nella linea politica di quel partito e che ne garantiva il rispetto da parte degli iscritti, compreso gli eletti ai vari livelli istituzionali. Per dare il senso di quanto affermato e far comprendere la gerarchia dei ruoli, citiamo sempre l’esempio di un consigliere regionale lucano del PCI (poi divenuto anche presidente della giunta regionale) che si dimise quando fu eletto alla carica di segretario provinciale materano. Il governo e la cura della ricchezza di quella comunità umana e politica che si riconosceva nel “partito” era considerata una cosa molto preziosa. Da curare a tempo pieno. Ora? Qualcuno sa dire chi è il segretario provinciale di un qualsiasi partito? E’ a conoscenza di qualche pur minima attività pubblica di queste entità (che pur esistono sulla carta)? Immaginiamo di no. Semplicemente perchè quelli di oggi sono solo dei simulacri che si definiscono ancora “partito” per mera convenzione. Chi ricopre la carica di segretario, appare sempre di più essere lì collocato solo per presidiare una poltrona molto utile al momento delle candidature. E si perché tutto oggi si risolve intorno agli eletti. Sono loro i tanti piccoli “partiti” che convivono l’un contro l’altro armati in un contenitore vuoto di ideali, di linea politica, di identità e di qualsiasi iniziativa tra i cittadini. Pensiamo alla guerra! Pensiamo alla finanziaria! Pensiamo alla decisione shock di andare da un notaio per interrompere la vita della amministrazione della propria città. Nulla che sembra meriti una qualsiasi forma di coinvolgimento, di discussione pubblica. E che ci stanno a fare, dunque, questi presunti “segretari” e presunti “partiti” di utile per la collettività? Nulla che somigli a quello che dovrebbe essere. Al massimo qualche comunicato, sicuramente le campagne elettorali. Perchè meravigliarsi che gli elettori non vanno più a votare, non riconoscendosi in nessuno dei soggetti in campo? Problema che non sembra preoccupare molto, in verità. Pur rendendo in tal modo evidente che la democrazia non può esaurirsi nell’urna. Per cui non può essere derubricata a mera nostalgia per la forma di “partito vero” che la nostra democrazia ha sperimentato efficacemente, il ricordare che è proprio l’assenza di queste palestre la causa primaria della deriva di partecipazione civile ed elettorale che stiamo vivendo. Tornando al film su Berlinguer, sembra che sia proprio la nostalgia, l’emozione più suscitata durante la sua visione. Per come si avverte ancora oggi l’assenza di una figura della statura di quello che fu il “segretario” per antonomasia, capace di tenere tutto insieme e di guardare oltre gli ostacoli provenienti tanto da Est quanto da Ovest dentro a quello che fu il più grande Partito Comunista d’Occidente. Un partito che contava oltre un milione e mezzo di iscritti ed è arrivato ad ottenere il 34% di voti. Un partito che pur non essendo andato mai al governo ha contribuito, dall’opposizione, con proposte e lotte a far raggiungere traguardi e conquiste epocali per gli interessi dei lavoratori e di tutti i cittadini italiani. Oggi l’ossessione è che bisogna vincere alle elezioni. A tutti i costi. Per fare cosa?Boh, poi si pensa. Prima i candidati e poi un qualsiasi programma. Per cui si candida nelle liste chiunque porti voti, anche se non ci azzecca nulla con quel simbolo e ciò che si dice di voler rappresentare. Simboli sempre più simili a loghi commerciali e per questo oggetto ciclicamente di restyling, spesso contenenti il nome del leader dentro. Ve lo immaginate il simbolo del PCI con il nome di Berlinguer? No! Semplicemente perchè quella politica era fuori da ogni logica personalistica. E allora, che fare? Non c’è una ricetta che possa far pensare alla ricostruzione in tempi brevi di soggetti simili. Impresa molto, ma molto più difficile che distruggerli. Al momento, comunque, chi è interessato alla buona politica può guardare a questi esempi -mica poi così lontani da noi- studiarli e provare a trarne insegnamento per migliorare il modus operandi attuale. Anche la visione di questo film potrebbe far bene allo spirito, considerato che sembra “sia stato costruito guardando più al modello di cinema militante di Francesco Rosi che non a quello psicanalitico di Marco Bellocchio per quanto riguarda la rilettura storico-politica“. Per cui, il racconto che Segre fa di Berlinguer, sembra che sia certamente un omaggio al grande statista nel quarantennale della sua scomparsa, ma anche un buon esempio di cinema didattico su un frangente essenziale della nostra Storia da portare alle nuove generazioni contemporanee e a chi se ne fosse dimenticato. Perchè il film, leggiamo, non è la ricostruzione biografica di Berlinguer, “bensì il racconto appassionato del suo agire dal 1973 al 1978, e ancor più precisamente in quel biennio del ’75-76 che espresse il cuore del pensiero berlingueriano, nell’estenuante determinazione a costruire la sua grande ambizione, ovvero il compromesso storico con la DC di e con Aldo Moro.” Una necessità maturata dopo il golpe cileno che abbatté sanguinosamente il legittimo governo del socialista Salvador Allende da cui arrivava chiaro il segnale che mai gli USA avrebbero consentito l’andata al governo dei comunisti in Italia, anche se con ampio voto popolare. La Storia (con il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro) segnò il triste epilogo di un’ambizione che rimase un’utopia irrisolta. La grande ambizione si legge che “si  concentra con rigore e filologia sulla voce concettuale e popolare di Berlinguer, la cui attività politica espressa nelle frequentazioni del mondo operaio-proletario, le sedute parlamentari, le assemblee di partito, (più interessanti di tutto) i viaggi bulgari e russi (il suo intervento al Cremlino è di grande impatto sia cinematografico che politico) e i due incontri privati con Aldo Moro (mai messi in scena precedentemente in un film) si alterna al ricco materiale di repertorio, spesso accompagnato da musica malinconica, a suggellare il carattere nostalgico del film.” Comunque sia, varrà sicuramente la pena andare a vederlo in sala, non fosse altro per gettare un poco di miele sulle delusioni di questa triste stagione politica. Soprattutto per chi, seppure giovanissimo come chi scrive, quella stagione l’ha vissuta in prima persona.

 

Vito Bubbico
Vito Bubbico
Iscritto all'albo dei giornalisti della Basilicata.
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