HomeAmbienteBollette meno care con più trivelle in Italia e in Basilicata? Falso!...

Bollette meno care con più trivelle in Italia e in Basilicata? Falso! Ecco in dettaglio perchè!

Il Governo ha approvato una nuova legge sull’energia per aumentare le estrazioni di gas e petrolio in Italia, scavalcando se necessario le decisioni delle Regioni. Secondo la Presidente Giorgia Meloni, questo servirebbe a pagare meno le bollette, dare lavoro e rendere l’Italia più indipendente dall’estero. Il gruppo ambientalista No Triv, però, snella nota che segue piega in dettaglio che le cose non stanno così. Le bollette NON scenderanno: Il gas e il petrolio estratti in Italia vengono venduti al prezzo deciso dai mercati mondiali.Nessuno regalerà l’energia agli italiani. L’Italia ha pochissima riserva: Il petrolio e il gas sotto terra in Italia sono pochissimi rispetto a quello che consumiamo ogni anno. Non bastano assolutamente per renderci indipendenti. Il petrolio estratto non è dello Stato: Le aziende che scavano sono private (come Eni o Total). Il gas estratto diventa loro e possono venderlo a chi vogliono al prezzo più alto. Danni alla salute e pochi soldi: L’esempio della Basilicata dimostra che le trivelle lasciano sul territorio solo briciole rispetto ai danni: nei paesi vicino ai pozzi si registrano più malattie ai polmoni e tumori, a fronte di pochissimi posti di lavoro reali. In conclusione, per gli ambientalisti questa legge è solo propaganda. Per abbassare davvero le bollette e proteggere l’ambiente -sostengono- bisognerebbe investire sulle energie pulite (come sole e vento) e bonificare i territori inquinati. A seguire il testo integrale della nota del Coorinamento NO Triv Basilicata.

                         Energia, il decreto che non risolve nulla: la verità sull’annuncio della Presidente Meloni
“Il Consiglio dei Ministri ha approvato nel pomeriggio del 10 settembre 2026 un decreto-legge che introduce disposizioni urgenti in materia di prezzi petroliferi, infrastrutture ed attività energetiche strategiche. Il provvedimento prevede, tra l’altro, la nomina di un commissario ad acta per superare l’inerzia delle regioni nei procedimenti autorizzativi relativi alle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi su terraferma, invocando i poteri sostitutivi previsti dall’articolo 120, secondo comma, della Costituzione. In un video diffuso nella stessa giornata la Presidente del Consiglio ha illustrato tutti i vantaggi derivanti da un più intenso sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio presenti sul territorio nazionale; in particolare (citiamo testualmente):
1) Ridurre la dipendenza dall’Estero
2) Pagare meno
3) Garantire costi più bassi a famiglie ed imprese
4) Difendere la sicurezza energetica della nazione
5) Generare maggiori royalties e benefici economici e occupazionali per i territori
                                                                         I fatti dicono altro.
1) Minore dipendenza dall’Estero
Anche estraendo per paradosso simultaneamente tutte le riserve certe di gas e di petrolio presenti sul territorio nazionale, la copertura del fabbisogno resterebbe marginale. Le riserve certe di gas ammontano a 42,5 miliardi di Sm³, mentre la produzione annua è di circa 2,9 miliardi di Sm³. Le riserve certe di petrolio sono stimate in 77 milioni di tonnellate, a fronte di una produzione annua di 3,9 milioni di tonnellate. Il fabbisogno nazionale di petrolio è pari a circa 44.594 Ktep, mentre la
produzione interna copre appena il 9%. Per il gas, la produzione nazionale soddisfa meno del 5% dei consumi. Anche volendo azzerare per assurdo le riserve in un solo anno, si coprirebbe meno di un decimo del fabbisogno petrolifero e circa un ventesimo di quello gasiero. Lo sfruttamento di tutte le riserve è dunque un palliativo, non una soluzione. Si sposterebbe di poco l’ago della bilancia, senza modificare la condizione strutturale di dipendenza.
Va inoltre considerato che gli idrocarburi estratti non sono di proprietà dello Stato. Il regime concessorio italiano non prevede partecipazione statale. I giacimenti sono patrimonio indisponibile dello Stato, ma lo Stato non si impegna direttamente nella
ricerca e nel loro sfruttamento, che lascia in concessione ad imprese private. Il petrolio e il gas estratti appartengono ai concessionari, che li immettono sul mercato secondo logiche commerciali, non secondo priorità di sicurezza nazionale.
La dipendenza dall’estero, quindi, non si riduce per effetto delle maggiori estrazioni.
2) Pagare meno
Checché ne dicano gli interessati corifei della stampa locale e nazionale filo/fossili, non esiste alcun nesso causale tra aumento della produzione nazionale di idrocarburi e diminuzione delle bollette. Il prezzo del gas e dell’elettricità in Italia è determinato infatti dal mercato internazionale e dal meccanismo di formazione dei prezzi all’ingrosso, non dalla quota di produzione interna. Sul meccanismo di formazione dei prezzi il Governo si guarda bene dall’intervenire. Cui prodest?
Il costo dell’energia per famiglie ed imprese dipende da fattori strutturali: la dipendenza determina il peso delle componenti fiscali e parafiscali, in costante dialettica con le dinamiche geopolitiche e dei mercati internazionali. Aumentare l’estrazione da giacimenti marginali non potrebbe incidere su nessuna di queste variabili.
3) Garantire costi più bassi a famiglie ed imprese
Una maggiore produzione interna non abbassa i prezzi per famiglie ed imprese. Il petrolio ed il gas estratti in Italia vengono venduti al prezzo di mercato internazionale, come qualsiasi altra merce. I concessionari non hanno alcun obbligo di destinare la produzione al mercato interno a prezzi calmierati. Quando, come per il gas, come negli ultimi anni, il governo ha tentato di farlo a tutela delle imprese energivore col meccanismo del “gas release” ed attraverso aste dedicate, l’obiettivo non è stato raggiunto. Si è trattato finora di pura retorica del “gas nazionale”, a cui proprio le companies estrattive hanno fatto marameo, preferendo (ovviamente) il più profittevole libero mercato.

4) Difendere la sicurezza energetica della nazione
La sicurezza energetica non si rafforza per effetto di un più intenso sfruttamento dei giacimenti nazionali, per una ragione semplice: ciò che è prodotto non è dello Stato. Le concessioni sono assegnate a compagnie private — Eni, TotalEnergies, Shell ed altre — che operano secondo logiche commerciali. Non esiste un obbligo di stoccaggio strategico o di destinazione prioritaria al mercato interno. La vera sicurezza energetica richiederebbe diversificazione delle fonti, sviluppo delle rinnovabili e riduzione della domanda di fossili.
5) Generare maggiori royalties e benefici economici e occupazionali per i territori
La logica parrebbe avvalorare la tesi di Meloni. Il caso della Basilicata, il Texas italiano, dimostra il contrario. La Basilicata produce il 91% del petrolio estratto in Italia. Eppure, nonostante decenni di estrazione, la regione non ha conosciuto significativi e duraturi benefici economici od occupazionali. Per l’attività estrattiva in Basilicata Eni ha versato nel 2025 royalties per 64 milioni di euro, di cui 38,2 milioni alla Regione, 19,1 milioni allo Stato, 6,7 milioni ai Comuni interessati. Dal 1996 al 2025, il totale delle royalties versate ammonta a 2,45 miliardi di Euro — una cifra modesta rispetto ai costi ambientali e sanitari sostenuti dal territorio (e che continueranno a gravare per diversi decenni sulle future generazioni).
I dati epidemiologici documentano un eccesso di mortalità e di ricoveri per patologie respiratorie ed oncologiche nei comuni interessati dalle attività estrattive (vedi i dati dei primi stralci pubblicati nell’ambito della ricerca epidemiologica lucana del
progetto LucAS). I costi sanitari e ambientali non sono mai stati quantificati in modo sistematico, ma le evidenze disponibili indicano un impatto significativo sulla salute delle comunità locali.
La produzione petrolifera nazionale è in calo — 410.000 tonnellate di greggio in meno estratte nel 2025 rispetto al 2024 — e le prospettive occupazionali sono incerte. La promessa di “benefici economici ed occupazionali” si scontra con la realtà di un settore storicamente in declino, che lascia dietro di sé passività ambientali e sanitarie.
In sintesi, questi non sono i numeri di una nazione che dovrebbe avviarsi auspicabilmente verso l’indipendenza energetica. Sono i numeri di un Paese che continuerebbe a dipendere dall’estero, e che pagherebbe l’energia più cara d’Europa anche qualora dovesse sfruttare tutte le sue riserve.

Alla Presidente del Consiglio ricordiamo infine che non è con la disinformazione che si servono gli interessi nazionali, bensì con riforme radicali, democratiche, partecipate, e non con mezzi palliativi, che richiedono quel coraggio e quella determinazione che il Governo ha dimostrato anche in questa occasione di non avere. Il piglio centralista con cui la compagine governativa interpreta ed usa l’art. 120 della Costituzione ha tutto il sapore della propaganda elettorale, in un contraddittorio e schizofrenico appellarsi alla politica del pugno di acciaio per contrastare Vannacci da un lato, mentre dall’altro si asseconda l’avventurismo delle sirene di un’autonomia differenziata il cui attore comprimario dichiarato è l’attuale presidente della Regione Basilicata Bardi, che nella sua relazione al Consiglio regionale del 7 luglio scorso tracciava la linea rossa di una regione hub energetico, disponibile ad ospitare addirittura insediamenti di centrali nucleari. In Basilicata sappiamo già dallo scorso anno che Eni aveva depositato presso il MASE il nuovo piano per la Val d’Agri 2025-2036, che prevede 14 nuovi pozzi, tra cui opere di
adeguamento, tentativo di imporre un nuovo pozzo di reiniezione. Sappiamo bene che dal 2024, quando il TAR Lazio ha ribaltato il PiTESAI, tornano a vivere permessi di ricerca decotti ed addirittura cancellati.
Sappiamo anche che la ridefinizione del futuro politico ed economico della Basilicata potrà passare solo dalla capacità di riappropriazione di territori bonificati, dell’acqua depurata da troppi decenni di chimica e sversamenti, dal rilancio di visioni e pratiche agroecologiche diffuse.”
Potenza, li 11 Settembre 2026

(NB: L’immagine di copertina è generata con l’AI)

Vito Bubbico
Vito Bubbico
Iscritto all'albo dei giornalisti della Basilicata.
RELATED ARTICLES

Rispondi

I più letti