Matera dovrebbe gemellarsi con Torino per aver perso la memoria o fatto poco o nulla verso quell’ingente patrimonio naturale che è il sistema di raccolta delle acque, fatto di cisterne, cunicoli, palombari, grazie al quale nel 1993 a Cartagena (Colombia) i rioni Sassi e l’habitat rupestre furono inseriti – grazie a una relazione dell’architetto Pietro Laureano- tra i beni tutelati dall’Unesco. Citiamo la capitale sabauda,per la celebrità de caso Bruneri- Cannella, incentrato sulla vicenda dello ”smemorato” rinchiuso nel manicomio di Collegno, riconosciuto da una nobildonna come il marito disperso in guerra ma per la Giustizia considerato un truffatore. Per Matera siamo ai ricordi di circostanza ma, fatta eccezione per il Palombaro lungo di piazza Vittorio Veneto e di altre luoghi visitabili in contesti privati tra il Piano e i Sassi, non ci si è preoccupati di attivare percorsi per la città sotterranea. Peccato per l’offerta turistica deve poter contare sulle suggestioni che i luoghi dell’anima di una città antica e millenaria possono dare. Senza dimenticare che una opportunità come quella, sopratutto nelle ore serali, non può che contribuire ad alimentare la permanenza dei visitatori. E questo, se ben organizzato, contribuisce a far crescere non solo il turismo di prossimità, come si ripete a vuoto per far qualcosa che aiuti a superare la crisi da covid 19, ma anche quello di qualità.

Prova ne è l’interessante ed esauriente lavoro, realizzato con tanta passione, da una coppia di professionisti materani – Enzo Viti e Teresa Lupo- che lavora con professionalità e umiltà. Rilievi, dati, foto, riflessioni e riferimenti circostanziati raccolti in ”Palombari-Appunti di Matera sotterranea 1” stampato dalle edizioni Magister di Matera, sono una preziosità che amministratori locali, operatori economici e studiosi dovrebbero leggere e concretizzare in un progetto di valorizzazione dell’offerta turistica locale. Enzo e Teresa hanno incentrato il lavoro, per la collana Matera Sotterranea, sui Palombari, con riferimento a pozzi, cisterne e neviere di Largo Plebiscito.
Un lavoro che affonda le radici, ma è corretto dire ”capta le vene d’acqua” dalla collina del Lapillo dove è il castello Tramontano. Un percorso descritto in prefazione dall’archeologa Isabella Marchetta e incentrato su una ricerca che alla fine ”ha due occhi” che è quella della raccolta attenta dei dati. E quando ci sono riscontri documentali, iscrizioni tufacee, mappe, relazioni e si percorrono – fin dove possibile- i cunicoli di quel formidabile ed efficienti sistema di raccolta urbano delle acque, che hanno dissetato per decenni i materani fino alla realizzazione degli acquedotti, significa che quel lavoro è stato realizzato con passione e competenza. La sequenza di foto e disegni, che incuriosirebbero chiunque, rende omaggio all’ingegno degli uomini del passato per quelle opere idrauliche, che non sprecavano nemmeno un goccio d’acqua. Canali di raccolta, griglie, nicchie con fori di drenaggio,locali di decantazione e purificazione, torrini di sfiatamento e ispezioni, ma anche archi murati, cisterne e altri ambienti come fondaci, concerie,cantine, neviere, chiese che sorgevano intorno al sistema ipogeo di raccolta delle acque, quei grandi serbatoi di acqua potabile conservati nei palombari. Curiosità tante tra date, dati e protagonisti che hanno contribuito a far scoprire o riscoprire quell’ingente patrimonio. Ci riferiamo a uno in particolare, silenzioso e funzionale che ha contribuito a conservare ingenti quantitativi di oro bianco…l’acqua. E’ intonaco idraulico, descritto nella composizione e proporzioni in un computo metrico del 19 settembre 1979. ” Lo intonaco- riporta il lavoro dello studio ingegner Alessandro Rosi- verrà fatto con smalto che battuto prenderà lo spessore da 0.025 a 0,03, composto nelle seguenti proporzioni: frammenti di lapillo minutissimi e coccio esto mc 0,95, calcina grassa in pasta mc 0,13, pozzolana del paese (vagliata) mc 0,27: totale mc.1,35 . I quali, dopo la compenetrazione degli elementi saranno esatto un metro cubo di smalto idraulico…” Ci fermiamo qui non prima di aver citato l’appaltatore dei lavori. Michele Acito fu Natale. Non sappiamo chi fossero, progettista e imprenditore, ma il lavoro è stato eseguito a regola d’arte ed è giunto fino a noi rispettando le tecniche tradizionali. Ed è quello che serve per conservare i rioni Sassi e l’habitat rupestre. Ma questo è argomento spinoso e con tante zone d’ombra… che in alcuni casi non hanno visto nemmeno un goccio di memoria ed esperienze di manutenzione del passato. Leggete questo lavoro e poi l’altro in arrivo, a breve, sui Grabiglioni o ” uarvuigghiaun” come si dice in dialetto materano.