Saverio Castoro continua a lavorare di incisivi…erodendo alla base i tronchi della memoria per costruire dighe improvvisate lungo un fiume naturale alimentato da una energia cinetica, che non ignora sole, vento, fuoco che viene dalle viscere della terra e propellenti ”fossili” come il petrolio che hanno fatto e continuano a fare le fortune delle grandi potenze, a cominciare da Paesi guerrafondai come gli Stati Uniti, senza dimenticare gli appetiti di Russia, Cina,Inghilterra, Francie e dell?Italia che vanta una lunga tradizione con la compagnia del cane nero a sei zampe. Saverio Castoro che alla tutela dell’ambiente ci tiene e con tante esperienze pratiche per l’impiego di energie alternative ( a Matera è stato il pioniere delle comunità energetiche) ha tirato fuori considerazioni ante covid, di febbraio 2020, e di stretta attualità. Rileggerle serve a capire che si è perso tempo, che la Terra e il Pianeta si riprende tutto con gli interessi con i contraccolpi del cambiamento climatico. Chi l’avrebbe immaginata la tromba d’aria, fresca fresca, a Policoro nel primo pomeriggio del 2 settembre? Eravamo fermi agli scatti di Gaetano Plasmati nei Paesi asiatici devastati dai monsoni. Il re petrolio ha perso la foglia di fico, con tutti gli interessi, le speculazioni e i conflitti che si porta dietro. Che facciamo? Scegliamo una svolta, passiamo un compromesso o ci becchiamo devastazioni e lutti? Le conferenze internazionali sul clima hanno confermato che la lobbye di mister Oil, il petrolio è ancora forte e che la trazione ibrida con petrolio ed elettrico sono facce della stessa medaglia.

LE RIFLESSIONI AMARCORD DI SAVARIO CASTORO
Il petrolio è il re. Il re è nudo.
Una riflessione che ritorna.
(febbraio 2020 – settembre 2026)
Chi si batte per la crisi climatica: sciopera a scuola, manifesta nelle strade, blocca l’estrazione di carbone, gas o petrolio, impedisce la costruzione di oleodotti, assume uno stile di vita ecologico per ridurre le proprie emissioni, blocca il progetto di una pista di plastica su una montagna o semplicemente parla dell’emergenza climatica ogni volta che ne ha l’opportunità, in buona sostanza, chiede alle compagnie di combustibili fossili di rinunciare a 20 trilioni di dollari ( John Fullerton, ex amministratore delegato di JP Morgan).
Una cifra irreale.
Secondo Carbon Tracker, un team di esperti finanziari, energetici e legali, se si vorrà mantenere la temperatura del nostro pianeta nel range tra 1,5° e 2° si dovranno lasciare sottoterra l’80% degli assets delle major fossili, ovvero 2230 miliardi di tonnellate di CO2, ovvero l’industria fossile dovrà rinunciare a tre quarti del suo valore già contabilizzato nel sistema finanziario.
Una vera e propria espropriazione!
Secondo il redattore di The Nation, Chris Hayes, una simile “rivoluzione” non ha precedenti se non nella Guerra Civile Americana.
“Evitare il disastro planetario significherà costringere le compagnie di combustibili fossili a rinunciare ad almeno 10 trilioni di dollari in ricchezza.” (maggio 2014)
https://www.thenation.com/article/archive/new-abolitionism/

Il sentimento di rabbia e paura che deve aver scosso gli Stati del Sud dopo l’interdizione della schiavitù e la Proclamazione di Emancipazione di Abraham Lincoln potrebbe essere lo stesso che avverte l’industria dei combustibili fossili nei confronti di chi la minaccia di divieto di combustione di carbone, gas e petrolio.
“Il lavoro degli schiavi era il fondamento di un prospero sistema economico nel sud”.
Quando il senatore degli Stati Uniti, James Henry Hammond, esclamò nel 1859: “Non osate muovere guerra al cotone. Nessuna potenza sulla terra osa muovergli guerra. Il cotone è il re.”, nessuno si alzò per contestare il punto.
“Nel 1805 c’erano poco più di un milione di schiavi per un valore di circa 300 milioni di $; cinquantacinque anni dopo c’erano quattro milioni di schiavi per un valore vicino ai 3 miliardi di $. Negli 11 stati che alla fine formarono la Confederazione, quattro persone su dieci erano schiave nel 1860 e queste persone rappresentavano più della metà del lavoro agricolo in quegli stati.
Nelle regioni del cotone l’importanza del lavoro degli schiavi era ancora maggiore. Il valore del capitale investito negli schiavi equivaleva approssimativamente al valore totale di tutti i terreni agricoli e fabbricati agricoli nel sud. Sebbene il valore degli schiavi fluttuasse di anno in anno, non vi fu alcun periodo prolungato durante il quale il valore degli schiavi posseduti negli Stati Uniti non aumentò notevolmente.
Non c’è da stupirsi che i meridionali – anche quelli che non possedevano schiavi – considerassero qualsiasi tentativo del governo federale di limitare i diritti dei proprietari di schiavi sulle loro proprietà come una minaccia potenzialmente catastrofica per l’intero sistema economico.”
Allo stesso modo non dovrebbe apparirci incomprensibile l’indifferenza o la vicinanza dei nostri coetanei alle posizioni di TOTAL, ENI, SHELL,…

L’energia a buon mercato della schiavitù definiva lo stile di vita degli 11 Stati Confederati tanto quanto il petrolio definisce quello dei nostri contemporanei nella nostra civiltà globalizzata.
“In troppi modi, i neri erano le risorse naturali sfruttate a scopo di lucro, proprio come lo sono oggi i combustibili fossili. Peggio ancora: non si è mai fermato.” (Mary Annaïse Heglar)
La fine della schiavitù e l’inizio dell’era dei combustibili fossili sono profondamente sovrapposte e interconnesse. Gli storici dell’energia e del capitalismo razziale evidenziano come il carbone e il petrolio abbiano progressivamente sostituito il lavoro forzato come motore energetico globale.
Una lettura che suggerirebbe come si siano solo sostituite le schiavitù.
Forse il petrolio è più insidioso per quanto rende tollerabili le remore morali di chi beneficia della sua energia.
Il petrolio alimenta interamente il metabolismo della nostra civiltà: Oil is King.
Chi lo può contestare? Sempre meno saranno quelli che questo metabolismo farà prosperare.
“Questi numeri chiariscono che, per l’industria dei combustibili fossili, distruggere il pianeta è il loro modello di business. È quello che fanno.”(Naomi Klein)
Questo settore, e solo questo settore, detiene la forza geologica di cambiare la fisica e la chimica del nostro pianeta e stanno pianificando di usarlo.

Ma adesso che abbiamo un quadro della sfida che affronteremo, per un urgente cambio di paradigma, quale ne sarà il costo?
Affronteremo una guerra totale tra gli stati che possiedono le risorse fossili contro chi possiederà solo il sole e il vento (petrostati contro elettrostati)?
Come dovranno cambiare i nostri Governi per poter affrontare questo cambio di paradigma?
Quali contraccolpi subiranno i nostri scambi commerciali, le produzioni e distribuzione di cibo nelle nostre comunità in questo scenario?


Non sarà un “Cigno Nero” a modificare i nostri stili di vita perché era tutto previsto.
Per 200 anni abbiamo dimenticato quanto l’energia sia la misura fondamentale. Il PIL è solo un modello approssimativo della capacità di un paese di produrla.
Chi tiene il potere decide come produrla.
Continuare a dimenticare i fondamentali negli anni che seguiranno, lasciare che la politica ripeta formule che andavano bene nel secolo scorso o che forse non andavano bene già nel secolo scorso (accise, bonus, condoni, trasferimenti Stato-Enti locali…sempre meno) non porterà vantaggi e le difficoltà dell’accesso a un reddito e la rabbia ci lasceranno solo l’odio.
Il mondo è cambiato più velocemente che in altre ere a causa dell’uomo.
Oggi, non dobbiamo inventare l’energia: abbiamo la tecnologia (solare, eolico, accumuli a lungo termine) che funge da strumento per implementare un nuovo metabolismo.
In passato l’alternativa al petrolio era semplicemente… meno petrolio.
Oggi l’alternativa è un metabolismo energetico completamente diverso.
Il “precedente” dei 200 anni di fossili è stato rotto. Per la prima volta nella storia, la tecnologia per non peggiorare esiste ed è economica, starà a noi diffonderla e renderla partecipata e etica.
