Con riferimento alla recente sentenza con cui la Corte di Appello di Potenza ha ribaltato le condanne per la reiniezione delle acque di scarto del Centro Olio Val d’Agri (Cova) dell’Eni, escludendo il traffico illecito di rifiuti e assolvendo i vertici aziendali. Il Tribunale di Potenza aveva condannato la società per il reato di traffico illecito di rifiuti, riceviamo e pubblichiamo a seguire una nota di Maurizio Bolognetti, segretario di Radicali Lucani. Nel contempo ricordiamo che è ancora in corso il processo di 1° grado per la fuoriuscita di circa 400 tonnellate greggio da alcuni serbatoi del Centro Olio di Viggiano (in grado di contaminare una superficie di 35.000 mq e compromettere la falda acquifera della zona e forsanche la vicina diga del Pertusillo). “Se vogliono raccontarci che l’inquinamento prodotto da grandi colossi del settore oil&gas in Italia -scrive Bolognetti- è tutto una favola, ben venga. Evidentemente il pozzo di Trecate non è mai esploso e anche altri fatti, sottolineo fatti, agli atti di infiniti procedimenti di bonifica, sono solo una allucinazione. Sappiamo bene di essere pesi piuma contro pesi massimi che hanno soldi e potere.
Ciò detto, però, gioverà ricordare, che a partire dalla fine degli anni 2000, ho presentato innumerevoli esposti e prodotto decine e decine di video-inchieste e nessuno si è mai sognato, nemmeno per sbaglio, di denunciarmi per diffamazione o calunnia.
Ciascuno tragga le sue conclusioni, sapendo che diversamente da altri ci ho sempre messo la faccia.
Per quanto mi riguarda, l’aspetto processuale è assolutamente secondario rispetto al dato concreto, rappresentato da un inquinamento delle matrici ambientali. Ecco, io ho difeso e nella misura in cui potrò ancora farlo continuerò a difendere le matrici ambientali. Questo al di là e oltre processi, condanne e assoluzioni.
Dimenticavo, l’inquinamento prodotto dalle attività di estrazione e ricerca idrocarburi è agli atti di numerosi procedimenti di bonifica. Questo al netto di processi suicidi (a buon intenditor poche parole) e di coloro che cavalcano assoluzioni dopo aver per lustri e decenni chiuso gli occhi sull’avvelenamento di falde acquifere e di tutte le matrici ambientali.
Non era facile parlare prima, quando ero solo a denunciare concretamente, ed è ancora più difficile parlare ora. Ci sono verità giudiziarie e verità storiche. Le verità storiche raccontano, e si spera continueranno a raccontare, un’altra storia. Per il resto sono e resto convinto che, come nel caso Fenice, gli inquirenti a volte non ci abbiano capito granché, ma nel senso che abbiamo assistito a procedimenti monchi e kamikaze.
Cosa voglio insinuare? Assolutamente niente. Credo che le mie parole siano fin troppo chiare.”

Nella stessa giornata Bolognetti torna a segnalare l’assenza di riscontro da parte della “Commissione Parlamentare di vigilanza sui servizi radiotelevisivi” a sue sollecitazioni precedenti rimaste inevase in merito a comportamenti considerati censori e messi in essere da parte della testata regionale della RAI. “Centosei giorni possono condensare una vita -scrive in una nota- e gli ultimi centocinque giorni ci offrono lo spaccato del livello di abbrutimento, avvilimento, decadimento politico, culturale, economico e istituzionale in cui è precipitata questa nostra democrazia, dopo quasi un ottantennio partitocratico di metamorfosi del male.
Centosei giorni di assordante e fin troppo eloquente silenzio. Un silenzio che verrebbe da definire killer ed assassino. Silenzio da parte della “Commissione Parlamentare di Vigilanza sui Servizi Radiotelevisivi”, silenzio pressoché generalizzato, tranne rarissime e lodevoli eccezioni, da parte di coloro sui quali la Commissione dovrebbe vigilare.
Silenzio sulle ragioni della nonviolenza, che vengono giorno dopo giorno inghiottite da un buco nero di antidemocrazia e antistato di diritto.
Eppure, eccomi qua. Di nuovo e ancora a nutrire il tentativo quasi impossibile di convincere i miei interlocutori sul loro dovere di intervenire, affinché si ponga la parola fine al patente attentato contro i diritti politici del cittadino. Dai 40 membri della Commissione di Vigilanza, destinatari, a partire dal 15 novembre 2025, di numerose missive e sollecitazioni, non è giunta una parola su quanto abbiamo rappresentato, ad iniziare dalla presidente Barbara Floridia. Un silenzio che fa da pendant alla vile censura Rai, che ha letteralmente cancellato con un tratto di penna una forza politica e chi la rappresenta.
Dalle 23.59 del 21 febbraio son tornato a nutrire il mio Satyagraha, alternando un giorno di digiuno e un giorno di sete. Spes contra spem! Sono ancora qui ad alimentare la mia fame e la mia sete di verità e democrazia, giustizia e libertà. Lo faccio con l’amara consapevolezza che il prof. Sergio Tanzarella aveva ragione nell’esprimere le sue perplessità, in una missiva che ebbe ad indirizzarmi qualche settimana fa: “Questi tuoi interlocutori non meritano sacrifici personali che per loro, sazi, sono incomprensibili. Uno sciopero della sete o della fame necessita e presuppone un confronto, anche dialettico, ma tra pari, tra pari almeno moralmente. Ma qui l’abisso è infinito. Diciamo che sono parlamentari distratti, distratti dai sondaggi, dalla cura del proprio futuro, da un orizzonte tanto ristretto da fargli sfuggire il primato della libertà e della conoscenza”.
Carissimo Prof., tu hai di certo ragione, ahimé, ma io non posso, non voglio e non devo gettare la spugna e avverto come un dovere morale continuare ad alimentare la mia fame e la mia sete di ciò di cui provo a parlare quotidianamente.
Lo faccio nella consapevolezza che negli ultimi 120 giorni circa 57 li ho trascorsi ad alimentare la mia “Quaresima”, nella speranza che non sia solo una traversata nel deserto.
Provo ad inchiodare me stesso a ciò che ritengo necessario fare e una volta di più cito quell’ Ernesto Rossi che affermava: “Anche se la giustizia non è nel mondo, è nei nostri cuori. Si deve fare quel che si reputa giusto, non perché la giustizia avrà successo, ma perché l’ingiustizia è per noi ripugnante: consentire a quel che si reputa ingiusto è degradarsi ai nostri propri occhi”.
Certo, è pur vero che paradossalmente chi ha trascorso quasi un intero ventennio nelle patrie galere forse aveva prospettive migliori rispetto a quelle che abbiamo di fronte noi altri in questo disgraziato inizio di XXI secolo. Ciononostante, ripeto con il galeotto Rossi: “Vivere significa agire da uomini e non da servi […] La vita ha un valore solo per le ragioni ideali per la quale viene spesa”.

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