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Tito area Sin senza bonifica da 25 anni. Arriva commissario e con tanti paradossi

‘’ Ma dove vi avviate ?…’ dice Pietro Simonetti che ancora una volta ha messo il dito nella piaga sui ritardi nella mancata bonifica dell’area industriale di Tito ( Potenza), che festeggiano ( si fa per dire) le nozze d’argento con l’inconcludenza dello ‘’stiamo facendo, faremo’’ ma nei fatti non è cambiato nulla. Nel frattempo il governo ha mandato un commissario, il generale dei Carabinieri Giuseppe Vadalà, che si è occupato della bonifica della terra dei fuochi in Campania. Una conferma che la situazione è ferma a 25 anni fa e che le tante emergenze dell’area, in attesa di essere risolte. Problemi che devono tenere conto della rete idrica del fiume Basento e della peculiarità dei luoghi. Un intervento di sostenibilità dai costi e dai tempi di esecuzione che non sappiamo, che avrebbero dovuto far posto almeno in parte al Green Digital Hub. Anglicismi di moda a parte, che prendiamo sempre con le pinze come il ‘’latinorum’’ dell’avvocato Azzeccarbugli di manzoniana memoria, quel progetto- tradotto in italiano- sta per Polo ambiente digitale con tutto quanto comporta con la filiera che fa rima con innovazione e rigenerazione. Con tutti questi chiari di luna il ‘’ Ma dove vi avviate ?’’ ‘’Ddo’ v’avviat ?’’ tradotto in dialetto ci sta per i paradossi dell’operazione, che eredita errori e ritardi del passato. Eppure c’era un Consorzio per lo sviluppo industriale, carico di debiti da sempre e in liquidazione coatta e amministrativa , finito nella società in house della Regione Basilicata Apibas s.pa. Altro capitolo di una politica industriale da bonificare…

LE RIFLESSIONI DI PIETRO SIMONETTI
Green Digital Hub, il paradosso di Tito: quando la narrazione supera la realtà
:nessuna bonifica da 25 anni per la Sin di Tito.
La bonifica della sito della liquichimica e stata decisa con un decreto nei 2001.Sono trascorsi 25 anni,solostudi,consulenze e rinvii. Alla Liquichimica si sono aggiunti altri siti a partire dalla Daramic e solo da quattro giorni il Governo ha dovuto nominare Il Generale Giuseppe Vadalà come Commissario straordinario.L’Assessore all’ambiente della Regione ha applaudito non capendo che siamo stati omologati alla terra dei fuochi.Intanto ritardi nella Valle de Basento e nulla per la bonifica della ex Pamafi di Maratea dopo che sono scaduti i termini della diffida effettuata a dicembre dello scorso ai commissari liquidatori,intato in Consiglio Regionale se accumulano le carte di mozioni e ordini del giorno
Dei ritardi e delle inadempienze vengono condizionati i progetti di riutilizzo dei siti.

C’è un filo rosso che attraversa quarant’anni di politiche pubbliche in Basilicata. Parte dalla ricostruzione dopo il terremoto del 1980 e la rinascita culturale con la creazione dell’ Università, passa per la valorizzazione del patrimonio e arriva oggi alla retorica della transizione green e digitale. È un filo fatto di grandi promesse, linguaggi efficaci e risultati spesso più deboli delle aspettative.
Il caso del Green Digital Hub di Tito Scalo si inserisce perfettamente in questa traiettoria. Sulla carta, il progetto era ambizioso: 55 milioni di euro, una rete ampia di partner – dal Consiglio Nazionale delle Ricerche all’Università della Basilicata, cluster e imprese – e l’obiettivo di creare un polo avanzato per l’innovazione ambientale, il digitale e l’osservazione dei rischi naturali. Un’iniziativa perfettamente allineata con le priorità nazionali ed europee.

Eppure, proprio questa perfezione formale solleva più di una domanda.
Il nodo centrale riguarda l’area su cui il progetto insiste: circa 56.000 metri quadrati nella zona industriale di Tito, ricadenti in un Sito di Interesse Nazionale e quindi soggetti a bonifica della falda. Un passaggio complesso, con tempi incerti e iter autorizzativi articolati, che non dipende direttamente dai soggetti proponenti.
In altre parole, la realizzazione del progetto è legata a una condizione preliminare tutt’altro che scontata. E tuttavia, questa criticità è stata presentata come un punto di forza: la riqualificazione di un’area degradata.
Risultato: finanziamento assegnato ma poi revocato poiché inattuabile.
E il quadro si complica ulteriormente se si guarda al contesto idrico. L’area industriale di Tito è inserita in un sistema ambientale delicato, con connessioni dirette tra il fiume Tora e il Basento. Durante la crisi idrica del 2024, proprio il Basento è stato utilizzato, in deroga emergenziale, per garantire l’approvvigionamento a circa 140 mila cittadini.
Questo significa che lo stesso territorio oggetto di interventi di bonifica e rilancio è parte integrante del sistema idrico utilizzato in condizioni di emergenza.
Il risultato è un cortocircuito evidente: si progettano hub per il monitoraggio dei rischi e la resilienza ambientale mentre, nello stesso tempo, si finisce fagocitati a gestire criticità strutturali con soluzioni emergenziali.

Non si tratta di mancanza di dati o competenze. Il problema è un’altalena tra conoscenza e velleità, nella difficoltà di trasformare enunciati di obiettivi in decisione e intervento.
Questo schema non è nuovo. L’Università della Basilicata nasce proprio come risposta al terremoto del 1980, con l’obiettivo di sostenere lo sviluppo del territorio. I Sassi di Matera sono diventati simbolo internazionale di rinascita culturale, culminata con Matera 2019. Ma i risultati concreti sono ancora oggetto di analisi. Oggi il Green Digital Hub rappresenta la nuova promessa di innovazione.
Tre stagioni diverse, ma una dinamica simile: forte capacità di costruire narrazioni, più debole capacità di produrre trasformazioni strutturali.
La stessa zona industriale di Tito racconta questa storia. Nata con le politiche di reindustrializzazione post-terremoto (Legge 219), come molte altre aree industriali della Basilicata, ha visto alternarsi esperienze produttive spesso incompiute o problematiche, come i casi della Liquichimica, della Firema e dell’area Daramic.
Oggi, a questa eredità si sovrappone una nuova economia fatta di progettazione e bandi. Un sistema fluido, forse autoreferenziale, che intercetta risorse ma fatica a tradurle in impatti reali.
Il paradosso di Tito è tutto qui: un territorio simbolo di innovazione che resta fragile.
E mentre si prepara il prossimo bando, la domanda resta aperta: la Basilicata riuscirà a trasformare le sue narrazioni in risultati concreti?
Intanto circa cento capannoni,valore 200 milioni, rimahgono inutizzati e sono preda di furti e uso per deposito di rifiuti.
Apibas non ha cocluso da anni la liquidazione dell’Asi di Potenza,niente Piano qualificazione degli agglomerati ne appalto dei servizi,se occupa di gas.Nessuna politica industriale e perdita di posti di lavoro.Solo alla Stellantis meno 3500 posti di lavoro per uscite inecntivate.
A livello sindacale si vagheggia di una Vertenza Basilicata che dovrebbe aprire Bardi.

CSERES
Pietro Simonetti.

ATTESA ANCHE PER LA VALBASENTO

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